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Università, ma quanto mi costi?

Quanto costa mantenere un figlio all'università?

Quanto vale oggi una laurea in Italia? Può dare davvero un vantaggio in termini di carriera e guadagno? E quanto pesa economicamente mandare un figlio all’università?

Sono tutte domande che difficilmente interessano a una coppia di neo genitori, alle prese con le ben più urgenti esigenze di un neonato. Eppure sarebbe importante porsi il problema fin da subito, in modo da avere un po’ di anni per potersi organizzare con investimenti ad hoc, utili a evitare di trovarsi a corto di risorse al momento fatidico della scelta.

Ma procediamo con ordine. Intanto, quanto conta davvero il famoso “pezzo di carta”? Tradotto: ha senso investire in un corso universitario, oppure le opportunità di trovare lavoro e di avere uno stipendio decente non cambiano poi tanto tra laureati e diplomati?

Stando all’ultima indagine di Almalaurea1 nel 2017 il 71% degli intervistati aveva trovato lavoro a un anno dalla laurea triennale e il 74% a un anno dal titolo magistrale. I primi guadagnavano in media 1.107 euro netti al mese, i secondi 1.153 – cifra che sale rispettivamente a 1.265 e a 1.311 euro netti al mese dopo tre anni dalla laurea.

Un altro studio, realizzato da JobPricing in collaborazione con Spring Professional (The Adecco Group), ha provato a raffrontare la retribuzione annua lorda (RAL) di laureati e non laureati: ne emerge in effetti una differenza significativa, soprattutto al crescere dell’età anagrafica.

 

Livello di istruzione RAL 2017
Laureati (triennali e magistrali) 39.730 €
Non laureati 27.849 €

 

La differenza media fra queste due categorie di lavoratori è di circa 11.900 euro annui (lordi). Ma la situazione cambia molto a seconda della fascia d’età considerata: la forbice tra le retribuzioni di laureati e non laureati è infatti molto sottile tra i 15 e i 24 anni, ma cresce già nella fascia 25-34 anni e aumenta sensibilmente dopo i 35 anni.

Questo perché i laureati non entrano stabilmente nel mercato del lavoro prima dei 25-26 anni, mentre chi ha un diploma o un titolo inferiore, a 24 anni ha già acquisito probabilmente un certo numero di anni di lavoro, con conseguenti scatti retributivi e contrattuali.

 

Istruzione/età 15-24 anni 25-34 anni 35-44 anni 45-54 anni
Laureati (triennali e magistrali) 24.510 € 30.489 € 39.029 € 49.427 €
Non laureati 22.451 € 24.963 € 27.656 € 29.652 €

 

Insomma, entrambe le ricerche parlano chiaro: una laurea può offrire un valido aiuto per collocarsi nel mondo del lavoro. Eppure al giorno d’oggi l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati: secondo recenti dati Istat2, nel 2016 solo poco più del 18% degli italiani tra i 25 e i 64 anni di età possedeva un titolo di laurea, rispetto a una media europea di oltre il 31%. La quota sale al 26,2% tra i 30-34enni, ma siamo comunque lontani dalla media Ue, pari al 39,1%.

 

Italia_Istat_Laurea | amCharts

 

I motivi di questa scarsa partecipazione alla formazione universitaria possono essere molto variegati. Quello che possiamo dire con certezza è che anche la questione economica ha un suo peso nella scelta.

 

Quanto costa mandare un figlio all’università?

Bella domanda. La verità è che dipende da una serie di fattori: tanto per cominciare l’importo delle rette universitarie varia molto a seconda dell’ateneo e del corso di studi, ma soprattutto a seconda della fascia di reddito.

Secondo gli ultimi dati di Federconsumatori3, il costo medio annuo delle tasse universitarie (attenzione: parliamo degli istituti pubblici) ammonta a 317 euro per chi ha un reddito familiare fino a 6mila euro (I fascia), mentre sale a 2.446 euro per i redditi superiori ai 30mila euro annui.

Naturalmente per gli istituti privati le rette salgono notevolmente – un esempio su tutti: alla Bocconi di Milano si viaggia tranquillamente sui 9mila euro annui per la quinta fascia di reddito – e anche questo va considerato.

C’è poi da valutare se lo studente vive a casa con i genitori, magari facendo il pendolare, oppure se decide di studiare da “fuori sede” (le stime parlano di circa 1 milione e mezzo di studenti universitari ogni anno in Italia, di cui oltre 600.000 fuori sede): in questo secondo caso bisogna considerare nel budget universitario anche le spese per l’affitto di una stanza e il costo della vita nella città in cui si trova l’ateneo scelto.

 

 

Proviamo a quantificare il sacrificio economico

Stando a una simulazione realizzata di recente dalla società di consulenza Consultique per L’Economia del Corriere, uno studente fuori sede che decide di frequentare il corso di economia alla Bocconi di Milano dovrà spendere quasi 100mila euro in cinque anni tra tasse, materiale didattico, trasporti, vitto e canone di locazione.

Scegliendo invece un ateneo pubblico, ad esempio La Sapienza di Roma, sempre da “fuori sede”, la spesa si ridurrebbe a circa la metà. Nel caso di una laurea breve conseguita nella propria città o da pendolare, senza prendere una stanza in affitto, si riuscirebbe infine a stare entro i 30 mila euro.

In ogni caso stiamo parlando di cifre significative per una famiglia, magari con più di un figlio da mandare all’università. Ecco perché diciamo che avrebbe senso iniziare a pensarci fin da quando il futuro studente è ancora un bebè: 18 anni sono un orizzonte di tempo ragionevole per un buon investimento mirato.

Vediamo con una simulazione quanto (e come) sarebbe opportuno accantonare in due diversi scenari:

  • Una famiglia di Roma con un reddito di 25mila euro annui (quarta fascia) e un figlio di due anni, nell’ipotesi che decida di frequentare l’Università La Sapienza di Roma rimanendo a vivere a casa di mamma e papà e fermandosi dopo la laurea triennale. (Spesa complessiva prevista intorno ai 25mila euro, orizzonte temporale: 16 anni).
  • Una famiglia di Palermo, con un reddito sopra i 40mila euro annui e un figlio neonato, nell’ipotesi che decida di frequentare da fuori sede la Bocconi di Milano per cinque anni (spesa complessiva prevista intorno ai 100mila euro, orizzonte temporale: 18 anni).

Un’opzione potrebbe essere quella di investire tramite un PAC, un piano di accumulo del capitale che, attraverso versamenti costanti, permetterebbe di raggiungere l’obiettivo prefissato senza dover ricorrere ad ingenti capitali di partenza.

In entrambi i casi ipotizzati siamo partiti da un capitale iniziale di 1000 euro, investiti in un “classico” fondo bilanciato (come potrebbe essere il nostro Portafoglio Figli) con un rendimento medio annuo del 5%, dato in linea con il dato medio storico di categoria.

Nel primo scenario, quello cioè della famiglia di Roma, per arrivare ad accantonare 25mila euro per tempo sarebbe necessario un versamento – oltre ai 1.000 euro iniziali – di 100 euro al mese: in questo modo si potrebbe ottenere un capitale di circa 26mila euro in 16 anni (tenendo conto dell’inflazione, ipotizzata al 2% annuo).

Nel secondo scenario invece l’impegno è chiaramente più gravoso: all’investimento iniziale di 1.000 euro andrebbero aggiunti infatti versamenti mensili di 400 euro: in questo modo si otterrebbe in 18 anni un capitale di 114mila euro circa.

Naturalmente si tratta solo di una simulazione, che va presa con le dovute cautele. Ma quello che conta, ai fini della nostra analisi, è il messaggio di fondo: iniziare a investire in anticipo e continuare a farlo con regolarità per un periodo prolungato di tempo, senza perdere di vista il proprio obiettivo, può davvero aiutarci a raggiungere risultati che, a prima vista, sembrerebbero impossibili.

 



1 – Indagine condizione occupazionale dei laureati – fonte: Almalaurea
2 – Livelli di istruzione della popolazione e ritorni occupazionali, fonte: ISTAT
3 – Rapporto sui costi degli atenei italiani, fonte: Federconsumatori

Scritto da

La scrittura è sempre stata la sua passione. Laureata in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi di Milano, è entrata nel mondo del giornalismo nel 2008 con uno stage in Reuters Italia e successivamente ha lavorato per l’agenzia di stampa Adnkronos e per il sito di Milano Finanza, dove ha iniziato a conoscere i meccanismi del web. All’inizio del 2011 è entrata in Blue Financial Communication, dove si è occupata dei contenuti del sito web Bluerating.com e ha scritto per il mensile Bluerating.

Ultimi commenti
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    Ottimo articolo tranne che nella conclusione. La scelta del PAC tracciata su statistiche storiche che sono statistica descrittiva proiettarle come previsioni è perlomeno un comportamento fideistico se non pieno di ubris. Pianificare la laurea dei figli deve essere un’operazione deterministica, forse per taluni anche con qualche grado di aleatorietà, ma non manifestamente un gioco di borsa. Chi ha una laurea in economia, un dottorato un’economista non può non negare (se non a fronte di compenso) che mercati assolutamente non liberi efficienti e concorrenziali sono un gioco per il sottoscrittore (giocato) quindi per l’universitario (che giocato non paga le tasse e quindi non si laurea).

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    E solo vero se uno contempla i grafici nella loro crescita estetica, se avessi raccolto i denari per mio figlio dai primi anni 90 e fosse iniziato a servirmi il capitale nel 2000 avrei perso soldi e non potendo così pagare le rette e gli affitti. La stessa cosa se avessi iniziato a farlo dai primi anni 2000 e mi fossero serviti negli anni successivi. Sono storie di vita reale e che back test catturano. Quindi vi sono casi non rari di danni, è opportuno saperlo, mi limiterei a pianificare il risparmio, non l’evidente scommessa. Anche per un ragazzo su 100 a cui dovesse andare male è meglio non avere la responsabilità di avergli rovinato il futuro su simulazioni ipotetiche.

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