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ETF Armonizzati e Non Armonizzati: cosa cambia?

Gli Exchange Traded Funds (ETF), fondi di investimento passivi che replicano l’andamento di un indice, rappresentano una delle forme più diffuse e accessibili di investimento. Tra le varie tipologie di ETF possiamo distinguere due categorie principali: quelli armonizzati, cioè conformi alla normativa europea Ucits, e quelli non armonizzati, soggetti invece a regolamentazioni nazionali.

Ma cosa significa questa distinzione per i risparmiatori? Le differenze tra le due categorie sono svariate e incidono significativamente sulle caratteristiche fiscali e di investimento. Esploriamo allora le differenze sostanziali tra ETF armonizzati e non armonizzati, per aiutare gli investitori a comprendere le peculiarità di ciascuna tipologia.

 

Cosa si intende per armonizzati

Gli ETF armonizzati sono fondi che rispettano la normativa Ucits, acronimo inglese che sta per “organismi di investimento collettivo in valori mobiliari”. Questa normativa regola la commercializzazione di vari tipi di fondi comuni d’investimento, inclusi gli ETF. La certificazione Ucits è, in parole povere, un “marchio di qualità” che attesta la conformità dell’ETF alle normative dell’Unione Europea, garantendo la protezione da veicoli di investimento inappropriati.

Per intenderci, secondo i dati dell’Unione Europea il 75% degli investitori europei detiene i propri asset in fondi Ucits. La diversificazione è un requisito fondamentale dei prodotti armonizzati: nessuna posizione può superare il 20% del valore patrimoniale netto del fondo, flessibile al 35% in determinate condizioni di mercato.

Un’altra regola importante dell’Ucits prevede la separazione degli asset dell’ETF da quelli del gestore, sotto la supervisione di un custode indipendente. Tradotto, significa che gli asset degli investitori non possono essere utilizzati per coprire i debiti del gestore in caso di difficoltà finanziarie – una misura a tutela del risparmiatore. Uno strumento Ucits deve essere liquido e aperto, per consentire ai risparmiatori di riscattare le proprie quote in qualsiasi momento. Inoltre, l’uso di derivati è permesso, ma soggetto a varie restrizioni.

 

 

La normativa Ucits impone inoltre una serie di standard di trasparenza, richiedendo la pubblicazione di documenti come il Key Investor Information Document (KIID), il prospetto e i report annuali e semestrali. Questa regolamentazione riduce la burocrazia e i costi, consentendo agli ETF di essere facilmente distribuiti in Europa e ampliando le opzioni per gli investitori.

Investire negli ETF Ucits è una scelta popolare grazie ai vantaggi che questi fondi offrono. Gli investitori godono di una maggiore protezione dal rischio grazie a regole rigorose sulla gestione del fondo, sulla diversificazione, sull’amministrazione dei servizi e sulla protezione degli asset. Non tutti gli ETF però sono Ucits: quelli emessi al di fuori dell’Ue potrebbero non conformarsi alla normativa; esistono poi anche altri prodotti negoziabili in borsa, come ETC (Exchange Traded Commodities) ed ETN (Exchange Traded Notes), che non rispettano gli standard Ucits e presentano rischi diversi.

 

E gli ETF non armonizzati?

Gli ETF non armonizzati sono quei fondi che non aderiscono alla normativa Ucits dell’Unione europea. Soggetti alle regole nazionali, questi ETF hanno una maggiore flessibilità nelle politiche e negli obiettivi di investimento, poiché non seguono restrizioni specifiche. Tuttavia, sono disponibili solo nella giurisdizione di registrazione, esclusi dalle Borse europee. Un’eccezione può verificarsi se le regole di collocamento privato di un Paese europeo consentono la vendita a specifiche classi di investitori.

Questi fondi costituiscono circa il 25% degli investimenti in strumenti di investimento collettivo in Europa, includendo esempi come i fondi svizzeri che offrono esposizione a materie prime con un’ampia diversificazione. Va notato che, nonostante ciò, le leggi svizzere mantengono un regime altamente regolamentato.

 

Le differenze a livello fiscale

La tassazione degli ETF armonizzati segue un modello ben definito: l’aliquota del 26% si applica sia sulle plusvalenze che sui dividendi, entrambi considerati redditi da capitale. Le minusvalenze sono classificate come redditi diversi. L’imposta può ridursi al 12,5% se una percentuale del fondo è investita in titoli pubblici italiani o di Stati White List, ovvero le giurisdizioni che garantiscono un adeguato scambio di informazioni con l’Italia.

Questa aliquota si aggiunge eventualmente a una ritenuta operata all’estero. La complessità emerge in caso di investimenti misti, dove diverse percentuali di asset seguono aliquote differenti. In contrasto, la tassazione dei fondi non Ucits è variabile e dipende da molteplici fattori, compresa la dichiarazione dell’investitore, e può comportare una doppia imposizione. Investire in ETF non Ucits richiede dunque una valutazione accurata della situazione fiscale personale, con il supporto di professionisti del settore.

 


 

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