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Non solo Argentina: vent’anni di default in America Latina

La storia dell’America Latina è costellata di golpe politici, crisi finanziarie e problemi con i creditori. Il default dell’Argentina di questi giorni è solo l’ultimo di una lunga serie di crisi del debito che hanno interessato i Paesi del Sud e Centroamerica.

Ripassiamole insieme, perché riconoscere alcuni cicli vichiani è piuttosto istruttivo, soprattutto per i fan italiani del “modello argentino” – a proposito, dove sono andati a finire?
 

Tequila crisis – dicembre 1994

Nella prima metà degli anni ’90, l’economia messicana sembra godere di ottima salute. Ma un incremento dei tassi d’interesse negli USA provocò il crollo del peso messicano (legato al dollaro), che a sua volta scatenò la tristemente classica fuga di capitali all’estero. Per ostacolarla, la banca centrale alzò i tassi d’interesse, stroncando l’economia. Il Messico rischiò di non rimborsare $30 miliardi di debito, ma evitò il fallimento grazie ad un bailout pilotato dagli USA. Nel salvataggio furono coinvolti il FMI, altri Paesi del G7 e la Bank for International Settlements.
Il PIL del Messico tornerà ai livelli pre-crisi solo nel 1999.
 

Crisi dell’Ecuador – agosto 1999

La caduta del prezzo del petrolio mise in  crisi l’Ecuador: molte banche fallirono, facendo collassare il sistema bancario ecuadoregno; la divisa si deprezzò pesantemente e l’Ecuador non rimborsò circa $6,6 miliardi di debito, che fu poi sottoposto a una drastica ristrutturazione. Il Paese sperimentò l’iperinflazione, il congelamento dei depositi (molti depositanti rivedranno i loro soldi, erosi dall’inflazione, solo anni dopo), e l’inevitabile aumento della disoccupazione.
 

I Brady bond peruviani – settembre 2000

Il Perù tentò di rinegoziare dei prestiti con Elliott Management Corp (…sì, sempre loro, gli stessi dell’ultimo default dell’Argentina) che, grazie ad un’ingiunzione del tribunale, bloccò $80 milioni destinati a ripagare i Brady bond.  Fu quindi default. Il Perù, al termine del periodo di grazia, si trovò a pagare $58 milioni a Elliott Management Corp., dopo una complessa trattativa.
Ricorda qualcosa?

 

Il “corallito” argentino – novembre 2001

Aver ancorato il peso al dollaro USA si rivelò una misura troppo severa per l’economia argentina, che non riuscì a ripagare $95 miliardi di debito. Il Governo, per evitare fughe di capitale, congelò i risparmi sui conti correnti, una misura estrema che passò alla storia come il “corralito”.

Successivamente, i depositi in dollari vennero forzosamente convertiti in pesos, tramutandoli de facto in carta straccia a causa del crollo della divisa. Moltissime aziende, trovandosi con gli attivi in pesos e i debiti in dollari USA, fallirono. Il panico si diffuse, i disordini sociali anche (una trentina di persone morirono durante episodi di violenza). Seguirà una durissima recessione, la peggiore della storia dell’Argentina, con pesanti impatti sui cittadini.

 

 

La ristrutturazione del debito dell’Uruguay – aprile 2003

L’economia dell’Uruguay fu indebolita dalla crisi della vicina Argentina, con la quale ha da sempre intensi legami.  Il peso andò in caduta libera mentre il sistema bancario fu colpito dalla fuga di capitali, e l’Uruguay si rivelò incapace di ripagare il suo debito. Il Paese fu costretto a ristrutturare circa $5 miliardi di obbligazioni negoziando con i creditori.
 

Grenada fa bada-buuum! – dicembre 2004

Dopo i gravi danni economici (pari al 200% del PIL) provocati dall’uragano Ivan, il Governo di Grenada dichiarò insostenibile il debito pubblico: fu default. Saranno poi ristrutturati $200 milioni di debito.
 

Il default della Repubblica Dominicana – aprile 2005

Il Governo dell’assolata Repubblica Dominicana, gravato da debiti derivanti dal salvataggio del Banco Intercontinental, fu costretto al famigerato “Chapter 11”, cioè il default, dovendo posticipare il rimborso di $1,1 miliardi di debito ai suoi creditori.
 

Il secondo default dell’Ecuador – novembre 2008

A nemmeno dieci anni di distanza dalla precedente crisi, l’Ecuador, nel tentativo di ristrutturare in modo più favorevole il debito pubblico, si rifiutò (pur avendo a disposizione il denaro) di pagare le cedole agli obbligazionisti. Il Presidente Rafael Correa definì “illegali”  alcune obbligazioni in scadenza nel 2030, così da poter giustificare il mancato pagamento di cedole e capitale. La vicenda si concluse nel 2009 con un haircut del 65% sul valore nominale dei bond – in sostanza, gli obbligazionisti rivedranno solo il 35% del capitale investito.
Successivamente l’Ecuador riacquistò (con un buyback) oltre il 90% dei titoli oggetto del default.
 

La crisi giamaicana – febbraio 2010

L’economia caraibica, indebolita dalla bassa crescita economica globale che danneggiava il turismo, decise di ristrutturare il debito (seguendo la ricetta classica di ridurre i tassi cedolari e allungare le scadenze). La quasi totalità dei creditori accettò. Forse per questa ragione, nel 2013, la Giamaica ripetè il giochetto, estendendo ancora la scadenza del debito.
 

Il “superbond” del Belize – settembre 2012

Il Primo Ministro del Belize Dean Barrow fu rieletto per la seconda volta nel 2012 grazie ad una particolare promessa: quella di ristrutturare il “superbond” da $547 milioni che gravava sulle spalle dei cittadini. Da vero uomo di parola, mantenne la promessa, disquisendo anche circa l’appropriato “stile di default” (del resto, siamo nel variopinto Sudamerica…). E così, il Paese con la seconda barriera corallina al mondo e un fantastico “Blue Hole”, si trovò a creare un altro genere di buco decidendo di non ripagare $23 milioni d’interessi sul famigerato “superbond”.
Si stima che i creditori abbiano perso il 35% del capitale.

 

 

Ancora l’Argentina, ancora  Elliott – luglio 2014

L’Argentina non raggiunge l’accordo con Elliott Management Corp. e altri hedge fund, usciti vittoriosi dalla lite giudiziaria con il Governo del Paese sudamericano. I crediti esigibili ammontavano a $1,5 miliardi. Finché non rimborsava gli hedge fund, l’Argentina non poteva pagare nemmeno gli altri creditori, e così “mancò” il pagamento di $539 milioni di interessi cedolari. Fu, come sapete, default (nonostante la fantasiosa opinione contraria del Presidente Cristina Fernandez de Kirchner, degna dell’immaginazione di Borges).
 

E Argentina 2020: default tecnico annunciato?

Dal 22 maggio 2020 l’Argentina è formalmente nuovamente in default tecnico, non avendo onorato il pagamento di una scadenza da 500 milioni di dollari ai suoi investitori. Per la nona volta nella sua storia, Buenos Aires va in default. Il Paese sta cercando di negoziare con i creditori interni, che hanno acquistato debito in pesos e con il Fondo monetario internazionale, che nel 2018 ha concesso al Paese il più grande prestito della sua storia, per 57 miliardi di dollari, di cui 44 già erogati. Molto probabilmente ci sarà una nuova estensione per il pagamento. Il governo di Buenos Aires lo comunicherà oggi alle autorità di borsa di New York.
 

Un bilancio delle crisi sudamericane: cosa succede agli obbligazionisti?

Quanto hanno recuperato i detentori di obbligazioni durante queste crisi? Storicamente, secondo uno studio di Moody’s, il valore medio del debito recuperato dai creditori nelle crisi debitorie nel mese successivo al default è stato pari a 54% utilizzando una media semplice e pari a 31%, utilizzando invece una media pesata. Non proprio da leccarsi le dita.

Come avete visto, le vicende debitorie dei Paesi latinoamericani si ripetono nel tempo, in modo circolare, come nella magica Macondo di Gabriel García Márquez.

Credo vi sarà chiaro perché sia saggio diversificare, evitando di concentrare i rischi su singoli emittenti, sebbene si tratti di Stati Sovrani.

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Ultimi commenti
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    Bellissimo articolo come sempre!

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    Speriamo non toccherà anche a Cile e Brasile..

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