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Eltif pronti al decollo? Ecco 4 idee per il rilancio

Avevamo lasciato il discorso sugli Eltif – gli European Long Term Investment Fund – in attesa di un via libera della Commissione Europea per autorizzarne il regime fiscale agevolato.

Nel frattempo, il Decreto Rilancio approvato a maggio 2020 ha aggirato l’ostacolo con l’introduzione dei Pir Alternativi (ne abbiamo parlato qui): così come i loro cugini tradizionali, si tratta di “contenitori” in cui possono rientrare vari strumenti, ma gli “alternativi”, per le loro caratteristiche – sono meno liquidi, più rischiosi e con soglie di accesso più elevate – si prestano prevalentemente a uno sviluppo tramite oicr chiusi: fondi d’investimento alternativi di private equity, di private debt o, appunto, Eltif.

Significa che un Eltif, se declinato nella forma del Pir alternativo, può beneficiare delle agevolazioni previste per i Pir: esenzione dalle imposte sui redditi da capitale e sui redditi diversi derivanti da investimenti in quote di Eltif ed esenzione dalle imposte di successione – a patto però di detenere lo strumento per almeno 5 anni (del resto lo dice anche il nome che si tratta di strumenti a lungo termine). In più, c’è un credito di imposta in caso di minusvalenze fino al 20% per gli investimenti fatti nel 2021.

 

Ma facciamo un brevissimo ripasso: cosa sono gli Eltif?

Istituiti nel 2015 a livello europeo e recepiti nell’ordinamento italiano nel 2018, gli Eltif sono fondi alternativi chiusi, pensati per incentivare l’investimento a lungo termine nelle piccole e medie imprese europee e, più in generale, in attività dell’economia reale (per esempio, in progetti infrastrutturali).

Proprio come i Pir alternativi, rientrano nella sfera degli investimenti illiquidi, ossia quelli per i quali, spiega la Consob, “sussistono difficoltà di smobilizzo entro un lasso di tempo ragionevole”. Proprio per questo motivo non sono adatti a tutti i tipi di investitori.

 

Gli Eltif non sono riusciti a fare breccia nel cuore degli investitori

Per dirla con le parole di Assogestioni, è mancata la scintilla. Stando alle rilevazioni di Efama, a livello europeo sono stati istituiti finora meno di 30 Eltif, con masse in gestione mediamente inferiori a due miliardi di euro. Non un successone, insomma.

Eppure, secondo un recente studio di Aipb (Associazione italiana private banking) in collaborazione con Strategy& (Network PcW), il 50% degli operatori considera l’evoluzione della gamma verso i prodotti illiquidi una priorità alta nei prossimi tre anni.

L’interesse dunque non manca, ma qualcosa deve cambiare: ecco perché la Commissione europea ha restituito la parola al mercato, avviando una consultazione pubblica sulla revisione del quadro normativo Eltif che si è chiusa lo scorso 1° febbraio.

Sulla base dei risultati del sondaggio e di una valutazione dell’impatto, entro il terzo trimestre del 2021 la Commissione adotterà una proposta di revisione del regolamento Eltif.

 

 

Quattro idee per il rilancio

Assogestioni, l’associazione italiana del risparmio gestito, ha risposto alla consultazione, suggerendo quattro idee per il rilancio degli Eltif (qui invece trovate quelle suggerite dall’associazione europea del risparmio gestito, Efama, che torna a insistere sul tema della fiscalità degli Eltif): spaziano dalla liquidità ai rimborsi, passando per informativa e le regole sulla distribuzione. Vediamole insieme.

  • Rendere più liquido il portafoglio
    Pur preservando le caratteristiche di investimento illiquido a lungo termine proprie degli Eltif, Assogestioni suggerisce di allentare un po’ le maglie. Come? Per esempio, ampliando la gamma di fondi alternativi chiusi in cui un Eltif può investire (ad oggi sono solo altri Eltif, fondi europei per il venture capital ed European Social Entrepreneurship Fund) e permettendo alle sgr di istituire fondi di fondi, rimuovendo la limitazione della possibilità di investire in altri Fia chiusi. L’Associazione propone poi di alzare il limite dell’investimento in quote o azioni di un singolo Fia dal 10% al 20% e di consentire agli Eltif di investire in cartolarizzazioni di attività di investimento ammissibili. Infine, sempre per aumentare il grado di liquidità dello strumento, l’associazione propone di aumentare al 40% il limite di investimento nelle attività che ricadono sotto l’ombrello Ucits.
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  • Migliorare le strategie d’investimento
    Tra le idee principali per farlo, Assogestioni propone di aumentare la soglia di capitalizzazione di mercato massima che definisce una “impresa di portafoglio ammissibile” da 500 milioni di euro a 1 miliardo; esplicitare la possibilità dell’Eltif non solo di erogare finanziamenti, ma anche di acquistare crediti; introdurre una definizione più precisa di “attività reali”, per chiarire quando sono consentiti gli investimenti in immobili commerciali o residenziali; chiarire cosa si intende per “vantaggio dell’economia europea” per facilitare la definizione della quota minima da investire in attività con sede negli Stati membri dell’Ue (e quella investibile in Paesi terzi); chiarire la disciplina per la prevenzione dei conflitti d’interesse.
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  • Rendere più flessibili le politiche di rimborso
    Sempre senza voler snaturare gli Eltif, Assogestioni propone di semplificare le politiche di rimborso di questi strumenti. In particolare, l’importo complessivo dei rimborsi entro un determinato periodo potrebbe comprendere anche le attività liquidate prima della fine della vita del fondo e non solo una percentuale delle attività liquide dell’Eltif.
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  • Semplificare l’informativa e uniformare la distribuzione
    Assogestioni insiste infine sulla semplificazione dell’informativa agli investitori. In quest’ottica, il prospetto degli Eltif dovrebbe contenere – oltre alle informazioni già previste dalla disciplina AIFMD – quelle aggiuntive e specifiche sull’Eltif, con l’idea di commercializzare il prodotto agli investitori non professionali, senza necessità di predisporre ulteriori documenti d’offerta. In merito alla valutazione di adeguatezza degli investitori al dettaglio, Assogestioni sostiene che il regolamento Eltif dovrebbe allinearsi ai requisiti della MiFID II, anche mediante un semplice riferimento diretto alla relativa disciplina.

 


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