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Norvegia, Danimarca, Svezia e Finlandia: biglietto di sola andata?

Ci siamo: una laurea alle porte (se tutto va bene), voglia di fare e tante idee in testa.  All’equazione della “vita che vorrei” manca giusto la variabile: dove?  Il mio Paese, l’Italia, come i suoi compagni periferici, non offre grandi prospettive o comunque non nell’immediato, soprattutto ai giovani che dovrebbero essere la forza trainante della produttività. Lo dimostrano i dati sulla disoccupazione giovanile e le stime di crescita dell’economia che sembrano, più che altro, dei bollettini di guerra… la soluzione immediata ma, credetemi, dolorosa e umiliante, è scegliere un Paese in cui è ancora possibile “sognare una vita migliore” ed espatriare. Ci ho pensato a lungo e… nessun dubbio per me: Scandinavia all the way!

Perché patire il freddo del profondo nord? Il Better Life Index dell’OECD, che esprime la qualità della vita dei Paesi, mette i paesi scandinavi (Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia) ai primissimi posti.

Un caso? Io dico di no.

vivere in svezia

Il welfare, la cultura, il rispetto dell’ambiente, l’istruzione, la tecnologia, lo stile di vita… questi Paesi eccellono in tutti quei campi che io considero fondamentali, se escludiamo la buona cucina (ma a quello posso rimediare con un super bagaglio a mano!).
In questo periodo di profonda crisi economica, mentre tutti i paesi del Continente sono alle prese con la recessione, disoccupazione e crollo dei consumi, il PIL dei Paesi scandinavi cresce ad un ritmo compreso tra lo 0,8% finlandese e il 2,3% norvegese!

La condizione attuale non è frutto dell’interventismo di Thor ma è, difatti, il risultato di una profonda riorganizzazione sociale e statale avvenuta negli anni ‘90 accompagnata, va ricordato, da disponibilità di materie prime e spirito imprenditoriale. Negli anni ’70 e ’80 i Paesi del nord perseguivano la crescita economica basandosi sul modello “tasse&spesa” tanto in voga anche a casa nostra prima dell’avvento dell’austerity. Il risultato è stato, ovviamente, un forte aumento del rapporto spesa/PIL e contrazione economica: in quegli anni, in Svezia, la spesa pubblica è arrivata al 67% del PIL, raggiungendo una pressione fiscale a volte superiore al 100% degli introiti di alcune fasce di reddito. La madrepatria di IKEA è, dunque, passata dall’essere la quarta nazione più ricca al mondo nel 1970, all’essere la quattordicesima nel 1993.

Ma questa è ormai storia, da allora le cose sono radicalmente cambiate: gli Scandinavi si sono concentrati (a differenza di molti altri, sic!) sul consolidamento dei bilanci pubblici in tempi non sospetti. Così, mentre Obama e il Congresso litigavano sulla riforma dei diritti, in Svezia riformava il sistema pensionistico rendendolo moderno e sostenibile per le casse dello Stato.

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variazione debito pil svezia finlandia norvegia danimarca italia germania

L’andamento del debito pubblico / PIL dimostra, appunto, come dal 2003 ad oggi i paesi nordici abbiano ottenuto significativi risultati in ambito di controllo dei conti pubblici, a differenza di altri Paesi come l’Italia (e anche la Germania, attenzione!)  queste potrebbero essere conseguenza delle riforme strutturali e istituzionali messe a punto a partire dagli anni ’90.

Altrettanta attenzione è stata giustamente prestata al settore pubblico, applicando una semplice e pragmatica regola: fino a quando i servizi pubblici funzionano a dovere, non importa chi sia ad erogarli. Ecco quindi che attività strategiche, come educazione e sanità, siano esse private o pubbliche, sono equiparate ed equivalenti sotto qualsiasi aspetto e competono ad armi pari: insomma vince chi offre il miglior servizio al prezzo più competitivo, nel pieno interesse dei cittadini.
Tra i politici dei Paesi occidentali sembra sia iniziata una gara per la trasparenza e la correttezza, soprattutto in campagna elettorale (in Italia ne sappiamo qualcosa). Guardando alla Scandinavia, però, non possiamo fare altro che diventare verdi di invidia: tutte le amministrazioni pubbliche (scuole, ospedali, municipi, trasporti) sono obbligate a pubblicare i propri bilanci e gli esponenti politici devono mantenere uno stile di vita impeccabile, pena l’esplosione dell’opinione pubblica e il sollevamento dall’incarico. Proprio come da noi, no?

Sempre ai politici nostrani, che sventolano l’impiego pubblico come la causa di tutti i mali e come primo capitolo per effettuare tagli, potremo raccontare che i Paesi nordici impiegano il 30% della forza lavoro nel settore pubblico (uno su tre!) contro una media OCSE del 15%. E che dire dell’interventismo statale? Ridotto al minimo necessario: emblematici sono i casi di SAAB e Volvo, una volta colonne portanti dell’industria pesante: una lasciata fallire e l’altra ceduta ad investitori cinesi.

Se tutto ciò non fosse sufficiente a  convincerci e a comprare un biglietto di sola andata per Stoccolma, allora passiamo alla colonna su cui la nostra Repubblica è fondate (almeno secondo la Costituzione): il lavoro. Quello che invidiamo, o che dovremmo invidiare si più è la cosiddetta flexicurity: neologismo nato dalla fusione dei concetti di flessibilità e sicurezza. Il termine si applica ad un mercato del lavoro basato sulla totale cooperazione tra Stato, imprese e sindacati. Tale sforzo sinergico è in grado di garantire forte produttività (e quindi competitività) alle imprese tramite la flessibilità e ai lavoratori le giuste garanzie di sicurezza, tramite programmi di formazione e reindirizzamento. Un’ulteriore dimostrazione di come datori di lavoro e dipendenti, se mediati da sindacati dotati di senno, possano trarre vantaggi reciproci e contribuire al benessere generale dello Nazione.

Per molti economisti in questi Paesi  la quota di spesa pubblica in rapporto al PIL resta comunque troppo alta, così come la tassazione, tanto da spingere molti imprenditori a spostarsi all’estero (come il grande capo di IKEA, ex cittadino svedese e ora passato sotto bandiera svizzera). Sapete qual è il problema in Norvegia? Carenza di grandi manager: non essendoci il problema della disoccupazione (al 3,1%!!!), i giovani abbandonano presto gli studi per lavorare.

Tirando le somme: la lezione impartita dai Paesi nordici è pratica piuttosto che ideologica. I cittadini si fidano delle istituzioni e dei propri politici perché tutto funziona. E quando tutto funziona le tasse si pagano molto più volentieri! Hanno portato avanti progetti di ampie vedute, scavalcando corporazioni e lobby. Questa è la vera differenza rispetto al resto d’Europa!

Si possono programmare stimoli economici di qualsiasi natura, approvare piani di sicurezza sociale ingegnosi, ma se non c’è la volontà di combattere la corruzione e gli interessi particolari, non si riuscirà mai ad ottenere i risultati sperati.

La soluzione, quindi, sarebbe applicare il modello nordico a tutta l’Europa? Io credo di no, sarebbe come curare una distorsione con uno sciroppo per la tosse. Troppe differenze culturali e storiche. Imitare l’approccio riformista è invece possibile: bisogna abbandonare i tradizionali schemi “destra vs sinistra”, “pubblico vs privato” e “dipendente vs imprenditore” e lavorare per il progresso del Paese.

Se questa possibilità si dovesse intravedere, quasi quasi compro anche il biglietto di ritorno!

Scritto da

Nato e cresciuto con la guida del team di comunicazione di AdviseOnly a partire dal 2012, ha successivamente collaborato con diverse startup operanti in settori diversi tra loro: dalla musica al turismo, sempre occupandosi di comunicazione web e gestione della brand image sui social network. Dopo la laurea in lingue ed economia all’università Cattolica di Milano ha fondato e lanciato la propria startup, per poi tornare nuovamente in AdviseOnly alla guida della comunicazione e del marketing.

Ultimi commenti
  • Non conosco la Svezia, ma in Danimarca ti conviene prima provare a farci una vacanza. Negozi chiusi alle 17, comunità di figli dei fiori mantenute dal governo, forse hanno applicato la decrescita felice di Beppe Grillo.
    Nom ho idea di come tali economie stianp in piedi non vorrei fossero la prossima bomba ad orologeria.

    • francamente basterebbe un minimo di profondità di analisi per chiedersi, piuttosto, come restino “in piedi” altri sistemi economici…

    • Vuoi sapere come stanno in piedi queste economie nordiche? Vendendosi beni e servizi statali, oggi in mano a francesi, cinesi, tedeschi e arabi. Per questo il possessore del blog farebbe bene ad informarsi invece di parlare di ideali degli anni ’60… Ciao!

  • Articolo simpatico. Manca però l’analisi successiva: sono convinto, vorrei partire….., difficoltà…., lingua.., ecc.

    • Silvano, questi per me sono i valori base della cosiddetta “piramide di Maslow”. Bisogni, quindi, che spingono l’individuo a fare qualsiasi cosa per soddisfarli.
      Per quanto riguarda difficoltà e lingua… Be’ cado abbastanza in piedi: ho sempre avuto un buono spirito d’adattamento e sono studente di lingue, non dovrebbe essere un problema e, come sempre, basta rimboccarsi le maniche.

      Vorrei sottolineare, comunque, come sia doloroso per me, in qualità di giovane cittadino della Repubblica italiana, dover valutare un espatrio per garantirmi un futuro come me lo sono sempre immaginato. Sarebbe senza dubbio meglio poter rimanere, se ce ne fosse la possibilità.

      • Sì, ma con le lingue da sole non si va più da nessuna parte. Che ci fai con le lingue?

  • Giuseppe Leozappa

    Capisco la posizione di Davide, confesso: anche io ci ho pensato tante volte, pur essendo già un “emigrato”, dalla Puglia a Milano.

    Questo è un Paese che sa farsi odiare: hai la percezione che non cambierà mai nulla (gattopardescamente), dove i poteri forti sono così forti da schiacciarti, dove gli unici a prosperare sono i dinosauri (ricordate la meglio gioventù? Ecco un estratto: https://www.youtube.com/watch?v=F6sWC1VmJkY). L’opinione pubblica è debole, sembra esprimersi compatta solo per il festival di Sanremo, ma si divide su tematiche importanti e nazionali.

    Tuttavia resto dell’idea che questo Paese si può (e si deve cambiare). Ri-costruire è più difficile, ma è più sfidante. E, a farlo, dobbiamo essere proprio noi giovani (si è giovani a 30 anni?). In fin dei conti, questo è un Paese, speciale. Come una donna piena di difetti, ma che ami nel profondo: https://www.youtube.com/watch?v=yBi1aBDn2vs

    • Caro Giuseppe,
      Non vorrei essere travisato: sono mosso da un profondo amore per questo Paese, abbiamo tutto ciò che si possa desiderare, dalle montagne alle spiagge più belle d’Europa passando dal miglior cibo del mondo. Un bellissimo Paese dove avere la casa delle vacanze insomma.

      Purtroppo non si vive di solo cibo e sola vacanza. Ci vuole anche lavoro, cultura e welfare.
      In Italia però son concetti chiaccheratissimi, senza nessuna presa di posizione da chi di dovere. Quindi che fare? La vita, in fondo, è una sola. Purtroppo non sono l’eroe di turno e mi piacerebbe vivere nel miglior modo possibile, nel Belpaese sembra impossibile, almeno secondo i miei canoni.
      Quindi andrò a cercare ciò di cui ho bisogno elsewhere, a malincuore.

    • Totalmente d’accordo con Giuseppe. Il cambiamento è un concetto prima di
      tutto culturale. Parte da dentro, si coltiva. Se si è anche predisposti: ce
      l’hai innato e si trasmette.. perché sono convinta della variabile soggettiva
      dietro l’aspetto culturale (“voglio contribuire per un Paese migliore partendo
      da me”.. “Ognuno da solo è responsabile di tutti” cit. A. de Saint-Exupery).

      Trovo l’analisi di Davide una
      fotografia reale delle pessime condizioni di questo Paese (lavoro e welfare su
      tutti, approccio riformista .. tutte variabili invece esterne) ma non ci si può
      far travolgere dall’inerzia e dalla voglia di non provarci (prima di andare
      via, sono certa di avere fatto davvero il possibile per trovare la mia dimensione?)
      Già.. equilibrio, prospettive, bilanci (non per forza finanziari)… è sempre
      una questione culturale e di priorità, di pesi e di misure. Argomento comunque
      davvero molto vasto, trasversale e sempre di grande attualità.

      • Davide Valsecchi

        Ciao Vincenza!
        Condivisibile la tua posizione, ammetto di avere una parte di me che spinge all’eroismo, al “proviamoci”. Però la parte razionale di me mi fa riflettere sul fatto che la vita è una sola, e nel mondo reale gli eroi non esistono o fanno una brutta fine.
        La mia è una visione piuttosto pessimistica, devo riconoscerlo. Però se guardo il mio Paese vedo solo un deserto, sto perdendo le speranze.

  • Non sarebbe meglio restare in tema finanziario? Per articoli sull’emigrazione ci sono decine di blog grotteschi e qualunquistici su internet come mollotutto, italiansinfuga, sergiobalacco che consigliano quotidianamene di emigrare nei posti più disparati a giovani e vecchi fomentando sogni facile da realizzare solo fintanto che rimangono scritti sulla pagina di un blog. E poi la ruota del PIL gira veloce, qualcuno dimentica per esempio che fino a pochi anni fa la Spagna sembrava la locomotiva d’Europa, adesso è alla canna del gas (adoro comunque la Spagna dove lo Stato esiste nel welfare e nel far rispettare le leggi e l’ordine).

    • Gianni, questo intervento non vuole essere incentrato sul tema dell’emigrazione, altrimenti ne avrei parlato in altri termini.
      Piuttosto vorrebbe offrire uno sguardo generale sullo stato delle cose in Paesi che stanno dimostrando di avere una solidità quantomeno invidiabile, sia per quanto riguarda l’aspetto economico che per quello provvidenziale e statale.
      Di certo non è un invito a partire, la mia intenzione era di dipingere una situazione oggettiva, determinata da fattori economico-sociali 😉

    • Raffaele Zenti

      Gianni, speriamo che la ruota del PIL giri veloce. Io ho l’impressione che la nostra abbia la gomma a terra…

    • onestamente la spagna non è mai sembrata la “locomotiva d’europa”. proprio mai. ma, alla luce della tipologia dell’articolo, circa il “tema finanziario”, direi “no”: nel senso che non è meglio restare nel tema finanziario quando si fa un discorso di prospettiva di vita.

  • Ehm, guarda che non è più vero che qua in Svezia ecc. c’è il welfare. Roba vecchia (anni ’60). Qua c’è la liberalizzazione, all’americana. Inoltre, se non sai, BENE 3 lingue come minimo non trovi manco un lavoretto estivo. Di laureati e hanno un sacco, certo non hanno bisogno dei nostri.

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