Le banche non danno credito alle imprese: ecco cinque alternative italiane

Lo spettro del cosiddetto "credit crunch" si aggira minaccioso per il nostro paese.

Per credit crunch si intende la chiusura dei rubinetti del credito da parte delle banche nei confronti di imprese e famiglie. Stando al bollettino del 15 aprile dell’ABI (Associazione bancaria italiana), il calo dei prestiti sta rallentando, ma non si è affatto fermato: a marzo si è registrato un 3,2% dopo il -3,4% di febbraio. In Sicilia, alcune imprese esasperate hanno deciso di passare dalle banche ai tribunali, facendo causa agli istituti di credito dopo essersi viste negare dei prestiti pur avendo i requisiti; a tal proposito, Confindustria Sicilia il 16 aprile ha annunciato che si costituirà parte civile al processo contro le banche.

Possibile che si debba arrivare a tanto? Bene, abbiamo una buona notizia. Anzi: cinque.

1. Ricorrere alla Borsa

Lo strumento più gettonato tra le grandi imprese per raccogliere capitale è l’emissione di azioni o di obbligazioni. Tuttavia le Piccole e media imprese (PMI) italiane, il vero tessuto industriale del nostro Paese, sono restie a quotarsi in Borsa, nonostante la recente nascita del segmento Aim su Borsa Italiana.

Oggi esistono degli strumenti più adatti alle PMI: i minibond, una soluzione molto più semplice e veloce rispetto a una quotazione in Borsa o a un’obbligazione tradizionale. Per emettere un minibond occorre redigere un bilancio certificato, un documento informativo per gli investitori e sviluppare un’adeguata comunicazione finanziaria. Sarebbe utile anche avere un rating, per dare più informazioni possibili agli investitori.

I minibond sono quotati nel segmento Extra Mot Pro della Borsa di Milano, riservato a operatori professionali qualificati, come i fondi d’investimento obbligazionario.

In Italia i minibond sono ancora poco diffusi, ma parecchie imprese si stanno muovendo per ribaltare la situazione. Il portale Minibond.eu si propone di catalizzare professionisti e aziende capaci di gestire le fasi delle prima emissione di un minibond e di assistere gli operatori finanziari nella ricerca di opportunità di investimento. Nel novembre 2013 Zenit SGR, Banca di Cherasco e ADB Analisi Dati Borsa (di cui ospitiamo anche un’utile app sul sito Advise Only: ADB Trading Corner) hanno creato il fondo PMI, uno strategico fondo di investimento indipendente, dove i gestori adottano le logiche tipiche dei fondi obbligazionari per decidere in quali minibond investire.

Anthilia Capital Partners ha lanciato nel dicembre 2013 Anthilia BIT (Bond Impresa e Territorio), un fondo da 100 milioni di euro che finanzia le PMI con buon rating e management grazie a minibond di 3-7 milioni di euro.

2. L’ingresso di investitori privati

Questa soluzione si realizza quando un investitore, attraverso i fondi di private equityo di venture capital, rileva la quota di una società e le fornisce capitale, senza che questa si quoti in un mercato regolamentato (la Borsa, appunto). In Italia esistono tre grossi fondi di private equity: Clessidra (che ha anche costituito una Sgr italiana), Investindustrial ed Equinox, a essi si affianca una miriade di fondi minori. Esistono inoltre i fondi di venture capital: lo storico 360 Capital Partners, United Ventures e il neonato p101. La differenza tra queste due tipologie di società è che il venture capital è un tipo di private equity, specializzato nel finanziare le imprese in fase di avvio o sviluppo.

Una nuova e recente modalità di finanziamento è offerta da il portale del Gruppo 24 Ore nato  nel 2012 con l’obiettivo di accompagnare le PMI nella ricerca di investitori, soci e partner. Chi si registra al portale è successivamente contattato dallo staff per fissare un primo colloquio conoscitivo, cui seguiranno una serie di appuntamenti per garantire l’incontro tra le esigenze dell’aspirante imprenditore/investitore con quelle delle PMI in cerca di soci/partner/investitori. BacktoWork24 ha inoltre creato una holding di investimento Team Up Work), con una squadra di top manager che opererà con quote di capitale sociale per fronteggiare progetti imprenditoriali che necessitano di importanti impegni finanziari.

3. Crowdfunding

Il termine letteralmente significa “finanziamento dalla folla”, in quanto si avvale della collaborazione di più persone per finanziare un progetto, di solito grazie alla rete. Nel 2013 l’Italia è stato il primo Paese europeo a equity crowdfunding (il crowdfunding basato sul capitale di rischio). La limitazione di questa forma di finanziamento alle sole startup innovative di questo strumento.

Il crowdfunding può anche essere donation-based (donazioni senza ritorno economico), spesso nella forma del personal fundraising. A differenza del crowdfunding, nel personal fundraising il donatore è protagonista della raccolta fondi. Si trasforma quindi in un vero e proprio fundraiser giocando sull’egoreferenza tipica del mondo web e social. Il leader mondiale in questo campo è Justgiving, portale inglese cui si sono dichiaratamente ispirati i siti italiani. Entrambi permettono alle organizzazioni no-profit di iscriversi e di chiedere donazioni per finanziare un progetto, senza alcun tipo di ritorno economico per il donatore e senza bisogno di autorizzazioni dall’alto. Il donatore può donare online (crowdfunding) oppure aprire una pagina personale in rete per supportare personalmente uno specifico progetto (personal fundraising). Il link alla pagina può essere inviato dal donatore a parenti e amici, da lui invitati a sostenere il progetto.

4. Prestito tra privati

Questo approccio al credito è stato importato nel 2007 in Italia da Zopa Italia – oggi Smartika – prendendo spunto dall’inglese Zopa. Con il social lending, i privati si prestano denaro tra loro, evitando l’intermediazione della finanza tradizionale. In questo modo, entrambi godono di tassi d’interesse più vantaggiosi: più bassi per i debitori e più alti per i creditori.

Grazie al web, i creditori attivano le loro offerte indicando importo, durata, rendimento desiderato e tipologia di debitori cui prestare. L’offerta di ogni creditore è divisa in quote, date a debitori diversi. Due sono le più note piattaforme di social lending in Italia: Prestiamoci e Smartika.

Quest’ultima a marzo 2014 ha aperto anche ai privati senza storia creditizia: le loro richieste di credito sono assegnate a un nuovo mercato Smartika e, se valutate positivamente, saranno finanziate dai prestatori. Inoltre, con l’ottenimento del prestito, i richiedenti inizieranno ad avere una storia creditizia, presupposto essenziale per accedere al credito.

5. In banca sì, ma ben informati

Se volete restare fedeli alla vostra banca “nella buona e nella cattiva sorte”, almeno informatevi bene prima di andarci. Molte PMI italiane, oltre a finanziarsi con prestiti bancari, operano con l’estero. Questo comporta il dover sopportare il rischio di cambio e le oscillazione di prezzo delle materie prime, spesso gestiti con strumenti finanziari non ottimali offerti dalle banche e che presentano un elevato carico commissionale. Qui entra in gioco eKuota, startup italiana che offre via web (ma anche off-line) servizi di valutazione e gestione dei rischi finanziari d’impresa user-friendly, partendo dalle esigenze delle PMI, in modo da consentir loro di capire la situazione, scegliere e negoziare gli strumenti migliori con le banche.

L’ultima proposta di Bce e Bank of England

C’è un’ultima modalità di finanziamento che potrebbe prendere piede, ma che finora è rimasta sulla carta. Nella conferenza stampa della Bce del 3 aprile, Draghi aveva già sottolineato la necessità di rilanciare gli ABS, strumenti per favorire i prestiti alle PMI. Inoltre, gli ABS sono stato oggetto di uno studio presentato la scorsa settimana alla riunione primaverile dell’Fmi da Bce e Bank of England.

La proposta, per le emissioni più trasparenti, è di abbassare i requisiti di capitale delle banche e delle assicurazioni e di considerare le tranche garantite dalle banche in modo favorevole nei test in arrivo e nella nuova definizione di capitale minimo.
Insomma, è vero che “ci vorranno anni per riorientare un sistema bancocentrico come quello italiano ed europeo come chiedono autorità di vigilanza ed istituzioni Ue”, come ha detto il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini l’8 aprile 2014, al convegno “Dimensione cliente”. Ma magari il bisogno (di credito) e di servizi finanziari innovativi per le imprese, ci farà aguzzare l’ingegno.


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Valentina Magri

Valentina Magri

Laureata in Management presso l’Università Bocconi nel 2012, con una tesi sull’inattività giovanile in Italia. Da studentessa, ha collaborato con i media universitari Radio Bocconi e Tra i Leoni e al di fuori delle mura accademiche con Campus (Gruppo Class Editori) e Real World Magazine (Gruppo Potentialpark). In Saipem si è invece occupata di accertamenti giuridici nell’area Risorse Umane. Dopo la laurea, è stata assistente ai programmi di politica, economia e finanza a Radio 24 (Gruppo 24 Ore), nonché redattrice economica di Arcipelago Milano. I suoi principali interessi sono economia e comunicazione online. La distraggono da grafici e dati solo arte, cinema, teatro e buone letture.

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