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Asset allocation di febbraio: don’t panic!

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Le ottime performance del mese di gennaio avevano fatto ben sperare: il bull market degli ultimi anni sembrava destinato a continuare anche nel 2018. Tuttavia la realtà portata dal mese di febbraio è stata ben diversa. È bastata la prospettiva di una FED più restrittiva rispetto a quanto pronosticato, e una BCE sempre più vicina alla conclusione del tapering, per imporre un deciso “stop” al mercato. Infatti, da un punto di vista prettamente economico, su entrambe le sponde dell’oceano la macchina economica è saldamente ripartita:

  • gli Stati Uniti si trovano oramai in una fase di crescita consolidata, accompagnata anche dalla stabile ripresa dei salari e dell’inflazione;
  • nell’Eurozona invece la crescita del PIL a fine 2017 si è portata al 2,4%, mentre è l’inflazione a risultare ancora debole e lontana dal target della BCE.

Con queste premesse, le protagonisti principali dei mercati finanziari dell’ultimo decennio, le banche centrali, stanno rispettivamente aggiustando le loro “armi” di politica monetaria:

  • la FED, in pieno Quantitative Tightening, si appresta a proseguire – e anche accelerare – il ritmo di rialzo dei tassi in questo 2018. Infatti le recenti parole del neo Presidente Powell aprono ad uno scenario di quattro rialzi dei tassi, data la decisa crescita dell’indice dei prezzi degli ultimi mesi;
  • la BCE invece dallo scorso gennaio ha diminuito l’ammontare dei suoi acquisti mensili di obbligazioni, il cosiddetto tapering, da 60 a 30 miliardi, che si appresta a concludere nel prossimo settembre.

Venendo a mancare la costante e massiccia domanda di questi istituti, è atteso per il mercato finanziario un ritorno alla “normalità”: qualche correzione in più e (di conseguenza) una volatilità crescente.

Azionario

Nel mese di febbraio infatti tutti le principali piazze finanziarie (sia dei Paesi Sviluppati sia degli Emergenti) hanno chiuso in territorio negativo, perdendo gran parte delle performance registrate da inizio anno. Gli unici indici che resistono stoicamente sono il nostro Ftse Mib, supportato dell’effetto PIR, e quelli dei mercati emergenti.

È necessario comunque notare che la correzione delle ultime settimane ha portato anche dei benefici sui mercati azionari: infatti le perdite, che hanno colpito omogeneamente tutti i settori, hanno contribuito ad abbassare leggermente le valutazioni complessive del mercato, che rimangono comunque in equilibrio.

Obbligazionario

Le turbolenze si sono sentite anche sul mercato obbligazionario, seppur con effetti più limitati. Infatti se è vero che la volatilità è aumentata anche per questa asset class, è anche vero che – tra alti e bassi – i movimenti finali sono stati più che contenuti. Su tutti, lo spread tra il nostro titolo decennale e l’equivalente tedesco oggi viaggia intorno ai 135 – 140 punti, in linea con la media degli ultimi cinque anni. Nell’Eurozona i rendimenti dei Titoli di Stato si sono mossi all’unisono, riflettendo il lento venir meno della BCE. Analogo discorso negli Stati Uniti.

Valutario e materie prime

Volatilità anche sul mercato valutario: l’euro, contro il dollaro Usa, nelle ultime quattro settimane si è mosso nel range tra 1,25 e 1,21 dollari, chiudendo febbraio in calo del 2%. La fase di debolezza rimane anche per la valuta americana che analizzata contro un paniere di 10 altri valute (il Dollar Index) perde circa l’1%.

In rosso anche le principali materie prime. Su tutte, la performance peggiore è quella del petrolio: -4,3% nel mese di febbraio. Un calo dovuto alle classiche dinamiche di “domanda e offerta”: la produzione di shale oil americano continua a crescere. Una dinamica ben monitorata dall’OPEC che ha dichiarato di non escludere un ulteriore periodo di produzione a ritmi ridotti dell’oro nero.

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