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Grafico della settimana: 15 anni di strategie Smart Beta

Investire con una strategia smart beta azionario

Le strategie Smart Beta sono ideate per creare valore attraverso una selezione sistematica di titoli da includere in portafoglio con regole precise. Il punto è: sono davvero “smart”?


Cosa sono le strategie Smart Beta?

Le strategie Smart Beta sono sempre più popolari tra gli investitori. Il motivo? Investono su fattori e fonti di rendimento (cioè “premi al rischio”) non del tutto banali, applicando regole oggettive nel selezionare e nel pesare i titoli all’interno del portafoglio. Ad esempio, si tratta di selezionare le azioni con i migliori dividendi. O con i migliori fondamentali, come il rapporto il P/E. O il miglior Momentum.

Di strategia Smart Beta ne parlai già in passato, quindi per altri aspetti rinvio al mio precedente post.

Va detta subito e chiaramente una cosa: un esercito di ETF e fondi comuni Smart Beta consentono ormai a qualunque investitore, piccolo o grande che sia, di inserire nel proprio portafoglio strategie di questo tipo, un tempo riserva di caccia degli investitori professionali, in particolare degli Hedge Fund. Ne risulta una più ampia gamma di investimenti possibili e maggiori opportunità di diversificare il rischio. E ciò è un bene.

Non tutte strategie Smart Beta, però, sono così “smart”. Non tutte hanno uguale successo. E non tutte espongono l’investitore agli stessi rischi. Ergo, prima di investire sulla fiducia meglio indagare…

Il grafico

Può quindi tornare utile il seguente grafico (dati di fonte S&P Dow Jones). Mostra le performance di alcune strategie azionarie Smart Beta del mercato più importante al mondo, quello statunitense, negli ultimi turbolenti 15 anni. La cosa importantissima è che il grafico riporta anche il rischio (seppur con una metrica discutibile come la volatilità). Viene riportato pure l’indice di Borsa S&P 500, giusto per capire come si è mosso il mercato nel complesso.

Vi do una dritta: le strategie più interessanti – almeno su base storica – sono quelle che si situano più a sinistra e/o più in alto rispetto all’indice S&P 500, perché sono quelle che hanno manifestato rischio più basso e/o performance più elevate rispetto al mercato.

[accordion title=”Nota”] Penso di fare cosa gradita fornendo una descrizione sintetica delle varie strategie Smart Beta monitorate da S&P Dow Jones, che per tutte utilizza come universo investibile l’indice di Borsa S&P 500:

  • Low Volatility – le 100 azioni con la più bassa volatilità annua; il peso di ciascun’azione è inversamente proporzionale alla sua volatilità;
  • Minimum Volatility – un portafoglio ottimizzato per avere la minima volatilità storica, con alcuni vincoli di composizione al fine di evitare eccessive concentrazioni di rischi specifici;
  • Low Volatility High Dividend – le 50 azioni High Dividend con la volatilità più bassa, ciascuna pesata in modo proporzionale al suo dividend yield;
  • Dividend Aristocrats – un portafoglio equipesato costituito dalle società che hanno aumentato regolarmente il dividendo negli ultimi 25 anni;
  • Quality Index – le 100 azioni con il più elevato Quality Score, calcolato da S&P Dow Jones in base ad indici di redditività e di solidità della struttura finanziaria;
  • Value – comprende i titoli con gli indicatori fondamentali superiori alla media (considerando come metriche il rapporto Book Value/Price, Price/Earnings, Sales/Price);
  • Enhanced Value – una selezione dei 100 migliori titoli in base ai principali indicatori fondamentali (Book Value/Price, Price/Earnings, Sales/Price);
  • Pure Value – include le azioni il cui Value Score (un indicatore fondamentale proprietario di S&P Dow Jones) li colloca nel top 25%;
  • Growth – comprende le azioni con tasso di crescita delle vendite, degli utili e Momentum superiori alla media;
  • Pure Growth – una selezione delle azioni Growth che, per tasso di crescita delle vendite, degli utili e Momentum si collocano tra le top 25%;
  • Momentum – le 100 azioni con il miglior Momentum a 12 mesi, ciascuna pesata in modo inversamente proporzionale alla sua volatilità storica;
  • High Beta – le 100 azioni più sensibili ai movimenti dell’indice S&P 500 (la sensibilità è misurata con il coefficiente Beta – ndr l’indice S&P 500 ha Beta pari a 1 rispetto a sé stesso), ciascuna pesata in modo proporzionale al suo Beta;
  • Buyback – le 100 azioni con il miglior buyback ratio, equipesate;
  • Equal Weight – tutte e 500 le azioni dell’indice, equipesate;
  • High Dividend – le 80 azioni con il più elevato dividend yield, equipesate.
[/accordion]

Dal grafico emerge chiaramente come le strategie basate su alti dividendi e/o su bassa volatilità abbiano storicamente dominato, insieme a quelle sui buyback.

Superfluo dire come anche le migliori strategie Smart Beta non possano garantire alcuna performance superiore: sono spesso basate su solide idee finanziarie, e hanno alle spalle un razionale economico, ma i risultati restano incerti. Inoltre, non è affatto da trascurare il rischio che l’eccessivo successo renda alcune di queste strategie troppo “affollate”, troppo popolari: come risultato, i titoli che le costituiscono diventano troppo cari e si rischia che dallo “Smart Beta” si passi allo “Smart Crash”.


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Scritto da

Uno dei fondatori di AdviseOnly, responsabile del Financial & Data Analysis Group. Esperto di finanza e gestione dei rischi, statistico Bayesiano, lunga esperienza in Allianz Asset Management, è laureato in scienze economiche con indirizzo quantitativo-statistico all'Università di Torino. Docente di Quantitative Portfolio Management al Master in Finance dell'Università di Torino, ha pubblicato vari articoli su riviste finanziarie (fra le altre: Journal of Asset Management, Economic Notes, Risk), contribuendo a libri su investimenti e gestione dei rischi. Ex-triathleta, s'ostina a praticare apnea, immersioni e skyrunning.

Ultimi commenti
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    Ma…allora….tante belle parole sulle teorie Value e poi? Fanno mediamente peggio del mercato?

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      Scusa, ma dove vedi che fanno peggio? Forse come Sharpe fanno peggio, ma dal grafico si vede che il rendimento delle strategie mostrate è superiore a quello dello S&P500 per tutte eccetto “High Beta”.
      Quelle poi più a sinistra e più in alto dello S&P500 avranno fatto meglio anche come Sharpe.

      Poi il “Value” semplice (alla MSCI) fa di solito come l’indice perché alla fine tendono comunque a pesare i titoli a capitalizzazione con solo un leggero tilt Value.

      Il veri indici Value sono “MSCI Enhanced Value” che c’è nel grafico ed ha avuto un rendimento più elevato dell’S&P500 (+1.1% annuo) e il “MSCI Prime Value” che però manca nel grafico.

    • Raffaele Zenti

      Beh, innanzitutto, il Dividend Yield è un indicatore Value, uno dei più classici, come Price/Book e Price/Earnings. E le strategie basate sui Dividend Yield qui sono tra le migliori.
      Poi, in questo specifico caso (che è, appunto, un caso studio, e non la verità assoluta) le altre strategie Value non sono state fenomenali in termini di volatilità, vero, ma le performance non sono niente affatto male.
      Il punto è che la volatilità storica a un anno, qui utilizzata come metrica di rischio (non certo per mio gusto personale, ma perché questo passa il convento S&P Dow Jones), non è un gran indicatore di rischio, specie per le strategie Value, orientate al lungo termine e indifferenti alle oscillazioni di breve termine – per come la vedo io, un vero investitore Value è un compratore netto di volatilità.
      Peraltro esistono molte altre evidenze empiriche a favore degli indicatori Value (una dei molti paper, assi interessante e convincente, è questo: http://faculty.chicagobooth.edu/tobias.moskowitz/research/jf_12021_tmcomments.pdf ). Questo del mio post è, anche da un punto di vista dell’arco temporale considerato, un campione interessante e meritevole di attenzione, ma certo non “definitivo”.

      • Avatar

        Grazie Raffaele, sempre preziose le tue argomentazioni.
        Mi era sfuggita la volatilità a un anno, che in effetti cozza un po’ con la logica Value più di lungo periodo.

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    Ottima diagnosi Dottore 😉 Credo che un paniere che compri “value”statisticamente soffrirà prima o poi di gigantismo. E anche il fatto di avere come esempio la volatilià ad un anno, compressa come una molla da un bel pò, possa in parte distorcere il risultato. Io mi son sempre trovato bene, non tanto con i low volatility quanto con gli high Dividend. Un altro problema da segnalare,a mio avviso, è che tutti questi etf smart lavorano in automatico, non vanno a spulciare i dati di bilancio, costatando ad esempio che molte big dell’alto dividendo si indebitano pur di erogare, aspetto con ansia la nuova generazione, dagli smart beta agli attivi!

    • Raffaele Zenti

      In realtà lavorare in automatico può essere un punto di forza: un algoritmo è in grado di “filtrare” moltissime informazioni in modo efficiente. Sarebbe molto utile poi aggiungere un filtro umano (il c.d. “qualitative overlay”).

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        Condivido appieno, intendevo infatti etf attivi in quel senso. Dopodichè la differenza con i fondi comuni diventa veramente labile 😉

        • Raffaele Zenti

          …il costo…

  • Raffaele Zenti

    Come richiesto da qualcuno, la tabella con i dati relativi ai sottoperiodi (v. immagine).
    https://uploads.disquscdn.com/images/7dff103d02050e762f6a1e056e93ef9f2fdbc4969d56345c90916819bdbfdec1.png

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    Gary Antonacci mette in guardia dai factors con tanto di papers su studi fatti che indicherebbero il massimo ammontate investibile perché il factor possa avere successo, ammontare ampiamente superato dall’ingordigia degli investitori che si sono riversati sui factor credendo ovviamente di essere più furbi degli altri.

    http://www.dualmomentum.net/2017/02/factor-zoo-or-unicorn-ranch.html

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      Papers forse un po’ complessi. Roba che mastica bene Raffaele. 🙂

    • Raffaele Zenti

      Bellissima rassegna di paper, molto interessante (alcuni, personalmente, li conoscevo, altri no, anche perché su questi temi si può veramente dire di tutto e di più e quindi gli accademici si sfogano nel trovare spazi di pubblicazione – al motto di “public or perish” = “pubblica o muori”).
      Io, nel tempo ho maturato delle convinzioni personali riguardo ai fattori, desunte dai numeri, dall’andamento dei mercati e degli investitori. E cioè che i fattori destinati a durare non sono legati a momentanee anomalie statistico-economiche, ma sono invece legati a idee e comportamenti “hard” dell’uomo, duri da smontare. Tipo: la gente è solita comportarsi come un branco di pecore, lo fa dalla notte dei tempi, e lo farà sempre, ergo il momentum funzionerà. Oppure: se compri a un prezzo basso una roba che ha un buon valore intrinseco (e che il grosso del branco di investitori sottovaluta, magari perché preso a gestire una sua crisi di emotività o panico), prima o poi questa cosa emergerà, e il prezzo salirà. O ancoroa: un paniere di diversificato di azioni che pagano un buon dividendo riflette aziende solide, che hanno la capacità di gestire bene il loro business e i bilanci, e probabilmente saranno in grado di farlo in futuro. Cose così.

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