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Draghi se ne va: quale futuro per l’economia monetaria europea?

Cosa aspettarsi dal nuovo corso alla presidenza della Banca Centrale Europea?

È arrivato il momento “drexit”: Mario Draghi sta per abbandonare il timone della Banca Centrale Europea. Il suo “whatever it takes” lascerà un segno indelebile nella storia economica europea, tant’è che numerosi economisti e leader politici lo salutano come uno dei banchieri centrali più brillanti della sua generazione: il quotidiano francese “Le Monde” lo ha definito addirittura come “il salvatore dell’euro”.

Il suo Quantitative Easing1 ha rivoluzionato la politica monetaria europea, immettendo nel sistema circa 2.600 miliardi di euro, pari a quasi il 20% del PIL dell’UE. Inoltre, grazie alle sue politiche accomodanti e coraggiose- contro molti falchi nordeuropei- ha aiutato l’Eurozona ad affrontare la crisi del debito e a stabilizzare i mercati obbligazionari periferici (Italia su tutti).

Ora però il governatore si appresta a formalizzare il passaggio di consegne con l’ex Presidente dell’FMI Christine Lagarde nella giornata di oggi, 28 ottobre, data di pubblicazione di questo post. Come cambierà la politica monetaria europea con la francese al comando? Condivisione dei rischi, inclusione, semplificazione delle regole e una nuova visione green dell’economia. Questa è la direzione che Christine sembra voler prendere.

 

Chi è Christine Lagarde

Parigina, vegetariana, esperta nuotatrice e un brillante curriculum da avvocato: Christine Madeleine Odette Lallouette (Lagarde è il cognome del marito da cui ora è divorziata) ha iniziato nel 2005 la sua carriera politica nel centrodestra francese. È la donna dei primati: prima rappresentante femminile a essere nominata ministro delle Finanze di uno dei Paesi del G8, prima donna a essere nominata direttrice del Fondo Monetario Internazionale nel 2011 e ora prima donna a diventare presidente della BCE.

Quando lo scorso settembre il Financial Times le chiese se fosse interessata a una nomina come presidente della Banca Centrale Europea, Christine rispose: «No, no, no, no, no». Ma, a un anno di distanza, i capi di stato e di governo europei hanno scelto proprio lei. Perché? Non è un’economista e non è mai stata presidente di una banca centrale nazionale, ma durante gli anni alla presidenza del FMI ha dimostrato una spiccata capacità nel riuscire a portare dalla sua parte anche le posizioni più lontane: una campionessa non solo di nuoto, ma anche di diplomazia. Ed è forse questo uno dei motivi principali per cui è stata scelta. L’eredità del “whatever it takes” è ancora difficile da mandar giù per molti e c’è tutto un fronte che spinge per abbattere il «sistema Draghi» e che l’aspetta al varco.

 

Gli anni al Fondo Monetario Internazionale

Anche se politicamente appartenente all’ala di centrodestra, Lagarde non è un “falco”, ovvero una rigida sostenitrice della disciplina fiscale e monetaria a tutti i costi. Durante i suoi anni di presidenza, si è infatti dimostrata molto flessibile, consigliando spesso ai banchieri centrali di adottare misure espansive per sostenere la crescita economica. Durante la crisi finanziaria del 2008, Lagarde ha sempre sostenuto politiche monetarie fortemente espansive che promuovessero l’economia e l’inflazione durante il percorso di austerità sulle politiche fiscali nazionali e sui debiti nazionali. Molti la ricordano per la sua rigidità verso i conti pubblici greci, ma, nella realtà, l’FMI è spesso stato considerato tra i meno severi e più comprensivi nei confronti dei conti ellenici, almeno se paragonato alla BCE e agli altri paesi europei. Tant’è che perfino l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis – uomo estremamente critico con l’establishment europeo – descrisse Christine Lagarde come una figura positiva, dal grande talento politico e capace di raggiungere compromessi e farsi ben volere anche dai suoi avversari.

 

 

Le politiche accomodanti continueranno

La rotta che Lagarde sembra voler perseguire segue fedelmente il percorso tracciato dal suo predecessore: negli ultimi 8 anni Lagarde ha infatti sempre appoggiato le politiche accomodanti dell’Eurotower. Ed è per questo che non si aspettano dalla presidente entrante inversioni di rotta per quanto riguarda le politiche monetarie messe in atto da Draghi. D’altronde Lagarde non potrà che mettere in atto le politiche accomodanti dell’ex governatore italiano, le quali andranno avanti almeno fino al 2022 e oltre.

Detto questo, bisogna sottolineare che molti banchieri europei hanno iniziato a storcere il naso davanti al rinnovo del bazooka “draghiano”, soprattutto rispetto ai tagli dei tassi d’interesse sui depositi bancari. È però tutto da vedere se la Lagarde vorrà assecondare in futuro le richieste dei falchi. Quello che è sicuro è che è difficile ipotizzare a breve un aumento del QE, attualmente di 20 miliardi al mese, magari per favorire le nazioni più in difficoltà come l’Italia.

 

Un ulteriore sforbiciata ai tassi d’interesse sui depositi delle banche?

Per quanto riguarda la possibilità di un ulteriore taglio sui tassi d’interesse, Lagarde ha già dichiarato che “c’è ancora spazio per abbassare i tassi di interesse sui depositi presso la BCE” aggiungendo che “c’è un limite su quanto lontano e quanto ancora si può andare in territorio negativo, per ora, quel fondo non lo abbiamo ancora toccato”. Dichiarazioni che lasciano supporre che non è escluso, in caso di gravi minacce di recessione e di ulteriori crisi del settore manifatturiero europeo, che l’ex FMI possa decidere di tagliare ulteriormente i tassi attuali. Starà a lei mediare con i falchi.

 

L’obiettivo di unione fiscale e di un budget comune per l’Europa

In una recente intervista al Financial Times Lagarde ha dichiarato l’obiettivo di dotare l’Unione di un bilancio comune. Aggiungendo che senza una significativa politica fiscale per l’intera zona euro, questa Unione rimarrebbe una costruzione troppo fragile. Nei prossimi otto anni, Lagarde dovrà quindi convincere i leader più contrari ad agire sulla politica fiscale, andando verso regole di bilancio meno stringenti e un unione bancaria tra gli Stati.

La neo presidente ha anche aperto la strada ad una revisione delle regole del Patto di Stabilità, convinta che vadano semplificate e accompagnate appunto da uno strumento di bilancio comune che abbia funzione di stabilizzazione. Un progetto che è già in fase di ideazione: la cancelliera Merkel e il presidente francese Macron hanno già raggiunto l’accordo sulla proposta di un budget comune per i paesi dell’Eurozona in modo da ridurre le differenze tra le economie nazionali. Il meccanismo dovrebbe servire, ad esempio, a stimolare investimenti in regioni strutturalmente deboli che però rispettano le regole della ‘governance’ economica, comprese quelle di bilancio.

In programma c’è anche una svolta green: si va infatti verso la creazione un fondo destinato a fronteggiare l’emergenza climatica, con un budget che potrà ricorrere al debito, garantito dall’Unione, per investimenti legati alla riconversione industriale e del consumo che il cambiamento climatico impone.

 

Come si sono mossi i mercati

Nel giorno dell’ultima riunione presieduta da Draghi, gli indici europei hanno dato segnali di crescita: Milano è salita dello 0,6%, Parigi dello 0,6%, Francoforte dello 0,8% e Londra dello 0,14%. L’euro è arretrato sul dollaro, con il cambio a 1,095 dopo aver toccato un rialzo a 1,115 in corrispondenza delle parole di Draghi secondo il quale le minori probabilità di una hard Brexit hanno consentito un miglioramento della situazione della zona euro. Anche l’indice Eurostoxx (+0,5%) è salito sui massimi da giugno 2018.

Manca circa un anno al momento in cui la BCE non avrà più Bund da comprare. Per ora al posto di un “whatever it takes” ci si attende un «wait and see» per i primi mesi di presidenza. Poi, però, Christine dovrà dimostrare da che parte sta realmente.

 



1 – #ABCFinanza: che cos’è il Quantitative Easing?

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