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Afghanistan: il vero nemico dei Talebani è la liquidità

Giusto poche ore fa, abbiamo visto i Talebani festeggiare il primo giorno di controllo pieno ed esclusivo dell’Afghanistan dopo il completamento del ritiro degli States dal Paese. “È un giorno storico”, ha detto il loro portavoce Zabihullah Mujahid riferendosi al primo settembre 2021.

E mentre l’opinione pubblica occidentale s’interroga – giustamente – sul destino delle donne afghane, degli oppositori dei Talebani e delle centinaia di persone che si accalcavano all’aeroporto di Kabul all’indomani dell’entrata dei nuovi governanti nella capitale, noi ci chiediamo anche un’altra cosa.

Ovvero, cosa ne sarà di un’economia povera, molto dipendente dall’estero, che rischia di finire risucchiata dal Maelstrom dell’iperinflazione, tra deprezzamento della valuta e fiammata dei prezzi dei beni alimentari e non solo?

 

Afghanistan, riassunto degli ultimi 40 anni (circa)

Da dove iniziare? Da un film: si intitola “La guerra di Charlie Wilson”, è del 2007, ha tra i suoi protagonisti Tom Hanks e Julia Roberts e in pratica racconta di quando, tra il 1979 e il 1989, gli Stati Uniti aiutarono più o meno sottobanco i cosiddetti “mujaheddin” – i guerriglieri di ispirazione islamica – a combattere contro l’occupazione sovietica del Paese.

Il film si conclude con la sconfitta dei sovietici e il loro ritiro. Vittoria, dunque? Nì: Charlie ritiene che il lavoro nel Paese debba continuare, con un importante contributo alla ricostruzione – anche scolastica – per sottrarre forza e risorse alle frange più estreme della guerriglia che si sono rafforzare nei 10 anni di guerra antisovietica anche grazie al supporto non indifferente degli States. Ma le sue proposte non vengono accolte.

Quel che accade dopo i titoli di coda lo possiamo oggi leggere sui libri di storia: un quinquennio di lotte tra fazioni, a seguito del quale vanno su i Talebani per altri cinque anni. Chi sono i Talebani? Letteralmente, studenti: sono giovani afghani che hanno studiato nelle scuole coraniche del confinante Pakistan e che hanno maturato convinzioni religiose abbastanza fondamentaliste.

Nel 2001 cadono le Torri Gemelle, le indagini portano a individuare in Osama bin Laden l’ideatore del tremendo attacco, i Talebani si rifiutano di consegnarlo e gli Stati Uniti decidono di invadere il Paese onde eradicare al-Qaeda – movimento responsabile del crollo delle due Torri, allora guidato per l’appunto da bin Laden – dal territorio.

Hanno così inizio 20 anni complicatissimi in Medioriente e Asia Centrale, sui quali non ci soffermiamo per brevità e perché non ne abbiamo i titoli1.

 

L’accordo dello scorso anno con gli Stati Uniti

Il 29 febbraio 2020 (sotto la presidenza Trump), a Doha, in Qatar, Talebani da una parte e Stati Uniti dall’altra concludono un accordo che prevede di mettere fine al conflitto in Afghanistan con il totale ritiro delle forze armate statunitensi entro il 31 agosto 2021 (sotto la presidenza Biden).

E arriviamo ai giorni nostri: prende il via il ritiro USA dal territorio e i Talebani – ridotti a controllare poche aree del Paese – si riprendono l’Afghanistan pezzo per pezzo, facendo il loro ingresso a Kabul domenica 15 agosto e proclamando la (ri)nascita dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Ashraf Ghani, ex presidente dell’ormai ex Repubblica Islamica di Afghanistan, si dà alla fuga, molti afghani tentano di fare altrettanto.

Via gli occidentali, il primo settembre 2021 gli “studenti” festeggiano il loro ritorno dalla lotta sul territorio al governo del Paese.

 

 

Chi (e cosa) ha finanziato i Talebani?

Il Times of India scrive che, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, i finanziamenti ai Talebani sono arrivati finora da attività per lo più criminali come il traffico di droga, la produzione di papaveri di oppio, l’estorsione, i rapimenti per riscatto e lo sfruttamento dei giacimenti di minerali. Le stime parlano di ritorni legati a queste attività tra i 300 milioni e gli 1,6 miliardi di dollari all’anno2.

Non solo: sempre secondo l’organo di stampa, i Talebani si sono finanziati tassando, nelle aree del Paese sotto il loro controllo, persone e industrie che ricevevano finanziamenti internazionali, oltre ai raccolti e ai patrimoni. In ultimo, non sono loro mancate le donazioni da parte di privati e istituzioni internazionali in giro per il mondo, ma principalmente dai Paesi dell’area del Golfo Persico.

Eppure, allargando il perimetro dalle poche aree controllate fino a non molto tempo fa all’intero Paese, questo potrebbe non bastare.
 

Afghanistan, gli altri numeri dell’economia

L’Afghanistan di oggi – frutto di due decenni di presenza occidentale sul territorio – dipende pesantemente dal dollaro, che negli ultimi vent’anni ha coperto tre quarti delle spese governative, come sottolinea il Los Angeles Times3. L’afflusso di denaro appare oggi più che mai in bilico, per una serie di ragioni.

Innanzitutto, come molti Paesi in via di sviluppo, l’Afghanistan detiene una parte delle sue sostanze all’estero. Il 18 agosto, il governatore (lo risulta ancora mentre scriviamo questo post, poi chissà) della DAB, la banca centrale afghana, Ajmal Ahmad ha chiarito in un thread su Twitter “la posizione delle riserve internazionali della DAB (Banca Centrale dell’Afghanistan)”.

In primo luogo, spiegava, “le riserve totali della DAB ammontavano a circa 9 miliardi di dollari la scorsa settimana. Ciò, però, non vuol dire che la DAB abbia 9 miliardi di dollari fisicamente nel suo caveau. Secondo gli standard internazionali, la maggior parte delle attività sono detenute in beni sicuri e liquidi come i Treasuries e l’oro”.

Di questi 9 miliardi, secondo il thread di Ahmad, 7 erano presso la Federal Reserve e 1,3 presso conti internazionali.

Fin qui, in patrimonio, che – per lo meno, nella quota non indifferente detenuta negli USA – è al momento congelato. Poi ci sono i finanziamenti: ma i governi europei hanno sospeso gli aiuti allo sviluppo, e il Fondo Monetario Internazionale ha bloccato l’accesso ai diritti speciali di prelievo dell’Afghanistan. Insomma, se già prima della loro “reconquista” il Paese era in affanno, figuriamoci ora.

Ma qualcosa sarà pur rimasto nel caveau della DAB, o no? Certo: secondo varie fonti di stampa, ben 159.600 dollari in lingotti d’oro e monete d’argento. Non una gran cifra. E intanto l’intero Paese rischia una crisi di liquidità, con le rimesse degli emigrati bloccate anche loro.

I flussi di denaro verso il Paese ripartiranno? Sì, se chi li eroga riuscirà nella mission quasi impossible di convincere i Talebani a mantenere molte delle libertà introdotte negli ultimi 20 anni – specialmente in capo alle donne – e a contrastare la ricomparsa di gruppi terroristici come al-Qaeda.

Possibilità di rivolgersi a investitori privati? Alquanto scarse: difficilmente gli investitori occidentali ignoreranno la linea dei loro governi e le sanzioni da questi adottate, oltre naturalmente al sentire dell’opinione pubblica. Per questo i Talebani hanno già cominciato a cercare “amici” altrove.

 

I Talebani e la sfida degli investimenti esteri

Questo “altrove” ha un nome: si chiama Cina, ma anche Russia. A Pechino si respira un certo interesse per i depositi minerari afghani. L’approccio è molto “laico”, qui come a Mosca gli scrupoli sulle libertà personali non sono forti come in Occidente. Ma, in generale, l’instabilità è un fattore respingente per qualunque potenziale investitore, sia esso pubblico o privato, a Occidente come a Oriente.

E poi ok i giacimenti, ma per estrarre ricchezza mineraria servono anche infrastrutture: reti di trasporto, per dirne una. La sensazione, in sostanza, è che al momento la Cina piaccia ai Talebani molto più di quanto l’Afghanistan piaccia alla Cina, che per i suoi progetti più o meno ambiziosi ha altri Paesi in via di sviluppo ai quali rivolgersi.

Da parte sua, la Russia non è che brilli per assistenza allo sviluppo dei Paesi più poveri.

Insomma, va bene il fondamentalismo religioso (anzi no, non va bene, ma così è), però occorre anche essere pratici. E dimostrare agli afghani e al mondo che, oltre a seguire i principi dell’Islam, si è anche in grado di pagare i dipendenti pubblici, acquistare il carburante, amministrare correttamente l’ordine pubblico e la sanità e far progredire un Paese, comunque, più moderno e diverso da quello che il gruppo ha governato per la prima volta tra il 1996 e il 2001. Inshallah.
 



1. Gli esperti di geopolitica che ci leggono e che volessero rettificare la nostra estrema sintesi degli eventi ci scrivano pure nei commenti, a beneficio degli altri nostri lettori e lettrici. Noi li ringraziamo fin d’ora.
2. La sfida maggiore per i Talebani
3. Collasso finanziario in agguato?

 

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Ultimi commenti
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    Se gli Organi di stampa italiani e gli stessi Giornalisti inviati “sul campo” volessero fare informazione, ci riferirebbero sull’approvigionamento di acqua minerale, sulle linee di rifornimento, sulla valuta e le carte di credito (i pos) nei mercati; sui pezzi di ricambio per automobili, Ape (Piaggio), e camion. Si vedono sportelli per trasferimento di somme (rimesse dagli Emigrati) nei circuiti non bancari. Le nostre “penne” non hanno niente da dirci ?

    • Maria Paulucci

      Buongiorno Danilo,
      noi abbiamo fatto un giro tra i media internazionali, ma le segnalo che per le questioni geopolitiche una lettura di sicuro interesse è il sito dell’ISPI (che citiamo spesso, infatti).
      Se ci capiterà di imbatterci in qualche articolo interessante sulla nostra stampa nazionale (di sicuro non ne mancano), vedremo di segnalarne il link qui sotto, a vantaggio di tutti i nostri lettori e lettrici.
      Intanto grazie e buona giornata!
      Maria

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