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Grafico della settimana: il 2019? È l’anno dei “tech unicorns”

Il 2019 sarà l'anno dei tech unicorns

L’anno degli unicorni è arrivato.

Ovviamente, non stiamo parlando di qualche lavoro letterario di Tolkien o George R. R. Martin, ma di tecnologia. È proprio con questo termine infatti che vengono ribattezzate società relativamente giovani (start-up), caratterizzate da valutazioni superiori al miliardo di dollari Usa.

Il 2019 sembra essere il loro anno: ad oggi si contano, solo negli Stati Uniti, 177 “società unicorno”. Un decennio fa se ne contavano appena nove. L’evoluzione tecnologica è stato uno dei driver principali dietro la crescita di questa piccole realtà, ma dall’elevato potenziale economico. Tuttavia, i rischi non mancano, soprattutto in una realtà fortemente competitiva come quella tecnologica.

Ad oggi, a suonare la campanella a Wall Street, è toccato a Lyft, Pinterest, Uber e Slack. Quest’ultima ha seguito un processo di quotazione diretta, senza un prezzo di offerta iniziale, una decisione già presa in passato da Spotify .

 

graph <a aria-describedby="tt" href="https://www.adviseonly.com/glossary/ipo" class="glossaryLink" data-cmtooltip="<div class=glossaryItemTitle>Ipo</div><div class=glossaryItemBody>Con il termine IPO (acronimo di Initial Public Offering, ossia Offerta Pubblica Iniziale) si indica l'offerta al pubblico dei titoli di una società che vuole quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Esistono tre tipi di IPO: OPS, OPV e OPVS.Con l'OPS (Offerta Pubblica di Sottoscrizione) si dà la possibilità di sottoscrivere azioni di nuova emissione agli investitori.Con l'OPV (Offerta Pubblica di Vendita) si vendono azioni già esistenti e appartenenti agli attuali(...)</div>">ipo</a> | amCharts

 

Come si vede dal grafico, attualmente le ultime quattro IPO statunitensi non stanno particolarmente brillando. Un andamento già riscontrato nel recente passato da Snapchat e Groupon, questo perché il mercato oggi – rispetto al passato – valuta con molta più cautela questi unicorni tecnologici. L’attuale contesto, in cui la concorrenza è sempre più agguerrita e la normativa in continua evoluzione, impone agli operatori di mercato una più attenta fase di valutazione, che si completa e si approfondisce con i vari risultati delle diverse trimestrali.

La volatilità di breve termine, in cui i prezzi salgono a doppia cifra, viene così contenuta ai primissimi giorni di quotazione e si lascia al “lungo termine” e ai risultati aziendali l’onere di certificare il successo (o il fallimento) della società sul mercato.

Una lezione che vale anche per il più classico degli investitori: investire nel breve/brevissimo termine non è per tutti. Sui mercati la strada principale è sempre la stessa: obiettivo a medio lungo termine, adeguato livello di rischio e consapevolezza dell’orizzonte temporale utile al raggiungimento dell’obiettivo. Niente di più semplice, anche se magari non molto “adrenalinico”.

In ogni caso, guardando alle valutazioni e ai fondamentali del settore, a nostro avviso la realtà odierna non è poi così allarmante. Sebbene oggi le valutazioni risultano un po’ più care rispetto alla media degli ultimi cinque anni, il momentum è ancora saldamente positivo.

C’è da dire comunque che alla fine del 2018, l’84% degli unicorni quotati ha chiuso l’anno senza utili. Per ritrovare un dato simile sapete quanto dobbiamo tornare indietro nel tempo? Di 18 anni, esattamente nel 2000, nei mesi che precedettero lo scoppio della bolla dot.com.

La realtà del periodo “dot.com” raccontava però un’altra storia. Il mondo tecnologico era decisamente meno diversificato e diffuso rispetto ai nostri giorni, e anche le valutazioni viaggiavano su valori decisamente diversi. Un dato su tutti chiarifica questa realtà: il P/E del Nasdaq intorno al 2001 era a quota 200, oggi è sui 24 punti. Un altro ordine di grandezza.

 


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