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#ABCFinanza: quando la società è a rischio

Quali sono i maggiori fattori di rischio per la società in cui viviamo?
[Rischio – puntata IV]

Torniamo a parlare di rischi, per comprenderli e provare a fare surf su di essi senza esserne travolti.

Piccolo riassunto delle puntate precedenti. Dopo aver messo a fuoco l’idea stessa di rischio1, scoprendo che in realtà esistono tanti tipi di rischio2, legati tra loro e con la tendenza a muoversi in sciami, siamo andati a smarcare il tema dei rischi personali3. Ora è tempo di affrontare rischi rari, ma dall’indole violenta: i rischi politici e sociali.

Si tratta, ad esempio, di bruschi cambiamenti politici all’interno di un Paese, che possono dar luogo a drammatici cambiamenti sociali, come rivoluzioni, guerre civili. Queste situazioni si accompagnano spesso, da un punto di vista patrimoniale, a espropri, danni alle proprietà, furti.

Poi ci sono le crisi politiche tra Paesi, alla base di guerre e crisi economiche internazionali, con ripercussioni gravi sul commercio internazionale, sulla crescita economica globale, e quindi sull’occupazione e sul benessere degli individui.

Quanto sono probabili i cataclismi sociali?

Per fortuna, oltre a essere poco probabili su orizzonti brevi, sono abbastanza rari nella vita di una persona. Ma sono possibili. La storia umana ci insegna che questi brutali eventi accadono, e in tal caso gli effetti possono rivelarsi devastanti, anche sulla sfera patrimoniale. Parliamo di “cigni neri”, cioè eventi aleatori che tutti ritengono altamente improbabili prima che accadano. Producono violentissimi effetti che lasciano cicatrici profonde nella storia.

Pensate alla Prima Guerra Mondiale: arrivò all’improvviso dopo la “Belle Époque”, un periodo prolungato di pace e benessere. All’inizio era opinione diffusa che il conflitto fosse destinato a durare pochissimo. Ma non fu così. Oppure riflettete sull’avvento del Nazismo in Europa e ciò che accadde agli ebrei: in poco tempo passarono dalla normalità alla tragedia. Gli esempi storici sono moltissimi.

Il punto è: nulla dell’attività umana dura per sempre. La nostra mente rifugge questo pensiero – c’è addirittura una distorsione comportamentale, lo “status quo bias”, che ci porta a pensare che tutto proseguirà in modo stabile. Ma non è così. Civiltà, culture, sistemi economici e tecnologie hanno un ciclo di vita-morte, e non hanno nulla di eterno. Nascono, si sviluppano, prosperano, e poi decadono, di solito passando per disordini sociali che impattano sulle vite e sui patrimoni di un gran numero di persone, stemperandosi infine nella storia.

Senza alcuna pretesa di esaustività, ho rudemente stimato la probabilità d’estinzione dei principali regni, imperi, regimi politici susseguitisi nel corso della storia, partendo da Egizi e Babilonesi, passando per l’Impero Romano e quello Ottomano, fino ad arrivare all’Impero austro-ungarico, quello britannico e al terzo Reich nazista. Dal grafico si desume che, storicamente, la durata media di una società è stata di circa 600 anni. Ma se ci si basa solo sugli ultimi 2000 anni, la media si riduce a 200 anni. Non molto, dopo tutto.

[accordion title=”La metodologia”]

Distribuzione cumulata di probabilità della durata di varie forme di aggregati sociali (imperi, regni, regimi, civiltà) nel corso della storia dell’uomo: fissata una possibile durata sull’asse orizzontale, la curva indica la probabilità stimata che l’aggregato sociale s’estingua prima. Per esempio, la probabilità di estinzione entro 500 anni è del 65% circa e entro 1500 anni è superiore al 90%. Si tratta di un esercizio, statistico effettuato stimando (a massima verosimiglianza) una distribuzione di Pareto generalizzata, che si adatta a un gran numero di fenomeni sociali ed economici. Il 50% delle civiltà ha avuto durata compresa tra 110 e 670 anni, con una media di 608 anni. Elaborazione dell’autore su dati ricavati dalle seguenti fonti: J. Gubb, (1978), The fate of empires and search for survival, Blackwood; J. Diamond, (2014), “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere”, Einaudi; Schofield & Sims, (2004), “World History Timeline”; E. Hull, D. Gibbons, (2011), “The Timechart History of the World: Over 6000 Years of World History Unfolded”, Chartwell Books.

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Questi eventi catastrofici, prima o poi, accadono. Stando all’interessantissimo studio storico-statistico di Nassim Taleb e Pasquale Cirillo, per un conflitto in grado di causare almeno 1 milione di vittime il tempo medio di attesa è di 34 anni, per un conflitto da 5 milioni di vittime è pari a 93 anni, mentre per uno da 50 milioni di vittime è 345 anni (più sanguinoso è il conflitto, più infrequente è – per fortuna). Sfortunatamente, i dati mostrano che non c’è alcuna maggiore tendenza alla pace: l’Homo sapiens pare stupidamente sanguinario come sempre.

E, guardando al futuro, non mancano focolai di rischio. La Rand Corporation, nel suo studio “Shaping the next one hundred years”, pur ritenendo più probabili scenari relativamente tranquilli, corrispondenti a una graduale evoluzione del sistema di vita attuale, non esclude scenari di nuova barbarie, che si verificherebbero in una situazione di sovrappopolazione mondiale, eccesso di sfruttamento delle risorse del pianeta e bassa crescita economica. Senza dimenticare che il crescente imperversare della tecnologia nelle nostre vite, oltre a innumerevoli benefici, può anche portare grandi rischi per la società.

Non dico che dovreste essere attanagliati dalla paura che l’attuale sistema economico imploda e si torni a una nuova forma di brutale neolitico… però v’invito a mantenere aperta la mente,  osservare sempre la realtà in modo critico, sapendo che le catastrofi possono accadere, e gestendo di conseguenza il patrimonio.

Come difendere il patrimonio dalle catastrofi sociali?

Ecco le misure difensive più ragionevoli e di semplice attuazione contro questi eventi molto violenti ma a bassissima probabilità d’accadimento:

  • avere un patrimonio facilmente smobilizzabile e trasferibile altrove, quindi vendibile in tempi rapidi e senza costi eccessivi;
  • investire perciò una quota significativa del patrimonio in attività finanziarie, assai più liquide e facilmente trasferibili degli investimenti immobiliari (da limitare a porzioni modeste proprio perché difficilmente smobilizzabili, specie in situazioni di grave crisi);
  • limitare gli investimenti che espongono direttamente a seri rischi politico-sociali, ad esempio in Paesi instabili.

Così facendo, se ci sono reali segnali di allarme e il rischio diventa concreto, è possibile predisporre un piano di contingenza che può arrivare al trasferimento del patrimonio in un altro Paese, più sicuro, e al trasferimento fisico nei casi più drammatici. Evidentemente ciò è fattibile solo se il patrimonio è smobilizzabile con facilità.

In alternativa, fossi in voi darei un’occhiata a un portafoglio anti-sfiga come il nostro Portafoglio AO Euro Tsunami.


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1 – #ABCFinanza: cos’è il rischio di un investimento?
2 – #ABCFinanza: la mappa dei rischi degli investimenti
3 – #ABCFinanza: i rischi personali di un investitore

Scritto da

Uno dei fondatori di AdviseOnly, responsabile del Financial & Data Analysis Group. Esperto di finanza e gestione dei rischi, statistico Bayesiano, lunga esperienza in Allianz Asset Management, è laureato in scienze economiche con indirizzo quantitativo-statistico all'Università di Torino. Docente di Quantitative Portfolio Management al Master in Finance dell'Università di Torino, ha pubblicato vari articoli su riviste finanziarie (fra le altre: Journal of Asset Management, Economic Notes, Risk), contribuendo a libri su investimenti e gestione dei rischi. Ex-triathleta, s'ostina a praticare apnea, immersioni e skyrunning.

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  • Comprare un campo e imparare a coltivare patate. Piantare un fico e fare esercizio coi fichi secchi.

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