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HomeCAPIRE LA FINANZAFINANZA PERSONALEQual è l’impatto dei nostri investimenti sul clima?

Qual è l’impatto dei nostri investimenti sul clima?

Sembra una domanda “out of the blue”, in realtà i nostri portafogli d’investimento hanno un’impronta ambientale ben definita e neanche tanto lieve. Questo perché la finanza è la principale fonte di finanziamento delle infrastrutture mondiali – ed ecco perché le banche hanno un ruolo centrale nella decarbonizzazione dell’economia. Queste istituzioni hanno il potere unico di fare pressione sulle industrie, dall’energia alla produzione, per ridurre le loro emissioni. Recentemente, in linea con le richieste della popolazione mondiale – pensiamo ai “fridays for future” – le grandi banche hanno iniziato a vantarsi delle loro azioni climatiche per il bene del pianeta: Bank of America, Morgan Stanley e altre si sono impegnate a raggiungere emissioni nette zero entro il 2050 nelle loro operazioni e portafogli di investimento. Ma la strada è anche lunga e piena di ostacoli, soprattutto sulla verifica del reale impatto di queste “buone azioni” sull’ambiente. Della serie, andiamo oltre il marketing promozionale.

 

Le industrie finanziarie continuano a sottovalutare l’impronta climatica degli investimenti

Come riporta Quartz, l’industria finanziaria non ha ancora fatto i conti con la sua intera impronta di carbonio. Secondo un nuovo sondaggio del Carbon Disclosure Project (CDP), un’organizzazione no-profit che gestisce un archivio globale di informazioni sul carbonio emesso da aziende e governi, le istituzioni finanziarie globali dovrebbero riconsiderare il loro approccio, concentrandosi sulle emissioni di gas serra di aziende e progetti nei loro portafogli di investimenti, piuttosto che su quelle dei loro uffici o delle loro operazioni. Delle 332 aziende che hanno risposto al questionario effettuato recentemente da CDP, circa la metà non ha condotto alcuna analisi dell’impatto sul clima dei propri portafogli di investimento. Solo un quarto degli intervistati – 84 istituzioni finanziarie – aveva diffuso dati pubblici sulle emissioni dei loro portafogli. Questi dati rivelano la grandezza di ciò che la maggior parte delle istituzioni finanziarie sta ancora ignorando: le società nei portafogli delle banche emettono in media 700 volte più emissioni delle loro stesse operazioni. Sempre secondo CDP, le istituzioni finanziarie stanno dunque chiudendo un occhio sulle loro maggiori fonti di emissioni. E questo perché i regolatori finanziari negli Stati Uniti, nell’UE e altrove non richiedono ancora a tutte le aziende di rivelare i loro rischi legati al clima.
 

A rischio però ci sono miliardi di dollari di investimenti

Gli Stati stanno facendo pressione. Il Regno Unito prevede di richiedere alle banche di superare uno “stress test” climatico a partire da giugno, e sia l’UE che gli Stati Uniti stanno sviluppando nuovi requisiti sulla disclosure ambientale che potrebbero coprire non solo l’esposizione di un’azienda ai danni climatici fisici, ma anche il “rischio di transizione”. Per il settore finanziario, il rischio di transizione è una funzione delle emissioni di portafoglio: investire in una compagnia petrolifera, per esempio, espone una banca al rischio di perdite se e quando ad esempio quella compagnia petrolifera si trova bloccata con un prodotto che non può vendere. Se le istituzioni finanziarie cominciassero a misurare, rivelare e diminuire le emissioni del loro portafoglio, questo potrebbe minacciare miliardi di dollari in infrastrutture e finanziamenti per investimenti e applicare un’enorme pressione all’economia globale per decarbonizzare, sostiene CDP. Ma un interesse economico c’è: le istituzioni finanziarie non dovrebbero aspettare che le emissioni dei loro portafogli diminuiscano da sole, perché riempire i loro portafogli con investimenti a basso contenuto di carbonio potrebbe rivelarsi un’ottima mossa in futuro sia a livello reputazionale che economico.
 

Bisogna cambiare i modelli climatici convenzionali

Scegliere i vincitori nell’economia a basse emissioni di carbonio non sarà facile, ha detto Clifford Rossi, professore di gestione del rischio all’Università del Maryland ed ex chief risk officer di Citigroup. Eliminare i maggiori “colpevoli”, come le centrali a carbone, è solo il primo passo. Valutare il rischio di transizione per un investimento specifico richiede ipotesi sulla traiettoria dell’economia e del clima stesso, ha detto Rossi. I modelli climatici convenzionali non sono adatti a questo compito, perché non producono intuizioni accurate al livello di granularità geografica o all’orizzonte temporale più rilevante per i pianificatori di investimenti – come impatterà sul clima per una specifica fabbrica tra 10 anni, per esempio. Allo stesso modo, i modelli economici che le banche possono usare per tradurre quelle previsioni climatiche in previsioni di mercato – e quindi prendere decisioni sul rischio di transizione – sono carichi di incertezza sull’impatto economico e sul ritmo di realizzazione della transizione dell’energia pulita.
 

 

La strada per una gestione efficiente del clima è solo all’inizio

Molte istituzioni finanziarie non sapranno esattamente cosa fare con i dati sulle emissioni di portafoglio anche dopo averli ottenuti. “Non è qualcosa che le banche sono ben equipaggiate per gestire”, ha precisato Rossi. Un argomento confermato dai dati del CDP: tra le istituzioni finanziarie che rivelano le emissioni di portafoglio, solo il 46% circa ha intrapreso un’azione per allineare i loro portafogli con un obiettivo di decarbonizzazione basato sulla scienza. Inoltre, l’obbligatorietà delle Regole di divulgazione è vicina ma non pienamente realizzabile nel breve termine. Solo ora le aziende si stanno allineando alle richieste dei governi che chiedono standard più severi. Il 13 aprile, Apple è diventata la prima grande azienda pubblica a chiedere regole SEC che prevedono la divulgazione di dati sulle emissioni verificate per l’intera catena di fornitura delle aziende. Salesforce ha pubblicato un annuncio simile una settimana dopo.
 

Bitcoin & Co: anche le cripto devono allinearsi

Si parla molto in questi giorni dell’impatto climatico delle cripto. Bitcoin è già una catastrofe ambientale. Pensiamo solo che l‘impronta di carbonio di una sola transazione digitale è equivalente a quella di un volo da Parigi a Mosca. Il consumo annuale di energia di Bitcoin è paragonabile a quello di interi Paesi, come l’Argentina e l’Ucraina. Bitcoin produce 36,95 megatoni di anidride carbonica (CO2) ogni anno (paragonabile alla Nuova Zelanda) e si stima che in 30 anni Bitcoin potrebbe da solo aumentare le temperature globali di 2 gradi Celsius. Se le valute digitali fossero considerate vere valute, le aziende potrebbero essere tassate in base al loro consumo di energia. Tuttavia, considerarle “vere valute” è un punto delicato per legislatori e regolatori.
Non considerare le conseguenze ambientali di questa tecnologia e non regolamentare le società di valute digitali potrebbe non solo danneggiare l’ambiente, ma anche scoraggiare le nuove valute digitali dal prendere provvedimenti per ridurre il loro uso di energia e le emissioni di carbonio. Mentre la finanza tradizionale continua la sua corsa verso la riduzione del proprio impatto ambientale anche quello delle cripto non dovrebbe essere sottovalutato.
 


 

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