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Bollettino AO | Dalla Cina con furore

I fatti salienti della settimana

Dazi e controdazi. Dopo sette mesi di indagini per sospetto furto della proprietà intellettuale da parte della Cina, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nuovi dazi sulle importazioni dal Paese per un valore fino a 60 miliardi di dollari.

Pechino, dal canto suo, ha promesso contromisure per 3 miliardi di dollari: tra i provvedimenti, tariffe del 25% sulle importazioni di maiale e del 15% su tubi in acciaio, frutta e vino.

Sospesi fino al primo maggio, invece, i dazi posti da Trump sulle importazioni di alluminio e acciaio dall’Unione Europea e da altri Paesi, ma l’UE è comunque scontenta e si riserva, in accordo con le regole WTO, di rispondere alle misure statunitensi in modo “appropriato e proporzionato”.

Poi ci sono i tassi. Come ampiamente atteso e annunciato, la FED di Jerome Powell ha alzato i tassi di interesse portandoli al corridoio compreso tra l’1,50% e l’1,75%, e confermando il totale di tre rialzi nel 2018. Rivisti invece i piani per il 2019 e il 2020, che ora sono più incisivi. In linea con le previsioni di crescita e inflazione, corrette al rialzo.

La Banca Popolare Cinese ha reagito alla mossa della Fed con un minirialzo di 7 punti base del reverse repo a 7 giorni, mentre la Hong Kong Monetary Autority ha alzato i tassi di 25 bp.

La Bank of England ha lasciato il tasso di interesse allo 0,50%, ribadendo che “qualsiasi rialzo sarà graduale e avrà una portata limitata” e sottolineando che i negoziati per la Brexit restano ancora un’importante fonte di incertezza per l’outlook.

E a proposito di Brexit. Superati gli ostacoli sui diritti dei cittadini e sul conto del divorzio, prende il via il negoziato sulle future relazioni commerciali tra l’Unione Europea e la Gran Bretagna, un negoziato che si potrà concludere solamente dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’UE (che avverrà a marzo 2019).

Resta da sciogliere il nodo della frontiera fra le due Irlande, posto che il primo ministro Theresa May aveva bollato come “irricevibile” la proposta UE di mantenere l’Irlanda del Nord (che fa parte della Gran Bretagna) nell’unione doganale.

Grafico della settimana

L’affaire Facebook. I contorni sono tutti da chiarire e la commissione alla Camera statunitense per l’energia e il commercio convocherà il ceo Mark Zuckerberg per una testimonianza: in base a quanto emerso finora, la società di consulenza e marketing online Cambridge Analytica avrebbe utilizzato impropriamente le informazioni personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook per scopi politici.

Una vicenda che, fra le altre cose, pone molti interrogativi sulla sicurezza dei controlli da parte di Facebook: il titolo è andato giù, contagiando le altre “FANG” (oltre a Facebook, Apple, Netflix e Google), il settore e i listini USA.

Come si sono mossi i mercati

Zuckerberg ruba la scena a Trump e alla FED. I listini statunitensi, quindi, hanno pagato pegno a Facebook, che ha rubato la scena alla Fed e in parte anche ai dazi di Trump. Il Giappone, invece, ha risentito ancora della vicenda che ha lambito il primo ministro Shinzo Abe, la cui popolarità è ai minimi da quando si è insediato, nel 2012.

Nervi tesi in Asia per la mossa di Apple, che vuole fare un significativo investimento nello sviluppo di schermi a micro-led di prossima generazione, cosa che colpirebbe i produttori asiatici. In Europa le protagoniste della settimana sono state le banche dopo l’allarme profitti di Deutsche Bank in parte dovuto, ha spiegato il direttore finanziario, all’apprezzamento del cambio.

Spread BTp-Bund ancora sotto controllo. I mercati avevano già scontato le decisioni annunciate dalla Fed, e ciò vale anche per l’obbligazionario. Sui titoli USA hanno pesato, ancora una volta, le preoccupazioni sui possibili effetti di una guerra commerciale.

In Europa, oltre alla Brexit, c’è il tema dell’Italia: venerdì si è insediato il nuovo Parlamento, ma un esecutivo non è ancora in vista. Il differenziale tra BTP e Bund, il più consultato termometro di rischio, chiude la settimana in lieve calo, a quota 135 punti.

L’euro non si scompone. Restando in tema di rischio politico, il cambio euro/dollaro rimane attorno all’1,23. All’inizio della settimana vi abbiamo fatto vedere come il Sentix Euro Break-Up Index, indice nato nel 2012 che misura la probabilità di rottura della moneta unica nei successivi 12 mesi secondo un vasto campione di operatori finanziari, sia ai minimi storici. Ciò significa che, attualmente, le probabilità attribuita a un’esplosione dell’euro sono molto basse.

Situazione movimentata per il petrolio. Si è un po’ movimentata la scena per il petrolio: il Brent archivia la settimana sotto quota 70 dollari al barile e il WTI si aggira attorno ai 65 dollari, complici il record della produzione USA e il consistente e inatteso calo delle scorte.

Ma anche le storie geopolitiche hanno avuto un loro ruolo: l’incontro tra il principe saudita Mohammed Bin Salman e il presidente Trump lascia presagire tempi duri per i rapporti USA-Iran, con conseguenze sull’export di Teheran. E non aiuta la nomina a segretario di Stato di Mike Pompeo, convinto oppositore dell’accordo sul nucleare.

Ultimo ma non meno importante, il contributo dei tagli alla produzione dell’OPEC.

In agenda

Di seguito, alcuni dei principali appuntamenti e dati macroeconomici della prossima settimana (fonte: Bloomberg).

Europa – A parte la massa monetaria M3, sono previsti in uscita i report sulla fiducia economica (industria, servizi e consumatori) e sul Business Climate Indicator, attesi tutti in lieve peggioramento (tranne la fiducia dei consumatori). Dalla Francia arriverà il dato sul PIL, mentre la Germania si concentrerà su disoccupazione e indice dei prezzi al consumo. L’Italia sarà alle prese con il sentiment economico e con gli ordini e le vendite dell’industria (oltre che con le consultazioni per la formazione del nuovo governo).

Gran Bretagna – Il 29 marzo si conoscerà il dato sulla variazione del Prodotto Interno Lordo rispetto al trimestre precedente e in confronto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Stati Uniti – Anche dagli Stati Uniti arriverà il dato sulla variazione del PIL: l’informazione è aggiornata al quarto trimestre del 2017. Bloomberg ricorda che l’ultima rilevazione ha segnalato una crescita del +2,5%, mentre ora gli operatori si aspettano un +2,6%. Fra gli altri, attesi anche i dati sui redditi e sulle spese personali. Il 29 l’Università del Michigan diffonderà il suo report sul livello di fiducia dei consumatori rispetto all’economia.

Giappone – Produzione industriale mese su mese e anno su anno, vendite al dettaglio e tasso di disoccupazione sono alcune delle informazioni che invece arriveranno dal Sol Levante.


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