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HomeECONOMIA E MERCATIGRAFICO DELLA SETTIMANAGrafico della settimana: boom dei NEET in Italia. Ecco chi sono

Grafico della settimana: boom dei NEET in Italia. Ecco chi sono

Dopo gli appellativi di “bamboccioni” (Tommaso Padoa Schioppa, 2007) e “choosy” (Elsa Fornero, 2012), oggi ai giovani si rimprovera di non trovare lavoro “perché stanno bene a casa o non hanno ambizione” (John Elkann, 14 febbraio 2014). Accuse rivolte a un tipo particolare di giovani: i NEET, acronimo di Not in Employment, Education or Training, ovvero coloro che non studiano e non lavorano.

Sono oltre due milioni e costituiscono quasi il 24% dei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che vivono in Italia. Vediamo chi si cela dietro ai freddi numeri diffusi dall’Istat l’11 febbraio nel rapporto “Noi Italia 2014”.

Si fa presto a dire NEET

La definizione di NEET racchiude due tipologie di giovani non occupati: i disoccupati e gli inattivi.

Secondo la definizione dell’Istat, i disoccupati sono coloro che:

  • non hanno un impiego;
  • hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti la rilevazione e sono disponibili a lavorare entro le due settimane successive;
  • inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibile a lavorare entro le due settimane successive.

Gli inattivi sono i giovani che non lavorano e non lo cercano. A differenza del resto d’Europa, dove disoccupati e inattivi sono divisi equamente all’interno del tasso di NEET tra i 15-29enni, in Italia prevalgono nettamente i NEET inattivi, che hanno toccato i massimi negli anni della crisi.

Quota di NEET (15-29 anni) negli anni in Italia ed Europa e
composizione (disoccupati vs. inattivi) dei NEET italiani

neet-italia-disoccupati-inattivi

Identikit del NEET italiano

È donna. Le giovani tra i 15 e i 29 anni, infatti, sono NEET nel 26,1% dei casi (il valore è 21,8% per i ragazzi).

Vive nel Sud Italia. Una percentuale record di NEET risiede in Sicilia, Campania e Calabria che presentano valori rispettivamente del 37,7%, 35,4% e 33,8%. Nel Mezzogiorno il vantaggio per gli uomini (31,6 per cento) rispetto alle donne (35,0 per cento) è più basso della media nazionale.

Ha la cittadinanza italiana. Secondo un rapporto di Italia Lavoro su dati Istat del 2009, i giovani NEET stranieri sono solo il 13% del totale, contro l’87% degli italiani.

Ha un basso livello di istruzione. I NEET hanno un livello di istruzione inferiore rispetto ai giovani lavoratori: il 43% di loro ha conseguito, al massimo, la licenza media (Fonte: Eurostat).

Alle radici del fenomeno

Un rapporto di Italia Lavoro del 2011 analizza le cause del fenomeno dei NEET. Ecco le principali.

  1. Abbandono scolastico. Il tasso di NEET e di abbandoni scolastici salgono/scendono sempre insieme (sono correlati positivamente).
  2. Passaggio dalla scuola al lavoro. In Italia è lento e difficoltoso, anche per la mancanza di sistemi di collegamento come l’apprendistato.
  3. Mercato del lavoro. La difficoltà a trovare un impiego si riflette nell’alto numero di NEET inattivi perché scoraggiati: il 21,9% del totale nel 2009. A ciò si aggiunge il lavoro nero, correlato positivamente al tasso di NEET.
  4. Svantaggio familiare. Vista la bassa mobilità sociale italiana, i figli di genitori con basso livello d’istruzione hanno maggiore probabilità di diventare NEET.
  5. Mancanza di sostegno. A livello europeo, i Paesi con maggior tasso di NEET sono anche quelli dove i giovani restano più a lungo a casa dei genitori, Italia compresa. A questo proposito, Italia Lavoro rileva che un’alta percentuale di NEET inattivi non cerca lavoro per motivi familiari (il 26,9%, in base ai dati Istat del 2009). Ma bisogna anche riconoscere che è la mancanza di sostegno da parte del Welfare State a favorire il ruolo di supplenza da parte della famiglia di origine.

 

C’è poco da stupirsi che il tasso di NEET sia salito in un decennio dal 19,8% al 23,9%. C’è da chiedersi piuttosto se e quando la politica si deciderà a varare delle riforme strutturali per dichiarare guerra alla disocuppazione e all’inattività. Prima che siano loro a vincere contro la politica.

Scritto da

Laureata in Management presso l’Università Bocconi nel 2012, con una tesi sull’inattività giovanile in Italia. Da studentessa, ha collaborato con i media universitari Radio Bocconi e Tra i Leoni e al di fuori delle mura accademiche con Campus (Gruppo Class Editori) e Real World Magazine (Gruppo Potentialpark). In Saipem si è invece occupata di accertamenti giuridici nell’area Risorse Umane. Dopo la laurea, è stata assistente ai programmi di politica, economia e finanza a Radio 24 (Gruppo 24 Ore), nonché redattrice economica di Arcipelago Milano. I suoi principali interessi sono economia e comunicazione online. La distraggono da grafici e dati solo arte, cinema, teatro e buone letture.

Ultimi commenti
  • ” riforme strutturali per dichiarare guerra alla disocuppazione e all’inattività ”

    Io mi auguro che chi abbia scritto l’articolo abbia alzato un po’ troppo il gomito , in caso contrario sarebbe veramente grave quello che ha detto, perchè uno schiaffo in faccia ai diritti di libertà di ogni individuo.

    Se uno non vuole lavorare mi spieghi dove sta il problema ? Non per forza siamo nati con lo scopo di contribuire al sistema, ognuno fa ciò che gli pare sotto questo punto di vista.

  • Ciao Lara,

    naturalmente esistono degli inattivi che non vogliono lavorare per “contribuire al sistema”, come dici tu, o per altri motivi. Ma ci sono anche quelli che sono diventati inattivi per rassegnazione, non per scelta. Inoltre i disoccupati, siccome cercano lavoro e sono disponibili a lavorare, evidentemente vogliono farlo. Ne conosco parecchi che sono stati costretti ad andarsene dall’Italia per trovare un impiego. Migliorare il mercato del lavoro italiano non significa obbligare chi non vuol lavorare a farlo, ma dare maggiori opportunità a chi invece vuole farlo. Comunque, a proposito di diritti, ricordo che l’Italia è “fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione italiana), mentre l’art. 4 sancisce il diritto al lavoro a a promuovere le condizioni pe renderlo effettivo (cfr. qui: http://www.governo.it/Governo/Costituzione/principi.html). I dati del mio articolo ci dicono che non stiamo facendo abbastanza, evidentemente.

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