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#ABCFinanza: cos’è una gestione patrimoniale?

Cosa si intende per gestione patrimoniale?

In linea di principio, la gestione patrimoniale è quando il cliente affida i suoi soldi a una banca o a una società di gestione conferendole il mandato di gestirlo nel quadro di una serie di sue indicazioni più o meno vincolanti. L’obiettivo, naturalmente, è quello di farlo fruttare.

Ne abbiamo già parlato in passato, in termini non sempre entusiastici1: oggi vediamo di riprendere il tema per fare il punto sulle caratteristiche – e i limiti – di questo strumento.

 

Qual è la differenza rispetto a un fondo comune?

Se nel fondo comune la gestione è collettiva, nella gestione patrimoniale essa è individuale: il cliente ha un conto a sé intestato e tutte le operazioni sono registrate a suo nome.

In linea di principio, nella gestione patrimoniale il risparmiatore dà sì un mandato al gestore, che sarà chiamato a decidere come e quando investire e disinvestire, ma sapendo che al contempo potrà fornirgli suggerimenti e indicazioni. Cosa che, sempre in linea di principio, personalizzerebbe la gestione.

Ancor più nel dettaglio, può capitare di sentir parlare di gestione patrimoniale mobiliare e di gestione patrimoniale in fondi: in cosa si distinguono? È presto detto:

  • la gestione patrimoniale mobiliare (anche nota come GPM) investe prevalentemente in azioni, obbligazioni ed ETF;
  • la gestione patrimoniale in fondi (conosciuta anche come GPF) punta invece sui fondi comuni.

 

 

Ma la gestione è veramente personalizzata?

Immaginate di andare dal sarto per farvi fare un completo su misura: siete disposti a pagare di più rispetto a quanto spendereste per un abito già pronto (e magari solo da ritoccare) perché, giustamente, vi aspettate che il sarto spenderà del tempo – impiegando tutta la sua competenza ed esperienza, oltre naturalmente ai materiali migliori – per creare un abito che indosserete solo voi e nessun altro.

Immaginate poi di scoprire che il sarto in questione, che ha preso tutte le misure per creare un abito solo per voi, in realtà ha un magazzino pieno di completi identici, che si limita a ritoccare per farli sembrare su misura. Però, alla resa dei conti, vi fa pagare il completo come se lo avesse realizzato dal nulla solo, soltanto ed esclusivamente per voi.

Con le gestioni patrimoniali, spesso e volentieri, va proprio così: ovvero, in teoria si tratta di soluzioni personalizzate, perfettamente ritagliate su misura dell’investitore e, come tali, tendenzialmente più costose di un fondo comune; in pratica, però, specialmente per la clientela con un patrimonio medio-piccolo, le gestioni patrimoniali sono standardizzate.

 

I maggiori costi? Non sono sempre giustificati

In altre parole, si basano su portafogli “modello”, uguali per tutti coloro che afferiscono a quella linea della gestione patrimoniale. Ecco allora che viene meno la fondamentale differenza con il fondo comune che abbiamo visto prima (gestione individuale vs. gestione collettiva). Ma la differenza nominale resta, così come i costi maggiori.

Non finisce qui. Generalmente i fondi comuni vengono sottoscritti da molte persone e dunque hanno più denaro in gestione, potendo così comprare titoli che la gestione patrimoniale mobiliare non riesce ad acquistare.

Un esempio che vi avevamo proposto in passato è quello dei corporate bond, che spesso hanno un taglio minimo di 100 mila euro: un fondo comune (o un ETF) non ha problemi, mentre la gestione patrimoniale mobiliare incontra in questo un grosso ostacolo, a meno che il cliente non abbia consistenti risorse. E se le ha, rischia di trovarsi con un portafoglio che non è proprio il massimo in quanto a diversificazione.

Ecco quindi che non solo i fondi comuni (e gli ETF) costano meno di una gestione patrimoniale, ma hanno anche una struttura di portafoglio tendenzialmente migliore.

 

La tassazione e il nodo delle commissioni

Dal primo luglio 2014 vale anche per le gestioni patrimoniali l’aliquota del 26% (prima era al 20%), esclusa la componente legata a titoli di Stato italiani ed equiparati e a titoli obbligazionari emessi da Stati ed enti territoriali esteri “White List”, per i quali vale ancora l’aliquota al 12,5%.

Un rincaro compensato dagli effetti della MiFID II2, entrata in vigore nel gennaio del 2018, che oggi obbliga chiunque offra un servizio di consulenza finanziaria a indicare con estrema chiarezza al cliente quali sono i costi legati alla gestione vera e propria e quali quelli connessi invece alla consulenza.

Tale svolta ha posto tutto il settore di fronte a una sfida niente male, ma dall’altro ha ridato smalto, tempra, forza e slancio alle gestioni patrimoniali. Questo perché, come spiegavamo tempo fa3, con le gestioni patrimoniali non è necessario distinguere tra remunerazione della gestione e remunerazione della consulenza.

La ragione è la seguente. Il soggetto giuridico che vende la gestione patrimoniale ne è anche gestore, e la commissione di gestione resta in capo a lui: niente retrocessioni di commissioni, dunque, né un servizio di consulenza al cliente, che pagherà un’unica commissione ritenuta già sufficientemente chiara secondo i canoni della nuova normativa.

Se altrove ci si è trovati ad affrontare il non agevole nodo dei costi da illustrare e spiegare ai clienti4, le gestioni patrimoniali sono passate per quelle “trasparenti”, guadagnandone in reputazione.

Ma in tema di costi il cliente può sempre porre le sue giuste, legittime e doverose domande. Su questo, magari, torneremo.

 



1 – Investire i risparmi nelle gestioni patrimoniali? Ecco sei motivi per cui è una pessima idea
2 – Gestioni patrimoniali e consulenza indipendente, la sfida è aperta
3 – Dracula ama le gestioni patrimoniali
4 – Come va l’investimento? Guida al rendiconto MiFID II

Scritto da

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