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NPL: Cosa sono e perche’ se ne è tornati a parlare con la crisi coronavirus?

L’impatto dell’epidemia e le sue conseguenze sull’economia globale torna a far parlare di sofferenze: lo stop alle aziende ha riacceso nelle banche la miccia degli Npl, con conseguenze negative sia sulla redditività degli istituti di credito che sul profilo patrimoniale

I crediti deteriorati hanno portato allo sviluppo di una vera e propria industria che conta oltre 17 mila addetti in Italia e rappresenta, per volumi gestiti, il secondo mercato europeo.

Npl, Utp: sono nomi balzati agli onori della cronaca con la crisi del 2008, che ha impattato in particolar modo sul sistema bancario, mettendo a repentaglio la sopravvivenza di molti istituti di credito.

Ora, l’impatto dell’epidemia e le sue conseguenze sull’economia globale torna a far parlare di sofferenze e crediti deteriorati. Ma di cosa parliamo esattamente?

 

Partiamo dalla definizione di credito deteriorato

Si tratta innanzitutto di un credito, quindi sorge quando la banca concede un finanziamento o un prestito a un soggetto, che esso sia un privato o un’impresa.

In particolare, gli NPL sono prestiti che la banca elargisce ai suoi clienti, che però non sono in grado di pagare interamente o in parte. Per questo motivo, vengono detti crediti deteriorati, ossia denaro prestato che la banca non ha la certezza di poter avere indietro perché il debitore potrebbe non pagare, non riuscendo quindi a rispettare il contratto stipulato con l’istituto bancario.

Questi crediti diventano deteriorati in seguito a un peggioramento della situazione finanziaria del debitore, che può esser determinata ad esempio da una riduzione dello stipendio, dalla perdita del lavoro, una crisi dell’azienda o una crisi globale dovuta allo scoppio di una pandemia, per rimanere in tema.

Facciamo l’esempio concreto di un mutuo. Quando prendiamo un mutuo in banca noi stipuliamo un contratto che prevede rimborseremo il debito in tot anni, stabilendo di frazionare il pagamento in rate con cadenza regolare. Ogni rata comprende una parte dell’ammontare del prestito frazionato più il tasso di interesse.

Prendiamo il caso di un soggetto con un contratto di lavoro a tempo indeterminato e una situazione finanziaria stabile. Chiede un mutuo alla banca per comprare la casa. Gli concedono un mutuo a 10 anni con pagamento a cadenza mensile. Nel frattempo gli nasce un figlio. Poi arriva il coronavirus, la sua azienda chiude e resta senza lavoro. A quel punto non riesce più a pagare le rate, per la banca diventa dunque un cattivo pagatore e il credito che vantava si deteriora.

 

Ma cosa significa per la banca un credito deteriorato?

Prima cosa significa un costo. La banca per ogni credito erogato deve mettere da parte un accantonamento: ad esempio ogni 100 euro di credito mette da parte 1 euro per salvaguardare la tranquillità patrimoniale e coprire il rischio derivante dai crediti non performing. Se peggiora qualità del credito, in presenza di un cattivo pagatore, da 1 euro diventano 20, 30, 50 e questo non può che pesare sui bilanci e la redditività degli istituti di credito.
 

 

Ma cosa fa la banca davanti ai crediti non performing?

In primo luogo, può optare per la ristrutturazione dell’esposizione creditizia, quindi potrebbe pensare di posticipare la scadenza del debito o anche cancellare una quota del debito contratto con l’obiettivo di riscuoterne una parte.

In alternativa, gli istituti di credito possono decidere di vendere gli NPL ad altre società, i cosiddetti servicer, a un prezzo ovviamente minore con il duplice obiettivo di ottenere una parte del denaro prestato e di togliere i crediti non performing dal bilancio economico.

La Banca d’Italia ha diviso i crediti deteriorati in tre categorie:

  • le esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate: crediti scaduti da oltre 90 giorni. In altre parole sono in ritardo sui pagamenti di oltre 3 mesi.
  • le inadempienze probabili, dette anche UTP – Unlikely to Pay – : il gradino successivo, quello in cui la banca ritiene improbabile che il debitore adempia interamente ai propri obblighi contrattuali, a meno di azioni dell’istituto di credito come l’escussione delle garanzie. Il caso degli UTP spesso riguarda le aziende che hanno manifestato una difficoltà momentanea a pagare. In questo caso è ancora possibile aprire un dialogo per trovare il modo affinché il cliente torni ad essere un buon pagatore.
  • Infine, giungono le vere e proprie sofferenze, crediti verso soggetti in stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili.

Per il sistema economico, quest’ultima è la peggiore delle ipotesi, perché significa che con il cliente non c’è più un canale aperto per ristrutturare il debito ma si sta passando a vie legali con perdite per tutti gli attori coinvolti.

 

La pandemia ha fatto riaffiorare molti Npl: ci pensano i fondi europei?

È chiaro perché la crisi scatenata dal coronavirus abbia fatto tornare alla ribalta il tema dei crediti deteriorati. Se le imprese chiudono, le persone perdono il lavoro e con esso la loro capacità di adempiere agli obblighi contrattuali derivanti da finanziamenti e prestiti.

Le sofferenze bancarie sono destinate a crescere a causa del coronavirus ma non fino ai picchi negativi del 2012, come si era pensato all’inizio della pandemia, perché la situazione, grazie anche alle misure straordinarie adottate finora, dovrebbe essere più gestibile rispetto a quella della crisi del 2008.

Gli interventi adottati finora e quelli previsti in futuro, anche grazie ai fondi messi a disposizione dal recovery funds, secondo gli esperti dovrebbero essere in grado di ridurre il rischio che il temporaneo blocco delle attività produttive si traduca nel fallimento di imprese altrimenti solvibili, con la potenzialità di indurre una significativa riduzione del tasso di default delle imprese e di mitigare la crescita dei crediti deteriorati.

 


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