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Quanto vale la she-economy, l’economia al femminile?

Entro la fine di quest’anno gli asset finanziari in mano alle donne dovrebbero toccare quota 71 mila miliardi di dollari su scala globale, il doppio rispetto al 2010. Ma che impatto potrebbe avere l’uguaglianza di genere sul Pil globale e i mercati finanziari?

 
L’attenzione dei media sulla diversità di genere e il ruolo delle donne sul posto di lavoro è stato un tema chiave degli ultimi anni, un tema che sta diventando un mega-trend di investimento nel lungo periodo. La cosiddetta “she-economy”, termine coniato dal ministero dell’Istruzione cinese nel 2007, è in forte crescita. I dati dell’industria, infatti, mostrano che il gentil sesso sta guidando la crescita in diversi settori dell’economia globale, soprattutto online, come la sanità, i servizi finanziari, il commercio elettronico e l’istruzione. Ma non solo: entro la fine di quest’anno le donne dovrebbero arrivare a controllare circa 71 mila miliardi di dollari di asset finanziari globali, il doppio rispetto al 2010.

 

La she-economy non riguarda solo il consumo

La percezione generale è che le aziende che comprendono e si rivolgono alle consumatrici siano più competitive delle altre. Ma la she-economy non riguarda solo il consumo e si muove a cavallo di diversi settori. Ad esempio, la sicurezza delle donne in India ha attirato l’attenzione di tutto il mondo a seguito di diversi casi eclatanti di violenza di genere. La questione ha spinto alcune aziende a sviluppare applicazioni e servizi che rendano più facile per le donne contattare i servizi di emergenza. Nell’aprile 2016 il ministero delle telecomunicazioni indiano ha annunciato che tutti i telefoni cellulari venduti in India avrebbero dovuto avere un pulsante antipanico. In Cina, invece, il 61% delle donne ha indicato il fitness come il fattore più importante per uno stile di vita sano. Negli ultimi anni, infatti, è aumentato il numero di donne che frequentano palestre, club di yoga, o che praticano attività sportive all’aperto come la corsa e le escursioni, e questo ha spinto la domanda di abbigliamento sportivo e di accessori per il tempo libero che soddisfino le esigenze specifiche delle donne.

 

Il fronte finanziario è la nuova frontiera

Anche sul fronte finanziario, come anticipato, la she-economy sembra essere diventata la nuova frontiera: le donne nei prossimi anni accumuleranno ricchezza più velocemente rispetto agli uomini, portando avanti il trend dell’ultimo decennio, che ha visto il valore dei loro patrimoni crescere a un ritmo di circa una volta e mezzo in più rispetto a quello degli uomini. Questa tendenza è influenzata anche dalla maggiore aspettativa di vita delle donne, in media di quattro anni e mezzo in più rispetto agli uomini. Come risultato della maggior longevità femminile, nell’ultimo anno circa 22 mila miliardi di asset sono passati dal mondo maschile a quello femminile soltanto negli Usa.
 

La parità di genere aumenta il Pil dei Paesi

Tra le sostenitrici della she-economy c’è Christine Lagarde, ex presidente del Fondo monetario internazionale (Fmi) e attualmente a capo della Banca centrale europea. Lagarde sostiene che alcuni Paesi potrebbero aumentare di almeno il 35% il proprio Pil se abbandonassero leggi e atteggiamenti sessisti e sfruttassero le competenze che le donne possono offrire. E i numeri sembrano darle ragione: stando ai dati di BofA Merrill Lynch, la parità tra i due sessi, non soltanto sul lavoro ma anche in tutti gli altri ambiti della vita sociale ed economica, potrebbe spingere entro il 2025 il Pil mondiale tra il 13 e 31%, che tradotto in dollari si aggira tra i 12 e i 28 mila miliardi.
 

Un driver per l’economia sostenibile

L’uguaglianza di genere, dunque, è uno dei driver dell’economia sostenibile, supportata anche a livello giuridico da nuove regole sul luogo di lavoro e dalla guerra a pratiche discriminatorie nei confronti delle donne. Proprio Lagarde aveva posto come obiettivo chiave per il Fmi l’empowerment femminile sin dal 2011. Nel corso degli anni i ricercatori del Fondo monetario hanno suggerito a più riprese che le banche sarebbero state più stabili se avessero reclutato più donne nei loro consigli di amministrazione. Il caso -o meglio il merito- ha voluto che proprio Lagarde fosse nominata alla guida della Bce, quasi a coronamento di un percorso di cambiamento culturale che va avanti almeno da una decina di anni a livello globale.
 

 

Un megatrend su cui investire?

Come tutti i megatrend, la she-economy potrebbe offrire qualche spunto interessante anche agli investitori.

Lo dimostra una recente analisi di Morgan Stanley Research, che ha messo a punto un indicatore – Holistic Equal Representation Score (HERS) – per valutare le aziende più attente alla parità di genere: l’indice tiene conto di fattori come la percentuale di donne nei cda o nel ruolo di dirigenti e manager ma anche le specificità a livello di settore o regione.

Ebbene, ne è emerso che, a livello globale, le aziende attente alla parità di genere hanno sovraperformato rispetto ai loro pari meno diversificati del 3,1% all’anno negli ultimi otto anni. Tradotto: oltre a essere socialmente più corretto, investire sulle aziende che puntano sulle donne in media rende di più.

 

Lasciare che il potere delle donne spinga economia e finanza

La crescita della she-economy per le aziende, la spesa dei consumatori e i governi, significa dunque progettare e costruire prodotti per attingere al potere d’acquisto delle donne. Migliorare i risultati delle politiche con un maggior numero di donne nei ruoli decisionali. Aiutare tutti i dipendenti a bilanciare gli impegni lavorativi e familiari. Lasciare che il potere delle donne spinga l’economia e la finanza. In sintesi lasciare alle donne il ruolo che spetterebbe loro, seguendo una logica di merito e non di genere.
 


 

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