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Certificati: ma perché?

Cosa sono i certificati e perchè non dovrebbero essere usati.

Avete mai dato un’occhiata ai certificati (o certificates)? Per quel che mi riguarda, li annovero tra i grandi misteri dell’universo finanziario: la loro esistenza è enigmatica come i mohai dell’isola di Pasqua.

Affascinato dall’enigma, mi sono posto una semplice domanda: perché un risparmiatore dovrebbe investire nei certificates? Vorrei condividere con la ciurma AdviseOnly le mie umili riflessioni su questi sorprendenti oggetti finanziari. Chissà che non possano servirvi, queste poche domande.

Partiamo con un’infografica che riassume il mio punto di vista, e poi la commentiamo.

 


 

I certificati mi fanno investire in asset altrimenti indisponibili?

A volte uno strumento finanziario consente di investire in attività altrimenti inaccessibili. È una funzione importante: pensate agli ETC e alle varie materie prime, per esempio. O ai fondi di corporate bond (le obbligazioni hanno spesso tagli minimi oltre i 100mila euro). Di esempi ce ne sono moltissimi. Mi sono chiesto se questo sia anche il caso dei certificates.

Ma, da quello che vedo, molti certificati sono su singole azioni. O indici. O divise. O commodities.

E, salvo casi molto particolari, le azioni sono assai semplici da acquistare. Idem le divise. Sugli indici, poi, la varietà e la copertura fornita dagli ETF è straordinaria. E l’investimento in commodities è ben servito dagli ETC. Dunque? Bah.

Certo, molti certificati hanno componente derivativa al loro interno. Già: sono titoli strutturati, che inglobano strumenti derivati più o meno complessi. Quindi possono dar luogo, per chi li compra, a risultati economici (in gergo, “payoff”) abbastanza fantasiosi. Possono essere a leva, tanto per cominciare. L’idea è che se la leva è 2 la performance giornaliera del sottostante, per esempio un indice di Borsa, è moltiplicata per 2. Non occorre essere un genio della finanza per capire che tanto i profitti quanto le perdite corrono al doppio della velocità. Ma tranquilli, alla peggio si perde tutto il capitale, non di più. Ci sono prodotti con leva 3, 5, o anche 7. Con leve elevate, praticamente, se il mercato si muove velocemente, è una rasoiata al vostro patrimonio: prima che sentiate il dolore, il sangue è già versato. Ma magari vi piace, de gustibus.

L’importante è sapere ciò che si fa. Voi, sapete che cos’è un’opzione a barriera? Sì? Davvero? Sapete dirmi come funziona? Ecco, ve lo chiedo perché sono numerosissimi i certificati farciti di opzioni a barriera (e altre opzioni esotiche dai nomi ancora più esotici). I certificati sono infatti derivati cartolarizzati. Sicuri sicuri di volere investire in prodotti strutturati imbottiti di derivati dei quali capite quanto di teoria delle stringhe? Fatemelo sapere, mi raccomando.

 

I certificati mi fanno investire con meno rischi?

Abbiamo visto che un certificato è un derivato cartolarizzato. E già così il nome può apparire vagamente inquietante ad alcune anime pavide. Il punto è che, sostanzialmente, un derivato cartolarizzato è un’obbligazione di colui che l’ha emesso. Cioè, generalmente, dietro il nome un po’ ye-ye del certificato si cela – inspirate, sì, così… e ora espirate con me, lentamente – un oggetto finanziario che nei fatti è un’obbligazione bancaria. Listen & repeat: obbligazione bancaria. Quelle che possono andare in default ed essere coinvolte in un bail-in. Loro. Proprio loro. Non siete convinti? Ecco.

Pescando a caso (tanto sono tutti uguali) da un documento ufficiale di un emittente di certificati si legge:

 

“L’investimento in certificati è soggetto al rischio di credito per il sottoscrittore, vale a dire all’eventualità che l’emittente non sia in grado di corrispondere gli importi dovuti in relazione ai certificati. In caso d’insolvenza dell’emittente, il portatore sarà un mero creditore chirografario e non beneficerà di alcuna garanzia per la soddisfazione del proprio credito.”

 

Quindi, per essere chiari, comprando certificati assumete rischio di credito della banca emittente, come per una normale obbligazione bancaria. Quanti di voi lo sapevano? E quanto vi piace, da 1 a 10? Tantissimo, vero?

Poi, naturalmente c’è il rischio di mercato, che può essere alterato, e non poco, dalla componente in derivati. Come dicevo, se comprate un certificato a leva 7 su un indice di Borsa, le possibili perdite correranno a velocità molto più elevata che se vi foste comprati semplicemente un ETF o un fondo comune. Oppure, guardatevi come funzionano i possibili rendimenti dei vari certificati “Bonus”. Tutto chiaro?

Vedo già qualcuno là in fondo che alza la mano e dice: “Eh, ma ci sono certificati che offrono la garanzia sul capitale, quelli sono sicuri”. La garanzia di capitale è un’opzione (un derivato), e fin qui niente di male, in sé. Bisogna vedere a che prezzo ve l’hanno infilata nel… certificato. Perché nel mondo degli investimenti tutto si paga. Anche la garanzia. E può arrivare ad affossare la performance, con il suo costo. E qui apriamo un altro spassoso capitolo.

 

 

I certificati mi fanno investire con meno costi?

Quando viene emesso, il prezzo del certificato è 100. Dentro quel 100, oltre al valore dei titoli (o divise, o altro) sottostanti, ci sono le commissioni di chi struttura e vende il certificato. Oneri impliciti. Commissioni di solito commisurate alla fame di ricavi.

Quel 100 include anche il costo della componente derivata, prezzata da chi ha strutturato il prodotto. Spesso è difficile dare un prezzo a questa componente. Per un risparmiatore senza dottorato in finanza è impossibile. Ma, non preoccupatevi: i derivati li prezza chi sta dall’altra parte del bancone della salumeria. Così, se incidentalmente gonfia tale valutazione – tanto quasi nessuno ci capisce nulla – ci guadagna chi vende il prodotto. E chi ci perde? Su, chi indovina partecipa all’estrazione di una bottiglia d’annata di spuma al ginger.

Non è nemmeno banale capire l’entità di questi costi: i documenti ufficiali (“Prospetto base” e “Condizioni definitive”) che descrivono le caratteristiche dei certificati sono documenti tecnici, lunghi anche 1.000 pagine (sic), spesso in inglese. Provate, andate su Google, fate le vostre ricerche. Questa specie di caccia al tesoro sarà edificante, e vi farà bene, specie se state valutando un investimento in certificati (a volte penso che abbiano inventato i certificates per far sembrare più semplici e trasparenti la maggior parte delle altre forme di investimento, ma è solo un mio pensiero, così).

 

I certificati sono più liquidi?

I certificati sono quotati da market maker. Operatori specializzati, che devono garantire una liquidità minima. Bene. Ma, ricordate, salvo rare eccezioni la liquidità di uno strumento finanziario non può essere superiore a quella del sottostante nel quale investe (cioè azioni, obbligazioni, divise, materie prime). Vale per gli ETF, gli ETC, i derivati. E anche per i certificates. Perciò, anche se quotato da un market maker, è difficile che un certificato su un’azione sia più liquido dell’azione stessa. Stessa storia per gli altri sottostanti. Ecco perché sono colto da una certa ilarità quando sento dire che certificati si utilizzano “perché sono più liquidi delle azioni” (frase che mi è capitato di sentir dire da un venditore di certificates, ma guarda tu i casi della vita).

 

I certificati mi danno più performance?

Ciurma di lettori del blog AdviseOnly, ormai siete grandicelli e quindi voglio che vi diate una risposta da soli. Ma sarò al vostro fianco e vi aiuterò con qualche domanda:

  • quanti gestori di fondi comuni avete sentito dire che utilizzano in modo importante i certificates?
  • avete mai sentito dire a Waren Buffett che lui investe tramite certificates?
  • oppure che li raccomanda?
  • notizie di certificati da parte di George Soros?
  • e i fondi sovrani, i fondi pensione, quanti certificati utilizzano?

Ecco, i certificati sono abbastanza utilizzati da persone che si dilettano di trading online, questo sì. Ma, scusate, a voi interessa il trading online? Ripeto: siete interessati al trading online con derivati cartolarizzati? Really?

Tempo di chiudere. A voi il giudizio sui certificates: sappiate che abbiamo di fronte dei titoli strutturati, dei derivati cartolarizzati che fanno assumere rischi di mercato non proprio lineari, con modalità e in quantità non sempre chiare ai risparmiatori, esponendosi al rischio di default della banca che li emette, e magari con costi elevati.

Cosa dite, ce ne facciamo dare un chilo o due? O anche no?

 


Scritto da

Ha solcato i mari della finanza in lungo e in largo, su imbarcazioni piccole e grandi, con i mercati in tempesta oppure cavalcando grandi onde d’ottimismo. Da anni soffre di contorcimenti interiori che lo turbano nel profondo, e questo non solo per gli eccessi di frutti di mare, bensì per come vengono trattati i risparmiatori e per le tristi condizioni in cui versa l’industria che li dovrebbe gestire. E allora Jack Sparrow invoca l’ammutinamento! Basta con prodotti finanziari che fanno solo il gioco di chi li vende, basta con portafogli di risparmio che cozzano contro il buon senso! Entra nella ciurma di Jack e segui i suoi consigli per trasformare il tuo disagio in qualcosa di utile per i tuoi risparmi.

Ultimi commenti
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    davvero un post esemplare. Alla faccia di tutte le banche e teleimbonitori che cercano di piazzargli ogni dove…

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      Concordo!! Complimenti come sempre al nostro pirata Jack 😀

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    Ottimo articolo che evidenzia tutti i problemi sottostanti il mondo dei certificati … peccato, però, che dimentichi di elencarne i pregi, che pure ci sono. Primo, ed impagabile pregio, il loro trattamento fiscale assolutamente privilegiato. Solo per questo, se devo acquistare un fondo o un ETF che investe su di un’indice (es Eurostoxx 50) preferisco prendere il medesimo indice sotto la forma di certificato benchmark (lascio all’ottimo Jack l’onore/onere di spiegare perché). Certo, se l’emittente fallisce si perde il capitale investito … come, peraltro, con gli ETC. Si è parlato di Bonus e ci si è chiesti perché acquistarli al posto dei titoli sottostanti, omettendo che un investitore potrebbe avere una vision neutrale o leggermente ribassista sul mercato e voler guadagnare ugualmente, proteggendo il capitale fino a ribassi del sottostante che si ritiene poco probabile raggiungere. Con questo non voglio dire che i certificati non siano strumenti molto molto complessi, anzi, ma di qui far apparire che abbiano solo svantaggi rispetto ad altri strumenti di investimento ce ne corre. Mi fermo quì. P.S.1 non ho conflitti di interesse essendo solo un piccolo investitore che utilizza anche i certificati, principalmente per i loro aspetti fiscali. P.S.2 quando si farà lobby per convincere la politica a modificare l’iniqua tassazione sugli strumenti di risparmio gestito (con cosa compenso le minus che mi ritrovo ad aver maturato)?

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    Sono d’accordo con Carmine di Maio, bell’elenco dei rischi legati ai certificati, che sono giusti, anche se di emittenti di certificati per ora falliti non c’è traccia… Si capisce il il fantomatico Jack Sparrow non conosca bene tali strumenti che certo vanno usati con accortezza. Alcuni altri vantaggi legati ai certificati, oltre al trattamento fiscale, sono la possibilità che questi strumenti offrono di veder remunerata la correlazione tra strumenti finanziari sottostanti, mi rendo conto di essere tecnico nel dire questo, ma invito Jack a studiare un poco di più per capire di cosa scrivo; altro vantaggio è la possibilità di avere payoff molto migliori e a miglior prezzo rispetto alle opzioni o i futures, quindi demonizzarli così senza spiegarne anche i pregi non ha senso.
    Per i costi dipende molto dal certificato emesso, è vero manca trasparenza, ma se sei tu a fare questi certificati potresti anche poter comprare un basket di titoli azionari ad un valore di 100, proprio a 100 e quindi con enormi vantaggi anche rispetto agli ETF, che come ricorda giustamente Carmine, incorporano a loro volta il rischio emittente e spesso anche il rischio derivati o swap se non sono fisici.
    Daniele Bernardi

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    Jack, mi piaci: parli in negativo, voce nel deserto dei rumoreggianti “banchieri famigliari”. Questi “bravi” parlano in positivo minimizzando i rischi ! Giustificazioni tecniche a parte, chiarisci che il parco buoi viene illuso di essere marinaio navigato, ma altro non resta che ciurma: non sa, non capisce come si conduce la barca dei suoi risparmi, né sa dove va, né tantomeno come andarci (ottimo il grafico).Si affida in piena fiducia a un “capitano di lungo corso: lui sa.”
    In pieno conflitto di interessi, questi si accaparra subito laute e sicure provvigioni lasciando all’amico cliente tutto il carico del rischio abbagliato dal facile guadagno prospettato.
    Jack, questo mozzo ti chiede di concedergli di prendere a calci in culo la maggior parte degli “amici” consulenti, cinici traditori della fiducia, da me incontrati.

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    Salve, la mia banca mi ha proposto di investire in certificaters per abbattere del minus pregresso.. Non mi sento a mio agio con questi strumenti, non mi piace come sono costruiti, la principale motivazione per l’uso sembrerebbe proprio per il trattamento fiscale.. Strumenti complessi, da specialisti. Inoltre il mio consulente ha fatto notare come “la domanda sia forte”.. altro plus.. la “rarità”.. (di azioni o etf, ne posso comprare quando e quante ne voglio). Penso sia opportuno abbattere la minus concentrandosi sui propri investimenti e come regola AUREA MAI vendere nei momenti di crisi (ma comperare) e MAI comperare al top (ma vendere)

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