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HomeECONOMIA E MERCATIECONOMIA, POLITICA E SOCIETA'Silenzio, parlano gli analisti. Ma quanto possiamo credere ai target price?

Silenzio, parlano gli analisti. Ma quanto possiamo credere ai target price?

Nei loro report sui titoli azionari, gli analisti delle varie case d’investimento indicano il cosiddetto “target price”, ossia l’obiettivo di prezzo – o prezzo obiettivo – che l’azione potrebbe ragionevolmente raggiungere in un futuro prossimo, alla luce dei piani industriali presentati dal management della società emittente e dello scenario macroeconomico e di settore.

Ma quanto è affidabile questo indicatore? È quel che ci chiediamo oggi. Per rispondere presentiamo un caso del tutto ipotetico, ispirato in modo randomico ad alcuni fatti societari cui abbiamo assistito in questi ultimi dieci-quindici anni.

 

Quanto possiamo credere ai target price?

Ed ecco la nostra ipotetica situazione di partenza, ispirata – ma non riferita in modo specifico – a qualche fatto realmente accaduto qua e là. C’è un titolo azionario, emesso dalla società PiccioneViaggiatore. A fronte di un’offerta di scambio azionario (ops) avanzata da un importante investitore, un pool di investitori annuncia una contro-opa.

Il consiglio di amministrazione della PiccioneViaggiatore dichiara l’offerta dell’importante investitore, che chiameremo Mister X, non adeguata, perché non allineata con il target price del titolo PiccioneViaggiatore, che il consensus degli analisti indica a 0,80 euro per azione.

L’effettiva quotazione del titolo PiccioneViaggiatore pre-ops è però in quel momento pari a 0,40 euro per azione. E questo ci porta a fare una prima considerazione.

 

L’andamento del titolo PiccioneViaggiatore

Come in molte altre situazioni, anche in questo caso la storia viene in nostro soccorso. Nei cinque anni precedenti alla contesa tra Mister X e il pool di investitori, il titolo azionario della società ha toccato un massimo di 8,5 euro per azione. Nei 12 mesi precedenti, però, il massimo è stato 1,5 euro. Come dire: le cose sono un po’ cambiate.

Eppure, sul titolo si sono espressi di recente gli analisti delle case d’investimento A, B e C.

  • La società A ha assegnato al titolo PiccioneViaggiatore il giudizio “buy” (in altre parole, il titolo è da comprare) con target price a 2 euro (arriverà cioè a valere 2 euro), tenuto conto dell’impatto del taglio dei costi previsto dal management.
  • La società B, dal canto suo, ha classificato l’azione come “hold”, quindi da tenere, con un obiettivo di prezzo di 1,4 euro, nella convinzione che il taglio dei costi darà i suoi frutti in tempi più rapidi del previsto.
  • C, infine, ha emesso un giudizio “buy” – titolo da comprare, quindi – con un prezzo obiettivo di 1,3 euro, premiando anche in questo caso il taglio dei costi annunciato dal management.

 

 

Ma cosa ci dice il bilancio della società?

Negli ultimi cinque anni la società ha effettuato alcuni aumenti di capitale, ma nonostante l’afflusso di mezzi freschi ha complessivamente “bruciato” circa 1,5 miliardi di euro. Le vendite di una divisione e di uno storico stabile di proprietà non hanno ancora dispiegato i loro effetti sul conto economico. E intanto le perdite sono continuate.

In sintesi: la società fino a quel momento non ha tenuto fede agli obiettivi più volte dichiarati. Sì, perché i piani industriali presentati alla comunità finanziaria hanno sempre puntualmente indicato “sorti magnifiche e progressive” e, in sostanza, gli analisti li hanno presi come punto di riferimento nelle loro valutazioni.

Gli investitori hanno quindi comprato azioni basandosi su previsioni e valutazioni rivelatesi troppo ottimistiche troppo presto. Il tutto, d’altra parte, nel momento in cui è intervenuto uno scenario di mercato assolutamente straordinario e non prevedibile.

 

Si può fare di tutta l’erba un fascio?

No, certo, siamo d’accordo con voi: astrarre una regola generale da un caso particolare – che per giunta, come in questo caso, è del tutto immaginario – è sempre fuorviante.

Ma l’esempio che vi abbiamo proposto – che riassume in sé gli elementi di tanti casi che si sono succeduti nel corso degli anni, anche in tempi sì difficili, ma assai meno straordinari e imprevedibili di quelli che stiamo sperimentando da due anni e mezzo a questa parte – secondo noi è sufficiente a dare una risposta alla domanda dalla quale siamo partiti.

 

Domanda: Possiamo credere ai target price?
Risposta: Non sempre, e non tantissimo.

 

Certo, gli analisti hanno accesso a dati e informazioni pubbliche, ai “roadshow” organizzati dalle società, alle “conference call” dei top manager, a incontri “one-to-one”, tutte cose che al singolo investitore privato sono negate.

Forse, però, i singoli investitori privati farebbero bene ad ascoltare tutto e tutti ma a decidere con la dovuta dose di senso critico e consulenza indipendente. Sempre, va da sé, in un’ottica di medio-lungo termine e di adeguata diversificazione di portafoglio.

 


 

 

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