Cosa può entrare in un PIR?

La regola di base dice che almeno il 70% del PIR va investito in strumenti finanziari di aziende italiane o con stabile organizzazione in Italia. Poi però esiste una "zona grigia", più difficile da definire.

Quali strumenti finanziari possono entrare in un PIR

Breve riassunto delle puntate precedenti. La legge 232/2016 (legge di bilancio 2017) ha introdotto, a decorrere dal primo gennaio 2017, importanti incentivi fiscali per quegli investitori (persone fisiche) che detengono strumenti finanziari nei Piani Individuali di Risparmio a lungo termine.

La consistente agevolazione fiscale sui rendimenti (esenzione dall’imposta sui redditi e dall’imposta di successione) scatta a patto di rispettare precisi vincoli. Tra questi, lo ricordiamo, investire almeno il 70% in strumenti finanziari – azioni oppure obbligazioni – di aziende italiane quotate o anche europee ma con stabile organizzazione in Italia.

I chiarimenti del MEF e dell’Agenzia delle Entrate

Questo in linea di principio. Per chiarire i dettagli sono intervenute prima le linee guida del ministero dell’Economia, pubblicate nell’ottobre del 2017, e poi la circolare dell’Agenzia delle Entrate del febbraio scorso.

Letti attentamente questi due documenti, gli addetti ai lavori – ossia i gestori che offrono PIR – si sono chiesti: ci sono altri strumenti finanziari che possono rientrare nell’universo investibile del PIR, in particolare in quel 70% di investimento vincolato, senza correre il rischio di vedere sfumare l’agevolazione fiscale?

Assogestioni ha girato la domanda al ministero dell’Economia e all’Agenzia delle Entrate durante il Salone del Risparmio 2018, nella conferenza “PIR: i chiarimenti del Ministero e dell’Agenzia delle Entrate”.

Ecco cosa è emerso, fermo restando che Assogestioni preparerà – su questi e altri aspetti – una lista di quesiti per l’Agenzia delle Entrate, per avere i relativi chiarimenti nero su bianco (ergo, seguiranno aggiornamenti).

Derivati: semaforo giallo

Sì o no ai derivati nel 70% vincolato? Su questo punto, l’Agenzia delle Entrate ha scelto la separazione netta: partendo cioè dal presupposto che i derivati non sono strumenti attraverso cui si possa investire nel capitale di rischio o di debito di un’azienda ma essenzialmente strumenti di copertura, a loro è preclusa la presenza nel 70% vincolato.

Possono semmai rientrare nel restante 30%, che appunto non è vincolato, con finalità di copertura delle eventuali perdite riportate dagli strumenti qualificati (azioni e obbligazioni).

Sempre l’Agenzia delle Entrate sottolinea che, se i rendimenti dei derivati superano le perdite degli investimenti qualificati, allora verranno tassati. Obiettivo di questa netta presa di posizione è duplice: da una parte, spiega l’Agenzia, non snaturare il PIR, strumento pensato per far confluire denaro nelle imprese italiane in alternativa al canale bancario, e dall’altra scoraggiare ogni possibile “tentazione” speculativa.

Special Purpose Acquisition Company: semaforo verde

La Special Purpose Acquisition Company (SPAC) è un veicolo d’investimento appositamente costituito con l’obiettivo di reperire sul mercato le risorse necessarie ad acquisire una società non quotata e portarla a quotazione.

Ciò detto, come va considerato l’investimento in SPAC? Questo veicolo, che ha vita piuttosto breve (24 mesi di tempo per identificare e comprare il “target”, altrimenti si scioglie e liquida gli azionisti), nasce dall’iniziativa di alcuni individui che poi raccolgono capitali sul mercato per acquisire la società “target”, nella quale alla fine la SPAC confluisce con fusione per incorporazione.

Ai sottoscrittori della SPAC vengono offerte UNITS, ossia un mix tra un’azione della SPAC cui si aggiunge un warrant gratuitamente assegnato ai sottoscrittori. Partendo dal presupposto che il Regolamento sulla Gestione Collettiva del Risparmio (titolo V.3.14) non considera derivati i warrant e i diritti di opzione connessi a operazioni sul capitale delle società emittenti, la domanda è: si possono inserire le UNITS nel 70% dell’investimento vincolato dei PIR? La risposta del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate è “sì”.

Perché le SPAC, facendo confluire denaro in aziende non quotate e accompagnandole poi alla quotazione, si pongono in alternativa al canale bancario e in questo senso sono in linea con la filosofia dei PIR, il cui obiettivo è appunto quello di investire in società che sono disposte a crescere dando loro la chance di farlo senza dover far leva solo sui finanziamenti bancari.

Special Purpose Vehicle: semaforo quasi rosso

Altra questione riguarda i titoli emessi dalle Special Purpose Vehicle (SPV). Dentro o fuori?

Si tratta di società veicolo, non industriali né commerciali, le quali emettono strumenti finanziari che normalmente derivano dalla cartolarizzazione di crediti di diversa natura.

Il titolo emesso dalla SPV rappresenta quindi un credito. E, sottoscrivendolo, non si destina denaro a un’impresa e non le si dà “nutrimento” per crescere. Insomma, con la SPV si va un po’ fuori tema rispetto agli obiettivi dichiarati del PIR. Ne consegue che si possono inserire questi titoli nel PIR, ma assolutamente non nel 70% qualificato, e comunque con grande prudenza.

I numeri dei PIR nel 2017

Nel 2017 i Piani Individuali di Risparmio hanno raccolto circa 11 miliardi di euro, l’11% della raccolta netta dell’intera industria italiana del risparmio gestito nei 12 mesi. Sono i numeri emersi dall’analisi sui PIR a cura dell’Ufficio Studi di Assogestioni presentata sempre al Salone del Risparmio 2018.

Dall’analisi – secondo cui i risparmiatori italiani che investono nei PIR oggi sono 800 mila – è emerso anche che l’investimento medio dei Piani in azioni e obbligazioni di emittenti non appartenenti all’indice Ftse MIB si attesta al 43% del portafoglio – per un corrispettivo di 6,8 miliardi di euro – oltre il doppio del vincolo imposto dalla normativa per poter godere dei benefici fiscali (21%). Il peso delle partecipazioni dei PIR sul flottante Mid Cap è dell’8%, per il segmento Small Cap è del 6% e per l’AIM Italia è del 10%.


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Maria Paulucci

Maria Paulucci

Nata a Rieti, gli studi universitari a Roma, lavora a Milano dal 2007. Dopo un'esperienza di quattro anni in Class CNBC, canale televisivo di economia e finanza del gruppo Class Editori, si è spostata in Blue Financial Communication, casa editrice specializzata nei temi dell'asset management e della consulenza finanziaria. A dicembre 2017 si è unita al team di AdviseOnly.

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