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Usa, cosa c’entra Taylor Swift con Pil e inflazione?

Il Pil degli Stati Uniti è salito del 4,9% su anno nel terzo trimestre (dal +2,1% del secondo trimestre), sopra le attese degli analisti e ai livelli più alti dalla fine del 2021. Il motivo di questo balzo? Potrebbe avere a che fare con Taylor Swift e Beyoncé: stiamo parlando della cosiddetta “funflation”, ovvero l’inflazione generata dalle spese legate al mondo dell’entertainment: in questo caso concerti molto popolari che, oltre a riempire gli stadi, hanno creato tutto un indotto tra prenotazioni di alberghi e ristoranti, biglietti aerei e così via, in grado di far muovere significativamente il Pil. E non è un modo di dire: metà della crescita trimestrale del Pil Usa è dovuta davvero all’aumento dei consumi.

“Buona parte di questo slancio è dovuto a fattori temporanei – l’uscita di blockbuster come “Barbie” e “Oppenheimer” o tournée di artiste come Taylor Swift e Beyoncé – oltre che da fattori che non riflettono necessariamente una forza di fondo, come l’accumulo di scorte al dettaglio”, commenta Eliza Winger, economista di Bloomberg.

 

 

Intanto, l’inflazione negli Stati Uniti sembra aver smesso di correre: a settembre si è attestata al +3,4%, in linea con le attese degli analisti. E nella riunione del 1^ novembre, la Fed ha lasciato ancora i tassi fermi, come previsto, nella forchetta tra il 5,25% e il 5,50% (che comunque è il livello massimo degli ultimi 22 anni): dopo 15 mesi di rialzi consecutivi, da giugno la banca centrale Usa si è presa una pausa.

 

Il dato sul Pil sembra smentire i timori di una recessione imminente

Eppure, molti osservatori continuano a pensare che il momento attuale rappresenti solo un ultimo “sospiro di sollievo” prima della crisi del prossimo trimestre. I dati storici però, ci raccontano un’altra storia, sottolineano gli esperti di Payden & Rygel società di gestione degli investimenti americana. Dal 1980, il Pil statunitense ha registrato tassi di crescita pari o superiori al 4,9% per trentadue volte. E successivamente, si è attestato mediamente al 3,3% nei trimestri successivi: soltanto in tre trimestri si è registrata una crescita negativa, due dei quali nel 1981, quando la recessione era già in corso e il tasso di disoccupazione era superiore al 7%.

 

 

Insomma, una situazione ben diversa da quella attuale. Ora, con un tasso di disoccupazione vicino ai livelli di un anno fa e l’indice dei responsabili degli acquisti del settore manifatturiero (PMI) e dei servizi in crescita a ottobre, “una recessione non ci sembra probabile”, concludono gli analisti.

 


 

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