a
a
HomeECONOMIA E MERCATIECONOMIA, POLITICA E SOCIETA'Ecco chi può aiutare l’Italia a battere la crisi (e cosa puoi fare anche tu)

Ecco chi può aiutare l’Italia a battere la crisi (e cosa puoi fare anche tu)

La ripresa è debole, l’inflazione pure e la produzione industriale si sente poco bene.

Questa l’impressione che si ha vedendo i dati diffusi ieri dall’Istat relativi a febbraio: la produzione industriale è scesa dello 0,5% su base mensile, dopo il balzo di gennaio. Resta invece positivo per la seconda volta consecutiva il confronto annuo: +0,4%. Nel grafico sotto, compariamo i risultati del Belpaese con quelli di Germania, Spagna, Francia e Uk.produzione-industriale-italia-francia-germania-spagna

L’impresa italiana battuta dalla crisi…

L’ultimo rapporto Istat sulla competitività dei settori certifica che fra aprile 2008 e novembre 2013, l’Italia ha perso quasi un quarto della produzione industriale; peggio di noi ha fatto solo la Spagna, con un calo del 30%. Spagna e Italia hanno subìto cali superiori al 20% in due terzi dei settori tra il 2007 ne il 2013. Francia e Uk hanno registrato perdite meno marcate (rispettivamente -12,8% e -14,9%), mentre la Germania ha quasi recuperato i livelli produttivi pre-crisi.

Complici gli effetti dirompenti della crisi sulle famiglie e sull’economia italiana, la domanda interna in Italia è crollata, portando a un calo del fatturato del 17%, mentre quello estero è rimasto positivo (+3%).

Unico settore dove il fatturato in Italia è stato maggiore che all’estero è l’alimentare. L’Istat stima che tra il 2011 e il 2013 oltre 9.000 imprese (il 35,6% del totale) ha subìto una diminuzione del fatturato sia interno, sia estero.

…ma l’export batte la crisi?

Al tracollo della domanda interna, ha fatto tuttavia da contraltare il fatturato estero, sia da noi, sia in Spagna. Il 61% delle imprese ha infatti aumentato il suo fatturato estero in misura compresa fra il 73% del farmaceutico e il 43% dell’abbigliamento. A godere dell’incremento sono state soprattutto le grandi imprese.

L’export ha fatto la parte del leone in quasi tutti i settori, eccetto mobili, legno, stampa e abbigliamento e ha contribuito col suo aumento ad accrescere il fatturato di poco più della metà delle imprese italiane, che producono quasi il 60% del valore aggiunto.

Gli ultimi dati sul commercio estero dell’Istat confermano il contributo positivo delle esportazioni all’economia del Belpaese. A gennaio 2014 il saldo commerciale è stato positivo per il 21mo mese consecutivo e in forte miglioramento rispetto al 2013. I mercati più dinamici all’export sono i Paesi EDA (Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malaysia e Thailandia), con un +14,8%, la Cina (+11,4%) e il Belgio (+10,1%).

Insomma, finora sono le esportazioni ad aver permesso alle imprese italiane di sopportare meglio la crisi, rimediando al calo della domanda domestica in Italia e confermando il successo del marchio del made in Italy nel mondo.

Come i risparmiatori possono aiutare la ripresa

Ma le imprese italiane non sono aiutate solo dalle esportazioni e dalla domanda interna. Un altro modo con per scommettere sulla ripresa, riservato ai risparmiatori, è investire nelle imprese italiane quotate.

Ecco due portafogli che abbiamo creato per chi volesse farlo:

Per chi preferisse investire in modo bilanciato su azioni (55%) e obbligazioni (45%) italiane, abbiamo costruito Scommessa Italia, di cui abbiamo approfondito obiettivi e modalità di costruzione qui.

Qualunque sia il vostro portafoglio preferito tra questi, vi consigliamo di investirci solo una piccola parte del vostro patrimonio, in modo da diversificare il rischio con altri investimenti ed evitare l’home bias (investire tutto il patrimonio in attivi del vostro Paese).

Premesso questo, scegliete pure il portafoglio che fa per voi sul nostro sito!

made in Italy

Scritto da

Laureata in Management presso l’Università Bocconi nel 2012, con una tesi sull’inattività giovanile in Italia. Da studentessa, ha collaborato con i media universitari Radio Bocconi e Tra i Leoni e al di fuori delle mura accademiche con Campus (Gruppo Class Editori) e Real World Magazine (Gruppo Potentialpark). In Saipem si è invece occupata di accertamenti giuridici nell’area Risorse Umane. Dopo la laurea, è stata assistente ai programmi di politica, economia e finanza a Radio 24 (Gruppo 24 Ore), nonché redattrice economica di Arcipelago Milano. I suoi principali interessi sono economia e comunicazione online. La distraggono da grafici e dati solo arte, cinema, teatro e buone letture.

Ultimi commenti
  • Non per fare sempre l’avvocato del diavolo…ma abbiamo una evidenza che il partecipare al mercato secondario, cioè al di fuori delle IPO, aiuti le imprese? Non sarebbe meglio concentrarsi nel sottoscrivere le loro obbligazioni ( sempre all’emissione)? Oppure acquistare i loro prodotti, se ne fornissero di qualità? per la serie, Moleskin si, Fiat no 🙂

    • Raffaele Zenti

      Comprare all’emissione non è sempre facile: ad esempio vedersi assegnare azioni in un IPO non è affatto scontato, a volte è difficile anche per un investitore istituzionale.
      Invece, il mercato secondario è quel luogo finanziario dove in qualsiasi momento posso acquistare o vendere titoli trattati su di esso: quindi, oltre a fornire liquidità, caratteristica essenziale (da risparmiatore, l’esistenza del mercato secondario è rassicurante, è una via di uscita sempre aperta), offre l’opportunità di acquistare in momenti successivi all’emissione. Quindi l’azienda con titoli presenti sul secondario offre più opportunità e servizio ai suoi azionisti o obbligazionisti.
      Certo, c’è il tema del mark-to-market: il prezzo è sempre lì, visibile. In teoria è cosa buona, dà trasparenza, ma per molti investitori è fonte di azioni sconsiderate, come vendere al primo colpo di tosse del mercato, o comprare su quotazioni assurde, solo perché “lo fanno tutti”..

lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.