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#ABCFinanza: Tassi di interesse e obbligazioni, ecco cosa c’è da sapere

Se n’è parlato a lungo, ma questa volta ci siamo davvero: i tassi di interesse stanno tornando a salire.

La Federal Reserve statunitense accelera sulla stretta monetaria per contrastare un’inflazione ai massimi da 40 anni. Mercoledì 15 giugno, l’istituto guidato da Jerome Powell ha annunciato un rialzo dei tassi di interesse dello 0,75%, il maggiore dal 1994, portando il costo del denaro in una forchetta fra l’1,50 e l’1,75%. E ha fatto sapere di aspettarsi tassi intorno al 3,4% a fine anno, il che lascia presagire una serie di rialzi aggressivi a tutte le riunioni.

A Londra, la Bank of England ha annunciato un ritocco al rialzo di un quarto di punto, portandoli all’1,25%. E la Bce ha deciso formalmente di aumentare di 25 punti base i tassi d’interesse a luglio, dopo che il livello di inflazione nell’Eurozona ha raggiunto l’8,1% a maggio 2022, con la previsione di un ulteriore aumento a settembre. Persino la Banca centrale svizzera ha deciso, per la prima volta in 15 anni, di alzare il costo del denaro di 50 punti base, da -0,75% a -0,25%.

Insomma, sembra che l’era dei tassi a zero (o negativi) sia ormai agli sgoccioli.

 

Ma cosa significa un contesto di tassi in rialzo per chi investe in obbligazioni?

Partiamo dalle basi: le obbligazioni – o bond – sono in buona sostanza un prestito che l’investitore eroga a uno Stato o a un’azienda – cioè l’emittente del titolo – per un periodo concordato in partenza. In cambio, l’investitore riceve il pagamento di interessi periodici (la percentuale varia a seconda della tipologia di bond). Questi vanno a remunerare essenzialmente due cose:

  • la rinuncia alla disponibilità immediata di quel denaro;
  • il rischio che il debitore, cioè chi emette l’obbligazione, non onori a scadenza il debito – cioè non paghi quanto dovuto in termini di capitale e interessi.

Sì, perché a scadenza, se tutto va come deve andare, è previsto il rimborso del capitale iniziale.

Facciamo un esempio: decidiamo di investire 100 euro in un’obbligazione a 10 anni che offre una cedola del 2% annuo. Significa che “prestiamo” i nostri 100 euro all’emittente, il quale li userà per finanziare i suoi progetti di sviluppo. In cambio noi, ogni anno, riceveremo 2 euro di interessi. Alla fine dei 10 anni, riavremo i nostri 100 euro più i 20 euro di interessi accumulati nel tempo.

 

Rischio di tasso in agguato

Bene. Può succedere però che, nel corso della vita di un’obbligazione, i tassi di interesse salgano, per esempio perché la banca centrale ha deciso di ritoccare al rialzo il tasso di interesse di riferimento – come sta succedendo ora – o perché semplicemente la percezione dell’affidabilità del creditore è peggiorata.

In questo caso la nostra obbligazione diventerà meno attraente, perché sul mercato sarà possibile trovare titoli emessi dalla stessa società (o dallo stesso Stato), con la stessa scadenza, ma con tassi di interesse più alti. Quindi avremo due possibilità: rassegnarci a percepire fino a scadenza cedole più basse rispetto a quelle che potremmo ottenere comprando oggi lo stesso titolo; oppure cercare di vendere – ma non sarà un’impresa facile, e ci toccherà abbassare il prezzo e accontentarci di ricevere meno di quanto avevamo investito.

 

 

Riassumendo, i tassi aumentano e il prezzo dell’obbligazione scende. Il ragionamento ovviamente va ribaltato in caso di taglio dei tassi: si tratta, in sostanza, del mercato che ritrova il suo assetto.

 

E l’inflazione?

Fin qui abbiamo parlato del rischio di tasso per le obbligazioni. Ma c’è un’altra ombra che in questo periodo aleggia sul mercato del reddito fisso: l’inflazione (che in realtà è in parte legata al rischio di tasso).

L’inflazione, cioè l’aumento generalizzato dei prezzi, rappresenta un problema per gli investitori perché erode il futuro potere d’acquisto dei loro risparmi e dei guadagni realizzati sugli investimenti. Tradotto: se il nostro investimento rende il 2% al lordo dell’inflazione, ma l’inflazione si attesta al 3%, il nostro rendimento reale sarà negativo (-1%).

Inoltre – e qui torniamo al rischio di tasso – l’inflazione elevata tende a mettere in allerta le banche centrali, il cui mandato è, lo ricordiamo, vigilare sulla stabilità dei prezzi. Per cercare di contenere la fiammata inflazionistica, gli istituti centrali potrebbero dunque decidere di alzare i tassi di interesse (esattamente quel che sta accadendo): e torniamo al punto di partenza.

 

Ha senso investire in obbligazioni con i tassi in aumento?

Le obbligazioni continuano a rappresentare una componente importante del portafoglio, anche se, al momento, sono soggette ad alcuni rischi. Ha senso investire in bond in un’ottica di diversificazione e di bilanciamento del rischio in portafoglio. In questo contesto, si potrebbe guardare per esempio alle obbligazioni indicizzate all’inflazione o ai bond convertibili.

 


 

Scritto da

La scrittura è sempre stata la sua passione. Laureata in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi di Milano, è entrata nel mondo del giornalismo nel 2008 con uno stage in Reuters Italia e successivamente ha lavorato per l’agenzia di stampa Adnkronos e per il sito di Milano Finanza, dove ha iniziato a conoscere i meccanismi del web. All’inizio del 2011 è entrata in Blue Financial Communication, dove si è occupata dei contenuti del sito web Bluerating.com e ha scritto per il mensile Bluerating.

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