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Titoli sospesi o delistati: cosa può fare il piccolo azionista?

Nella propria “carriera di investitore” può capitare di trovarsi in portafoglio titoli di società che – per diverse ragioni – vengono sospese a tempo indeterminato dalle contrattazioni in Borsa o addirittura delistate, magari a seguito di un’OPA1.

Cosa può fare in queste evenienze un piccolo azionista che rimane “con il cerino in mano”? Gli esempi che abbiamo citato aprono in realtà scenari un po’ diversi tra loro. Quello che possiamo dire con certezza è che si tratta in ogni caso di situazioni un po’ scomode che, potendo scegliere, sarebbe meglio evitare: anche se sulla carta un azionista è comunque libero di vendere a chi vuole i titoli posseduti, nella pratica potrebbe rivelarsi molto difficile vendere un’azione sospesa (a tempo indeterminato) o delistata – del resto, chi avrebbe motivo di comprarsela? Il rischio è quello di non riuscire a liberarsene e di trovarsi costretti a continuare a pagare le spese per il conto titoli e per il bollo senza, tra l’altro, poter negoziare i titoli.

Ma procediamo con ordine. Perché una società può essere sospesa dalle contrattazioni o delistata?

 

Sospensione dalle negoziazioni

Oltre ai provvedimenti temporanei per bloccare rialzi o ribassi particolarmente ampi (a Piazza Affari scattano in automatico quando si supera la soglia del +/- 10%), l’Autorità di gestione del mercato – nel caso dell’Italia Borsa Italiana – può disporre la sospensione dalle negoziazioni a tempo indeterminato per impedire la negoziazione su titoli di società in dissesto economico-finanziario.

Questo avviene per esempio quando il flottante di una società scende sotto una determinata soglia senza che venga ripristinato o se il Tribunale dichiara l’apertura di una procedura concorsuale o ancora se gli azionisti approvano la messa in liquidazione di una società. Non è detto che la sospensione a tempo indeterminato sia eterna, intendiamoci: ma la questione potrebbe essere piuttosto lunga. Anni, diciamo. Anni con i titoli completamente inutilizzabili.

Quindi? Dal momento che non è possibile rinunciare alla proprietà degli strumenti finanziari, per liberarsene un piccolo azionista della società che ha ricevuto il “cartellino giallo” deve in qualche modo cederli. Per farlo, ha sostanzialmente due possibilità – come ha spiegato l’avvocato Andrea Missaglia in un’intervista a Focus Risparmio:

  • può provare a chiedere alla sua banca, presso cui ha il deposito titoli, di rilevare le azioni sospese a titolo gratuito (ma non è detto che la banca accetti);
  • oppure può rivolgersi a una terza persona “in grado di accollarsi i titoli nel proprio conto deposito per un atto di liberalità, per esempio perché titolare di un conto titoli con diverse posizioni, o dietro compenso”. Per esempio, un amico o un parente disposti a fargli il favore.

Attenzione però. Nel caso di cessione a titolo gratuito alla banca, a livello fiscale non verrebbe riconosciuta alcuna minusvalenza. E le cose si complicano ancora di più nel caso di vendita a un privato, prosegue il legale: “è comunque necessaria l’intermediazione della banca, la quale, per tutelarsi nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, potrebbe pretendere una perizia sul valore dei titoli oggetto del contratto e un atto notarile di cessione. Anche una vendita a prezzo simbolico porterebbe infatti al computo di minusvalenze, di conseguenza all’abbattimento delle tasse”.

Insomma, visto che una società non va a gambe all’aria dall’oggi al domani, sarebbe consigliabile cercare di uscire dall’investimento prima di arrivare alla sospensione dei titoli, in modo da evitarsi queste grane. Detta in altre parole, è buona norma tenere sotto controllo i propri investimenti in aziende considerate “a rischio” e monitorare periodicamente le notizie sui titoli in proprio possesso.
 

 

E il delisting?

La rimozione di una società dal listino può avvenire a seguito di un’Offerta Pubblica di Acquisto totalitaria volta al delisting – è il caso, per esempio, dei titoli Ubi dopo l’OPAS di Intesa Sanpaolo. Solitamente in questi casi l’operazione viene ampiamente comunicata: gli investitori possono decidere di aderire all’OPAS e spesso comunque per la società acquirente scatta l’obbligo di riacquisto dei titoli. Nel caso citato, per esempio, anche chi non ha aderito all’OPAS di Intesa Sanpaolo si troverà ad avere sul conto titoli azioni non più di Ubi ma della Ca’ de Sass.

Ancora diversa è la situazione in cui i titoli delistati non vengono trasformati in un altro strumento quotato, ma vengono rimossi dalle contrattazioni perché – per dirne una – la società in questione ha deciso di diventare privata. In questo caso, un investitore che si trovasse con i titoli non più quotati in portafoglio dovrebbe provare a contattare la società e sperare nella sua disponibilità a riacquistarli.

 

Parla l’Arbitro Bancario

Il fatto di avere in portafoglio titoli sospesi, delistati o di società in default non significa però non poterli “spostare” – insieme a tutto il portafoglio – presso un altro intermediario. Insomma, non è che la sola presenza di questi titoli impedisca all’investitore di cambiare banca per anni. Lo evidenzia un pronunciamento di qualche anno fa dell’Arbitro Bancario Finanziario.

Il fatto che il titolo non sia negoziabile, si legge nella nota, “non appare d’ostacolo al fatto che possa essere spostato su un deposito titoli presso un diverso intermediario qualora questo risulti intestato al medesimo soggetto”. Se così non fosse, infatti, “si dovrebbe concludere che – ogni volta che si verifichi un evento di default relativo a uno strumento finanziario giacente in un deposito titoli – il deposito non potrebbe essere definitivamente chiuso per lungo tempo (ovvero fino all’esito della procedura che abbia interessato l’emittente), impedendo, di fatto, al cliente che ne sia titolare di trasferirsi presso altro intermediario, trasferendo presso quest’ultimo tutti gli strumenti finanziari di cui sia titolare e ottenendo dall’intermediario presso il quale abbia disposto la chiusura del deposito titoli la dichiarazione delle minusvalenze che abbia accumulato negli ultimi anni”.

Insomma, conclude l’Arbitro Bancario Finanziario, il “vecchio” intermediario deve procedere tempestivamente alla chiusura del deposito titoli e alla consegna della certificazione delle minusvalenze. E, allo stesso tempo, l’intermediario “di destinazione” non può rifiutare strumenti di emittenti in default, a meno che le condizioni contrattuali lo prevedano espressamente.

 



1. #ABCFinanza: cosa sono OPA, OPS e OPAS

Scritto da

La scrittura è sempre stata la sua passione. Laureata in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi di Milano, è entrata nel mondo del giornalismo nel 2008 con uno stage in Reuters Italia e successivamente ha lavorato per l’agenzia di stampa Adnkronos e per il sito di Milano Finanza, dove ha iniziato a conoscere i meccanismi del web. All’inizio del 2011 è entrata in Blue Financial Communication, dove si è occupata dei contenuti del sito web Bluerating.com e ha scritto per il mensile Bluerating.

Ultimi commenti
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    Buongiorno, grazie per il chiarimento.
    Volevo sapere cosa fare invece in caso di FONDI azzerati (e non titoli): è possibile chiederne l’annullamento (visto che non c’è un fallimento societario dichiarato).

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        Buongiorno, interessante quanto ha esposto ma sempre nel caso di società delistata, non in default ma tuttora attiva (p.e..Socotherm) se vendessi ad un amico ad un prezzo simbolico le azioni, mi sarebbe riconosciuta la minusvalenza? Grazie anticipate per una Vostra gentile risposta. Massimo

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