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E se gli Stati Uniti d’America fallissero per colpa delle rette universitarie?

Sembra che gli Americani non riescano ad evitare problemi legati credito. Venerdì scorso Democratici e Repubblicani sono riusciti ad arrivare ad un compromesso riguardo ai prestiti per gli studenti: Ii Senato ha approvato la mozione democratica per mantenere i tassi d’interesse al 3,4%, stanziando altri 6 miliardi di dollari per questo fine.

Con 7,4 milioni di Americani su cui pesa un debito tra i $10.000 e i $200.000, era fondamentale che il Parlamento approvasse questa mozione per tenere i tassi d’interesse bassi.

Cerchiamo di capire meglio questo fenomeno tutto americano.

La realtà universitaria americana è molto diversa da quella italiana, soprattutto per quanto riguarda i costi associati al conseguimento della laurea. Le università pubbliche (finanziate in parte dal governo regionale) sono di norma accessibili soltanto a residenti dello Stato in questione, con un costo che mediamente varia tra i $15.000 e i $25.000 annui. Per conseguire una laurea sono necessari circa quattro anni: lo studente dovrà, quindi, sostenere una spesa compresa tra i $60.000 e i $100.000.

Nel caso delle università private i prezzi raddoppiano: dai $35.000 a $55.000 annui. Per una laurea dall’altra parte dell’oceano si può arrivare a spendere fino a $220.000, includendo spesso il vitto e l’alloggio, ma rimangono comunque cifre spaventose rispetto alla realtà italiana, dove una laurea alla Bocconi (intorno ai €10.000 annui, se non si fruisce di borse di studio) è considerata cara.

A causa di prezzi così elevati, molti studenti necessitano di un mutuo per pagare l’università, il che non è stato un problema fino a quando la maggior parte dei laureati riusciva a trovare un lavoro, ben pagato, entro tre mesi dalla fine degli studi. Come ben sappiamo, in questo momento, i tassi di disoccupazione, sia europei che americani, sono alle stelle e, anche per i neolaureati, è sempre più difficile trovare un posto fisso che permetta di pagare le rate del mutuo, un affitto e magari riuscire ad avere qualcosa da mettere nel fondo pensione.

Nonostante queste difficoltà il numero di studenti che richiede un prestito per l’università  è in aumento: un sondaggio eseguito dal ministero dell’Educazione americano mostra che il 66% degli studenti laureati tra il 2007 e il 2008 aveva contratto un mutuo per pagare l’università, e la percentuale non tiene conto di prestiti richiesti ai genitori o da privati.

I mutui degli studenti hanno alcune caratteristiche in comune.

  1. Il rimborso del debito inizia solo dopo sei mesi dalla laurea ma, se lo studente decide di conseguire anche un master, è solo al conseguimento di quest’ultimo che il debito dovrà essere rimesso.
  2. Nel caso di bancarotta dello studente debitore (il famoso Chapter 11 che di solito tutela l’individuo dai creditors), verrà detratto il 25% dello stipendio fino alla completa estinzione.

Tali caratteristiche pongono alcuni problemi allo studente, al creditore e al Governo.

Lo studente non si accorge del suo indebitamento fino a quando non arrivano le prime richieste di pagamento, quattro anni e sei mesi dopo l’apertura del mutuo. Il prestatore, che sia il governo o una finanziaria indipendente, non riceve pagamenti per un lungo periodo e perciò non sa se il prestito concesso andrà a buon fine o se il creditore sarà insolvente; nel caso in cui il creditore non potesse pagare e fosse anche senza lavoro, sarà è il governo a dover ripagare il mutuo.

Dopo la crisi dei mutui subprime nel 2007-2008, sembrava che gli Americani avessero capito la lezione, e avessero iniziato a indebitarsi solo con la consapevolezza di riuscire a ripagare i propri debiti.

Le percentuali d’insolvenza a novanta giorni per la maggior parte dei mutui, infatti, sono in declino a partire dal terzo trimestre del 2009. L’insolvenza degli studenti (in rosso nel grafico), invece, è l’unica con tendenza positiva. Questo vuol dire che la crisi, da un punto di vista dell’occupazione, è lungi dall’essere risolta.

Le motivazioni di questo andamento sono essenzialmente tre:

  1. le rette universitarie delle università pubbliche sono cresciute del 72% tra il 2001 e il 2011 a causa del taglio del finanziamento pubblico all’educazione;
  2. la maggiore facilità nel trovare lavoro da parte dei laureati rispetto a chi è soltanto diplomato (il divario del tasso di disoccupazione è raddoppiato dopo il 2008!);
  3. il dimezzamento dei tassi d’interesse sui mutui  per l’università da parte dei Democratici nel 2007 e le recenti politiche monetarie della Fed, hanno accelerato la richiesta di prestiti da parte degli studenti universitari.

Nel rapporto pubblicato il 31 maggio 2012 la Fed mostra che il debito studentesco è in continua crescita, e nel primo trimestre del 2012 ha raggiunto 904 miliardi di dollari, aumentando di 30 miliardi rispetto al trimestre precedente e il problema è che continua a crescere. Nel 2010 il debito studentesco ha superato il debito per carte di credito (che rimane stabile intorno ai 670 miliardi di dollari) ed è diventato la seconda maggiore voce di debito negli Stati uniti, dopo quello sulla casa.

debito degli studenti usa

I rischi che l’aumento del debito studentesco porta sono preoccupanti: potrebbe mettere a repentaglio la ripresa economica statunitense.

A differenza della crisi del credito del 2008 questa volta le banche non sono ancora particolarmente esposte, ma lo è direttamente il Paese, e gli Stati Uniti sono davvero “too big too fail” (troppo grandi per fallire).

Scritto da

Milanese di nascita, dopo il diploma al liceo classico ha scoperto la passione per il mondo matematico. Studia Economia Politica con indirizzo Relazioni Internazionali e Finanza alla Boston University. Giocatore di rugby e appassionato di golf, non ha mai buttato via un cartone di latte.

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