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#IlGraffio: tu chiamala, se vuoi, lobby delle banche

L’ABI, l’associazione delle banche italiane, è un gruppo di interesse il cui obiettivo principale è influenzare a proprio vantaggio l’adozione, la redazione e la realizzazione di scelte e politiche pubbliche.

È una “lobby” forte, compatta, che con decisione e modalità coerenti nel tempo (coerenti dal punto di vista della stessa associazione) ha condotto una costante azione di stimolo verso il governo e le istituzioni per sostenere le proprie ragioni, industriali e di sistema. Guardando al passato anche recente, l’ABI ha avuto sinora maggior “successo” dell’analoga “lobby” del mondo industriale, Confindustria. Ma questo “successo”continuerà ?

Un po’ di storia

Nata nel 1945 con l’obiettivo di “essere considerata dalle autorità finanziarie e dal governo come uno strumento di collaborazione con la politica economica dell’esecutivo”, l’Abi conta oggi 952 soci e 181 dipendenti totali.

Chi sono i soci forti?

I 3 principali associati (Intesa SanPaolo, UniCredit, Mediobanca) “pesano” per il 67,55% dell’intera capitalizzazione di borsa del settore bancario. Al’interno dell’Abi, UniCredit e Intesa controllano insieme il 26% dei componenti del Comitato Esecutivo, il 20% del Consiglio Nazionale, il 33% delle Commissioni regionali. Fra i 12 principali associati (Intesa Sanpaolo, UniCredit, UBI, Mediobanca, Mps, Banco Popolare, Bnl/Bnp Paribas, Bper, Bpm, Banca Generali, Banca Popolare di Sondrio, Carige), 7 intrattengono qualche forma di collegamento ed interessenza con altri aderenti all’ABI. Le banche hanno un giro d’affari annuo di 1.800 miliardi di euro e oltre 300.000 dipendenti (diminuiti nel corso degli ultimi decenni).

Una fitta rete di rapporti

Con l’assetto sopra descritto, nel suo operare l’ABI è “naturalmente” predisposta a sostenere le ragioni dei suoi principali associati, che ne orientano i lavori e le azioni; oltre al governo (in particolare, il Ministero dell’Economia e delle Finanze), l’ABI intrattiene rapporti istituzionali con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM), la Banca d’Italia e la BCE, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP).

E l’Acri?

Specularmente, anche le casse di risparmio, e le fondazioni bancarie che ne hanno il controllo e/o la partecipazione, hanno costituito una loro associazione, l’ACRI, che conta 119 soci (112 ordinari e 7 associati), e svolge un’attività di rappresentanza e di tutela degli interessi degli Associati e di ausilio operativo. L’attività nei confronti delle Casse di Risparmio è sviluppata in stretta collaborazione con ABI per le tematiche comuni alle altre banche, rappresentando quindi un naturale “alleato” nella difesa delle ragioni dell’industria bancaria italiana.

Un ostacolo alla concorrenza?

In prospettiva, è prevedibile che una “lobby” che considera prioritario e “strategico” il mantenimento della propria posizione dominante nel settore finanziario, da difendere contro “new comers” come FinTech, “shadow banking”, finanza informale, si porrà come ostacolo alla concorrenza fra operatori del credito e dei servizi finanziari, pesando in definitiva su imprese e risparmiatori. Ed a perdere, saranno quanti hanno maggior bisogno di “aria nuova” allo sportello.

Scritto da

Classe 1955, laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino, master in direzione aziendale alla SDA Bocconi, corsi di perfezionamento alla Harvard Business School. Trentennale esperienza professionale nella finanza bancaria (Citigroup, JPMorgan, Merrill Lynch), finanza di impresa (Finanza Straordinaria Fiat holding, CFO Saiag Comital), consulenza strategica (partner Gea); ha costituito Griffa & Associati, che si occupa di operazioni societarie: fusioni, acquisizioni, M&A, ristrutturazioni industriali e finanziarie. Appassionato di montagna e di mare, lettore di saggi di storia ed economia, dilettante ai fornelli con grande soddisfazione dei figli (azionisti di maggioranza) ed amici. Chief editor del think tank ItaliAperta, collabora a Smartweek.it con la sua “una tazzina di caffè…”: gusto forte e concentrato, ogni mattina.

Ultimi commenti
  • Gentile Signor Griffa,
    non crede che in realtà il neonato movimento Fintech possa soltanto giovare al settore bancario, che in questo momento dal punto di vista tecnologico sembra andare a metà della velocità rispetto a qualsiasi promettente start-up? All’estero sembra che le Fintech stiano soltanto stimolando il settore e tutti ne abbiano da guadagnare, a patto che le banche investano fortemente per ristrutturarsi.

    Grazie,
    L.

    • Gentile Signor Trovato, grazie del suo commento: “FinTech” aiuta ed aiuterà il sistema finanziario consentendo la creazione di nuovi “giocatori” ed il rinnovo di alcuni di essi, e porterà benefici agli utenti (clienti privati e non); come ella sottolinea, se (ed è un grande “se”…) le banche investissero in “tech”, allora anche esse potrebbero infine prendere ampi benefici dal “FinTech”; la competizione dovrebbe inoltre fare bene ai migliori giocatori e volentieri attendiamo questi “migliori giocatori bancari” alla prova del campo; ci consenta però di dubitare che le banche (italiane) abbiano, oggi e nell’immediato, le risorse (anche professionali) ed il “focus” necessari in questa fase un tantino “travagliata”.

      Ciao e buona giornata, C.

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