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Bollettino AO | Stati Uniti-Iran, sarà vera guerra?

I fatti salienti della settimana

Tensione alle stelle. L’assedio all’ambasciata americana a Baghdad (Iraq) da parte di simpatizzanti iraniani e voci di intelligence su un imminente attacco hanno convinto il comandante in carica Donald Trump a ordinare l’uccisione del generale Qassem Soleimani.

Decisamente inviso agli statunitensi, era un idolo in patria: il suo corteo funebre è stato accompagnato da una folla a dir poco oceanica (con decine di morti nella calca).

Incubo atomico. Quindi ha preso il via un’escalation di minacce incrociate ai massimi livelli, che hanno fatto temere il peggio (perfino la deriva atomica), fino a quando mercoledì notte l’Iran ha attaccato due basi americane a Irbil e Al Asadin, in Iraq, con missili balistici, ma senza fare vittime (sembra che gli ufficiali americani fossero a conoscenza degli imminenti bombardamenti).

La reazione del presidente Trump? Il comandante in carica ha minacciato ulteriori sanzioni, ma al contempo ha aperto a nuovi negoziati e a un’eventuale tregua.

Tragico errore. Intanto un Boeing 737 della Ukraine International Airlines con 176 persone a bordo si è schiantato al suolo poco dopo il decollo dall’aeroporto di Teheran, vittima di missili terra-aria iraniani. Pare sia stato un tragico errore.

Non solo Iran. L’Iran non è l’unico produttore di greggio nell’occhio del ciclone. Ci sono anche la Libia, con il persistente scontro tra le forze del generale Khalifa Haftar e le milizie che sostengono il governo di Fayez al-Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite, e il Venezuela, che oggi ha ben due presidenti dell’Assemblea nazionale: Luis Parra, proclamato per conto di Nicolas Maduro, e Juan Guaidó.

Brexit in corso. La Camera dei Comuni ha votato a larga maggioranza la legge che recepisce l’accordo concluso tra l’UE e Johnson: il testo è passato alla Camera dei Lord, dove dovrebbe essere approvato in tempo per il 31 gennaio.

Intanto la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen è volata a Londra per discutere con il primo ministro Boris Johnson dell’accordo sulle relazioni tra UE e Regno Unito dopo la Brexit. Ma il meeting si è risolto in un nulla di fatto.

Secondo von der Leyen, “un accordo pieno entro il 2020 è impossibile”. L’esecutivo Johnson proverà a procedere con intese soltanto su alcuni punti delle future relazioni.

Sanchez c’è. Il Parlamento spagnolo ha approvato per il rotto della cuffia (167 sì, 165 no) la fiducia al governo di coalizione PSOE-Podemos, guidato da Pedro Sanchez.

Altre dal Vecchio Continente. L’inflazione nell’area euro ha accelerato all’1,3% a dicembre, dall’1% del mese precedente. L’Italia è passata dallo 0,2% allo 0,5%. La causa? I prezzi del carburante.

Secondo lo Eurozone Economic Outlook, poi, l’area euro ha chiuso il terzo trimestre del 2019 con un +0,2%. Giù a novembre gli ordinativi all’industria manifatturiera tedesca (-1,3% rispetto al mese precedente).

Nel 2019 la produzione di automobili in Germania è calata del 9%, scendendo per il terzo anno di seguito: è il livello più basso in 23 anni.

 

 

Come si sono mossi i mercati

Listini fiduciosi. Le prospettive di un ridimensionamento della crisi tra Stati Uniti e Iran e l’accordo commerciale USA-Cina sempre più vicino hanno fatto accelerare i listini azionari e rallentare, almeno un poco, la corsa ai beni rifugio.

Sull’S&P 500 l’80% delle azioni è risultato sopra la media mobile a 200 giorni. Contenuta la volatilità, sui livelli medi di lungo termine.

Oro e petrolio protagonisti. Nel bel mezzo delle tensioni in Medioriente, le quotazioni dell’oro si sono portate ai livelli più alti dal 2013, mentre il Brent è arrivato a 70 dollari al barile e il WTI si è portato sui 65.

Occhio allo spread WTI-Brent. Secondo Bloomberg, il restringimento della differenza di prezzo tra WTI e Brent dopo gli attacchi missilistici in Medioriente dimostra che il mercato non sta prendendo in considerazione un’interruzione dell’approvvigionamento. Se ci fosse questo timore, il Brent salirebbe più rapidamente.

Insomma, spread WTI-Brent come barometro della percezione del rischio di uno stop alle forniture e di picchi improvvisi dei prezzi.

 



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I market movers della settimana prossima

L’evento al top delle attenzioni cronachistiche sarà la firma, a Washington, dell’accordo commerciale di “Fase uno” tra Stati Uniti e Cina. Restiamo per un attimo negli USA: qui, martedì 14 gennaio si conoscerà il nuovo dato mensile sull’indice dei principali prezzi al consumo, aggiornato a dicembre.

Mercoledì 15 gennaio toccherà all’indice dei prezzi alla produzione e alle scorte di petrolio. Il 16 sarà la volta delle vendite al dettaglio e dell’indice di produzione della Fed di Filadelfia. Il 17 gennaio occhio ai permessi di costruzione rilasciati e alla Job Openings and Labor Turnover Survey, che dà un’indicazione sui volumi delle offerte di lavoro, sulle assunzioni e sul turnover.

In Cina venerdì 17 gennaio saranno protagonisti il Prodotto Interno Lordo, atteso al 6%, e la produzione industriale.

Nel Regno Unito attenzione al PIL e alla produzione manifatturiera lunedì 13. Seguiranno l’indice dei prezzi al consumo il 15 e le vendite al dettaglio il 17. Giovedì 16 gennaio la BCE pubblicherà le minute del meeting di politica monetaria, poi anche qui avremo l’indice dei prezzi al consumo (17 gennaio).

 


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