a
a
HomeCAPIRE LA FINANZAFINANZA PERSONALEIl peso dell’inflazione? Dipende dalle abitudini di spesa

Il peso dell’inflazione? Dipende dalle abitudini di spesa

Quando si parla di aumento generalizzato dei prezzi, ossia la cara e vecchia inflazione, tutti noi pensiamo all’effetto negativo che esso ha soprattutto sulle categorie di reddito più basse. Questo perché, incidendo sui generi alimentari e i beni di prima necessità, comporta un rischio per i più poveri, che potrebbero trovarsi a non riuscire a comprare lo stretto necessario per tirare avanti.

L’inflazione in realtà non colpisce in modo rilevante solo le categorie di reddito minore, ma anche i redditi medio-alti. Anzi, negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento dei prezzi maggiore per quei beni e servizi “voluttuari”, comprati per lo più da chi si può permettere di non pensare alle spese di tutti i giorni. Biglietti aerei, beni di lusso, servizi alla persona, benessere: sono questi i settori dove l’aumento dei prezzi si è fatto sentire di più. E considerando che, secondo l’Istat, queste categorie rappresentano più del 50% della spesa nei ceti medio-alti, c’è da rifletterci su: in poche parole, più spendi più sei esposto all’inflazione, soprattutto se ciò che scegli aumenta di costo annualmente più del dovuto.

 

A ognuno la sua spesa

Le nostre abitudini di spesa non sono tutte uniformi. Variano a seconda di reddito, disponibilità economica, abitudini e scelte personali. Ed è proprio per questo che non possiamo considerare l’aumento generalizzato dei prezzi senza analizzare le varie categorie di spesa. Per sapere quale sarà infatti l’effetto reale dell’inflazione su determinate categorie di persone, bisogna prendere in considerazione due elementi fondamentali: la loro capacità di spesa e soprattutto il paniere di beni e servizi per cui spendono di più.

Quindi pensiamo a comportamenti distinti, beni e servizi scelti per caratteristiche e quantità, in punti di vendita di diverse tipologie distributive e così via. In poche parole, un conto è andare a fare la spesa in un supermercato “normale” della grande distribuzione, un conto è andare nel negozio di generi alimentari di lusso… i prezzi nel secondo caso potrebbero aumentare di più rispetto al primo per svariate ragioni. Di conseguenza, l’effetto dell’inflazione sulla capacità di acquisto di ogni famiglia sarà più o meno pronunciato, a seconda delle abitudini di spesa messe in atto.

 

Relazione tra spesa sostenuta e composizione merceologica

A questo proposito, a partire dal 2005 l’Istat ha messo a punto un indice che ha lo scopo di valutare gli effetti differenziati dell’inflazione sulle famiglie distinte in base ai livelli di consumo. Le famiglie vengono ordinate in base alla loro spesa equivalente e suddivise poi in cinque classi (quinti) di pari numero di famiglie.

Nel primo quinto sono presenti le famiglie con la spesa mensile più bassa e nell’ultimo quinto quelle con la spesa mensile più alta. Per ciascuna delle sottopopolazioni, sulla base del raccordo tra i dati dell’indagine sui consumi delle famiglie e il paniere dei prodotti utilizzato per il calcolo dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, sono quindi state stimate differenti strutture di ponderazione, che riflettono l’importanza relativa delle varie voci di spesa nel bilancio delle famiglie.
 

 
Cosa vediamo? Vediamo come determinati settori incidano più o meno sulle varie classi di reddito e scopriamo come un aumento dei prezzi dei beni alimentari e dell’energia (quindi gas, benzina e via dicendo) pesi di più sulle fasce meno abbienti, mentre salendo di reddito hanno un peso maggiore servizi alla persona, trasporti e beni industriali. E quindi l’inflazione?

 

Il costo dei beni “voluttuari” aumenta sempre di più…

Analizzando gli indici in questione, si evince come l’aumento dei prezzi negli ultimi anni abbia riguardato maggiormente una tipologia di beni che rientra nell’insieme chiamato dall’Istat “servizi”, come spese per dentista, assicurazioni, intrattenimento, trasporti aerei… insomma, un paniere solitamente collegato alle fasce di reddito più abbienti. Mentre invece molti beni di prima necessità – o di uso quotidiano – hanno beneficiato di maggiore concorrenza e quindi di una diminuzione dei prezzi. Basti pensare al settore delle telecomunicazioni, che ha registrato solo nel 2019 una riduzione del 6%. Un calo che non si ha per i beni cosiddetti “voluttuari” come il divertimento, l’arte, la cura della persona e il lusso, che registrano un aumento dei prezzi pressoché costante negli anni e ben sostenuto.
 

CATEGORIE DI SPESA Variazioni di prezzo % medie annue nel 2019
Indice Generale 0,6
Beni 0,6
Alimentari lavorati (inclusi tabacchi) 0,8
Alimentari non lavorati 1,5
Beni energetici 1,1
Altri beni -0,6
Servizi 0,5
Servizi relativi all’abitazione 0,5
Servizi relativi alle comunicazioni -6
Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona 1,4
Servizi relativi ai trasporti 1,2
Servizi vari 2,5

Come si vede nella tabella, la variazione di prezzo maggiore si riscontra appunto nel settore servizi vari (medici, finanziari, professioni liberali, assicurazioni), a +2,5%, e nei servizi culturali e per la cura della persona, +1,4% rispetto al lieve aumento pari al +0,6 sui beni di uso quotidiano.

Una dinamica che ha quindi sfavorito le famiglie a medio-alto reddito, poiché la flessione dei prezzi dei beni alimentari non lavorati e dell’energia ha avuto un impatto deflazionistico maggiore sulle famiglie con più bassi livelli di spesa pro capite, per le quali queste tipologie di prodotto pesano maggiormente.

 

Variazioni di prezzo % medie annue
Fascia di reddito più bassa (I Quintile) 0,6%
Fascia di reddito più alta (V Quintile) 0,7%
Differenza nel tasso d’inflazione -0,1%

 

Meglio farci un pensierino…

Sicuramente, l’aumento dei prezzi incide negativamente sulla nostra capacità di spesa a tutti i livelli di reddito e senza alcun dubbio un aumento dei beni di prima necessità è da guardare con preoccupazione nel caso di famiglie a basso reddito. Sta di fatto però che la tendenza dei prezzi dei beni “superflui” a crescere maggiormente nel tempo sicuramente impatta anche su coloro che non sono “alla canna del gas”. E a pensarci bene un aumento di prezzo del 2% annuo – come quello che abbiamo riscontrato per i servizi – può pesare non poco sulle finanze di persone che destinano più del 50% del proprio reddito a questo tipo di beni.

Ci si può difendere? In che modo? Come diciamo sempre, costruendo una pianificazione finanziaria attenta e scrupolosa che per esempio, attraverso un buon investimento, potrà permetterci di sfuggire all’aumento dei prezzi e pareggiare la perdita di potere d’acquisto che si ha sui beni col passare degli anni.

 


Scritto da

Jessica, nata e cresciuta a Trento, ha conseguito la laurea triennale in commercio internazionale a Milano per poi trasferirsi in Olanda e continuare lì la sua avventura accademica. La passione per i viaggi l'ha portata a vivere e lavorare per diverse start-up in giro per il mondo, sempre in ambienti internazionali e multiculturali. Ama scrivere e trascorrere i fine settimana sulle sue amate Dolomiti trentine.

Ultimo commento
  • Avatar

    Ben detto circa l’inflazione che impatta sulle diverse categorie: difatti ho tagliato sulla parte servizi vari quanto piu’ possibile e attuando una politica di tagli sulla cultura ecc. In effetti mi rendo conto che siamo tutti ( o quasi) piu’ poveri e quindi ci si adegua. Solo lo Stato puo’ scaricare i costi della inefficenza . Oltre allo Stato anche le categorie di lavoratori in proprio di certi settori (edilizia in genere e manutenzione) si possono permettere di aumentare i prezzi. Ma i Governi non vogliono vedere e attuare una politica fiscale nella quale poter scaricare le spese legate a questi settori.
    Buone Feste

lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.