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E se provassimo a calcolare lo spread delle Regioni italiane?

La Regione Sicilia rischia il default: la Corte dei Conti ha certificato un indebitamento di 5 miliardi di euro, e nella cassa ci sono solo 3 milioni.

«Occorre scuotere dal torpore i siciliani, a cominciare dai dipendenti regionali e dai pensionati che saranno i primi a trovarsi senza stipendio in caso di crollo».

Così ha commentato al Corriere della Sera Ivan Lo Bello, fino a marzo presidente e oggi vice di Confindustria Sicilia.

Cosa vi evoca questa notizia? Avete trovato anche voi delle analogie? La Regione meridionale potrebbe diventare “la Grecia d’Italia” con la differenza, non da poco, che il Paese ellenico pesa circa il 2% sul PIL europeo, mentre la Sicilia il 5,7% sul Prodotto Interno Lordo nazionale!

Provate ad immaginare se esistesse lo spread delle regioni: al posto della Germania forse avremmo le regioni più solide come Veneto, Emilia-Romagna o  Lombardia.  Precisazione: mi rendo conto che lo spread in realtà concentra tantissime variabili, il seguente è solo un gioco per provare a capire meglio le spaccature del nostro Paese. Certamente in questi giorni lo spread della Sicilia schizzerebbe a livelli altissimi, con tutti i problemi annessi al pericolo contagio già analizzati da Raffaele Zenti in questo post per le altre regioni.

In realtà la vicenda dell’Isola è un pretesto per andare più a fondo nell’analisi “La situazione occupazionale dell’Europa a 27 per il 2011” realizzata dall’Eurostat e già trattata a livello continentale su questo blog da Elisabetta Villa.

Obiettivo di questo post è usare l’occupazione come chiave di lettura delle durevoli differenze all’interno del nostro Paese, provando a fare un gioco di analogia con l’Eurozona.

A fronte di una disoccupazione media a livello nazionale dell’8,4% (più bassa della media europea: 9,6%) il nostro Paese presenta, come emerge dal grafico, ancora le ataviche differenze Nord-Sud.

Analizzando il ranking delle 20 regioni italiane, emergono 5 gruppi, quasi sempre caratterizzate da contiguità territoriale.

  • La Scandinavia d’Italia”: è al Nord-est. Le province autonome di Trento e Bolzano che, con il Veneto, presentano un tasso inferiore al 5% (nonostante la crisi); praticamente territori a piena occupazione.
  • La “Germania d’Italia”: Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Lombardia presentano valori compresi tra il 5% e il 6%. Le ultime due regioni, tra l’altro, sono le più dinamiche e solide da un punto di vista economico.
  • Il “Benelux d’Italia”: Liguria, Toscana, Umbria e Marche presentano valori tra il 6% e il 7%. Mediamente popolose, sono caratterizzate da un buon tessuto produttivo e da un’indole turistica.
  • La “Francia d’Italia”: Piemonte, Abruzzo, Lazio e Molise presentano valori compresi tra il 7% e il 9% (ancora inferiori alla media europea). Con l’unica eccezione territoriale del Piemonte, il gruppo si situa al Centro-sud ed è composto da due regioni ricche e molto popolose ma meno dinamiche economicamente delle precedenti, e due regioni piccole e poco popolose.
  • I “PIGS d’Italia”: Basilicata, Calabria, Puglia, Sardegna, Sicilia e Campania sono in fondo alla classifica con tassi di disoccupazione compresi tra il 12% e il 16%. Pur con differenza interne sostanziali (3,5% la differenza tra Basilicata e Campania) è evidente lo “scalone” con il resto del Paese.

I problemi dell’Unione Europea li abbiamo scoperti solo di recente; le differenze interne al nostro bellissimo Paese, invece, le studiamo da anni.

Le due situazioni, per quanto gravi, non sono però così simili. Il bilancio dell’Isola, nonostante sia una regione a statuto straordinario, è consolidato nel bilancio dello Stato e, nel nostro ordinamento, non è previsto il fallimento di un ente pubblico. A pagare i debiti della Sicilia, quindi, saranno tutti gli Italiani. Suona antipatico, immagino, ma è molto meglio così.

Fastidioso? Ingiusto? Strano perché, se esistesse una soluzione definitiva alla crisi dell’Eurozona, sarebbe propria questa: una più coraggiosa unione politica, fiscale ed economica. Questo comporta – ammettiamolo – che ad un certo punto i Paesi virtuosi, capitanati dalla Germania, mettano mano al portafoglio e paghino i debiti dei fratelli periferici, spendaccioni e spiantati.

Credete che, nonostante tutto, l’Italia abbia un futuro? Beh allora bisogna seriamente iniziare a considerare il Mezzogiorno una risorsa, non un peso.

Quanto a noi meridionali… vi propongo la dichiarazione ufficiale del Presidente siciliano:

«Ho parlato al telefono con Monti rassicurandolo del fatto che, nonostante le criticità segnalategli, gli rassegnerò tutti gli elementi utili a dimostrare la sostenibilità della finanza regionale. Al premier parlerò anche della scelta di dimettermi per consentire agli elettori l’esercizio al diritto democratico di scegliere un nuovo governo e un nuovo parlamento»

(in sostanza: prima combino il guaio e poi me ne vado senza alcuna responsabilità politica).

Facciamo in modo che politici così non siano più nella stanza dei bottoni? Altrimenti, per l’ennesima volta, ricadremo nell’immagine gattopardesca: “tutto cambia affinché nulla cambi”.

Scritto da

Pugliese a Milano, amante del buon cibo, interessato a politica, tematiche economico-finanziarie e appassionato di innovazione tecnologica, in tutte le sue sfaccettature. È esperto di brand awareness, di gestione di contenuti multimediali, di comunicazione web e social networking. Laureato in Economia aziendale e Management all'Università Bocconi, ha lavorato nella Comunicazione e Brand di Anima Sgr curando la presenza sul web.

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