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Asset Allocation di novembre: la politica travolge i mercati

La politica sconvolge i mercati finanziari in questo inizio di autunno

È stato un mese incandescente per i mercati. Un mese in cui i protagonisti sono stati (tanto per cambiare) i dibatti politici, le tensioni commerciali e alcuni dati economici non particolarmente entusiasmanti.

A settembre era stato l’outlook del Fondo Monetario Internazionale a parlare di “macchina economica globale in rallentamento”. Oggi sono i numeri che certificano questa realtà. L’ultimo dato disponibile del PIL della Cina segnala una nuova frenata per il gigante asiatico: 6,5% la crescita annua dell’ultimo trimestre, contro il 6,6% atteso. A preoccupare è il ritmo delle esportazioni che, indebolite dalla guerra commerciale in corso, hanno toccato i valori minimi dal 2015.

 

Debolezza per l’Eurozona, bene gli USA

Il dato di crescita del PIL dell’ultimo trimestre si è fermato allo 0,2% su base trimestrale, il valore più basso dal 2014. Analogo discorso per gli indici dei PMI dei Paesi del Vecchio Continente, tutti stabilmente sotto la media degli ultimi 12 mesi. Fanalino di coda l’Italia, con il PMI manifatturiero di ottobre a quota 49,2 punti, sotto la soglia di guardia dei 50 punti.

La nota positiva arriva dagli Stati Uniti: PIL in crescita del 3,5% annuo nell’ultimo trimestre, così come produzione industriale e PMI manifatturiero. Gli effetti della riforma fiscale sono ancora presenti nell’economia americana, ma sono destinati a esaurirsi in fretta. I risultati delle elezioni di Midterm, considerate da più fronti come un “referendum sul presidente Trump”, hanno confermato le attese: i Repubblicani hanno mantenuto il Senato, mentre la Camera è andata ai Democratici. Ora per Trump sarà più difficile far passare le sue scelte di politica economica.

Le tensioni politiche tengono banco

Anche in Europa le tensioni politiche non mancano. I botta-e-risposta tra la Commissione UE e l’Italia dopo la bocciatura della bozza di Legge di Bilancio proseguono. E sullo sfondo si profila la minaccia dell’avvio di una procedura di infrazione da parte di Bruxelles, qualora il nostro governo non dovesse rettificare la manovra presentata. Frizioni europee anche con Londra, dove i negoziati sulla Brexit sembrano ancora in alto mare, quando mancano ormai meno di sei mesi all’ora X del divorzio, in agenda il prossimo marzo.

Questo cocktail di incertezza politica ed economica si è fatto sentire sui mercati nelle ultime settimane. Complessivamente, le principali Borse hanno perso nel mese di ottobre circa il 7% (in euro). Una correzione importante ma che, dati alla mano, non sembra preludere alla fine del più lungo bull market dal Dopoguerra. Infatti, il ritmo di crescita degli utili aziendali è atteso ancora saldamente positivo, seppure in calo, anche per i prossimi trimestri. Sia negli Stati Uniti che nell’Eurozona per il 2019 è attesa una crescita media di circa il 10% (contro il 20% e l’11% attuali, rispettivamente).

Le tensioni nel Vecchio Continente si riflettono anche sul mercato obbligazionario europeo, dove si segnalano rendimenti in salita – soprattutto sul fronte dei Paesi periferici, Italia in primis – mentre migliora la dinamica dei Treasury statunitensi. Persiste intanto la debolezza dell’euro contro il dollaro USA.

 
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La nostra view

Dato il contesto sopra descritto, la nostra view sul mercato rimane comunque immutata rispetto al mese precedente.

Il rallentamento della macchina economica non lascia presagire un’imminente recessione, così come la recente correzione non ha fatto altro che contribuire a migliorare le valutazioni del mercato azionario (soprattutto statunitense). Da questo fronte rimane positivo l’outlook sull’Asia-Pacifico, mentre si è indebolito quello sull’Eurozona. L’obbligazionario statunitense offre un maggiore appeal rispetto a quello del Vecchio Continente, sia governativo che corporate, dove in quest’ultimo segmento sono da preferire i segmenti a più alta qualità.

Maggiore qualità è da ricercare anche nell’azionario. Infatti, nelle ultime settimane è emersa con forza la “grande rotazione” dai titoli azionari ciclici ai difensivi, meno sensibili alle attuali (deboli) dinamiche economiche.

 

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