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(Dis)Integrazione Europea: e se anche nel continente ci fosse una “questione meridionale”?

L’Eurostat in un recente report ha analizzato nel dettaglio la situazione occupazionale dell’Europa a 27 per il 2011. L’analisi, particolarmente interessante e ampia, riporta i dati della disoccupazione nei diversi Paesi, divisi per regioni, età e sesso.

Nel grafico abbiamo riassunto i dati del tasso di disoccupazione totale. La media Europea si attesta al 9,6%, mentre il tasso di disoccupazione in Italia è pari al 8,4%. Una buona notizia anche se, come sappiamo, nel nostro Paese la situazione non è affatto omogenea e il numero di disoccupati varia molto a seconda della latitudine.

Il Nordest è l’area del Paese che presenta il dato migliore (la provincia autonoma di Bolzano, con il suo 3,3%, entra nella classifica delle dieci regioni d’Europa col più basso tasso di disoccupazione). Il Nordovest e il Centro si attestano a poca distanza, rispettivamente con il 6,2% e il 7,6%. La forbice si allarga per le regioni meridionali: il Sud presenta una disoccupazione al 12,8% (in questa area il dato peggiore d’Italia: il 15,5% della regione Campania, quasi 5 volte il valore di Bolzano!) e le Isole al 14,5%.

Dati preoccupanti, ma il report mette in luce come le tradizionali differenze dicotomiche tra il Nord e il Sud del nostro Paese si presentano, ancora più marcate, allargando lo sguardo all’intero continente.
In Europa i dati occupazionali passano dal 2,5% dello Stato Federato Salisburghese (Austria) e del Tirolo (sempre in Austria) al 30,4% in Andalusia (l’estremo sud spagnolo).
Se calcoliamo la media della disoccupazione delle prime dieci regioni europee, raggiungiamo il 2,96%, mentre la media delle peggiori dieci è al 26,45%: quasi dieci volte tanto!

Se si entra nel dettaglio focalizzando l’attenzione sulla disoccupazione giovanile, la maglia nera spetta ancora alla Spagna: Ceuta (caso particolare di exclave spagnola in terra d’Africa) presenta il 65,5% di disoccupati nella fascia d’età tra i 15 ed i 24 anni, immediatamente seguita dall’Andalusia con il 58,5%, mentre la maglia rosa va alla tedesca Tubinga, con un valore pari al 4,3%. Come si può vedere in questo caso le differenze sono ancora più marcate, con le regioni peggiori che presentano valori fino a 15 volte superiori alle migliori!

Parlare di integrazione europea oggi è come, per un atleta, parlare di traguardo della maratona quando ha corso solo i primi 100 metri di del primo allenamento di stagione. Un obiettivo lontano, che può (e deve) essere raggiunto, ma solo con sforzi enormi e con tanto allenamento.

Le differenze in Europa sono abissali e si sono stratificate ed ampliate nel tempo a causa della disparità di politiche economiche e dell’accumulo di grandi squilibri; non è possibile, quindi, colmarle frettolosamente.  “Una moneta unica e una politica monetaria comune non possono prescindere da un’unione economica (vera) e da un’unione politica”, concetto ribadito proprio qualche giorno fa il Governatore della BCE Mario Draghi. Guardando questi dati balza agli occhi come, politiche volte alla correzione delle differenze di competitività e soprattutto che puntino alla crescita prima che all’austerità, sono le uniche che possono aiutare nel lungo cammino verso l’uscita dalla crisi europea.

Perdere peso in vista di una maratona è auspicabile ma non occorre il digiuno, altrimenti mancano le forze. Serve una buona dieta e, soprattutto, bisogna correre!

Scritto da

Esperta di obbligazioni e di gestione di portafoglio, è laureata in Economia Politica Internazionale all'Università di Torino. Vanta una lunga esperienza sui mercati finanziari, acquisita in primarie realtà nel mondo del risparmio gestito, come DWS Investments e Anima Sgr. È stata ricercatrice presso l’International Center for Economic Research.

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