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#ABCFinanza: top-down e bottom-up, definizioni e differenze

Focus sui concetti di approccio top-down e bottom-up

Vi hanno fatto una testa così sul fatto che gli italiani non sanno niente di finanza, si informano poco e non si occupano adeguatamente dei loro risparmi. Così voi, approfittando della pausa feriale, finalmente vi decidete: con il vostro smartphone iniziate il vostro viaggio tra i siti che provano a spiegarvi come si costruisce un portafoglio di investimento.

Siete ben disposti e volenterosi, ma poi avete la disgrazia di incappare in una frase che suona più o meno così: “puntiamo a scoprire idee di investimento tramite l’analisi dei titoli bottom-up, ma teniamo a mente le considerazioni top-down”. E allora voi, complice il caldo, chiudete tutto e andate a prendervi qualcosa al bar. Alcolico, se c’è.

Prendiamola alla larga (ma non troppo)

Mettiamo che abbiate venduto la casa della vostra infanzia e dalla vendita abbiate incassato 100 mila euro. Dovete decidere cosa farne. Lo abbiamo detto e ripetuto: tenerli tutti sul conto non è una gran furbata, perché non rendono e, anzi, perdono valore per effetto dell’inflazione.

E allora voi diversificate: ossia ne tenete una quota in liquidità e andate a investire il resto. Una parte magari la destinate ad azioni e obbligazioni. Solo che, invece di comprare direttamente questi strumenti, sottoscrivete un fondo di investimento. Ed è qui che subentrano quelle strane formule cui abbiamo fatto cenno.

Ogni fondo, infatti, ha una sua asset allocation, cioè realizza un’allocazione dei soldi raccolti presso gli investitori secondo una sua serie di criteri. Ma, in estrema sintesi, al di là delle varie strategie di gestione, gli approcci sono essenzialmente due: bottom-up e top-down.

 

Dall’alto verso il basso: top-down

L’approccio top-down parte dal generale per arrivare al particolare. Il primo passo consiste nel definire l’allocazione delle risorse – ovvero, come distribuirle – fra le “macro asset class”: azionario, monetario, obbligazionario, altro. A seguire, si procede con l’attribuzione dei pesi alle varie aree geografiche o ai settori: quanti Stati Uniti, quanta Europa, quanti Emergenti, e così via; poi quanti finanziari, energetici, IT, e via dicendo.

Infine, si chiude questo giro del mondo e dei mercati con l’individuazione dei singoli titoli, in modo coerente rispetto ai primi due step. Ecco perché questo approccio si chiama top-down: perché parte dall’alto, dal quadro generale, per poi scendere verso il basso, arrivando al titolo azionario od obbligazionario particolare.

L'approccio top-down

Dal basso verso l’alto

L’approccio bottom-up, dal basso verso l’alto, si basa invece su strategie che partono dalla selezione di singoli titoli o mercati. L’allocazione degli investimenti nel quadro globale risulta quindi dalla somma dei tanti diversi “mattoncini”. In pratica, in questo caso si vanno a scegliere i titoli o i mercati con le prospettive considerate migliori o comunque più convincenti, a prescindere dal contesto generale.

L'approccio bottom-up

Una combinazione dei due approcci

I due approcci hanno in comune lo stesso obiettivo: ovvero, quello di investire sugli strumenti a più alto rendimento potenziale, stante un accettabile grado di rischio. Va comunque detto che l’uno non esclude l’altro. Molto spesso, all’atto pratico, gestori e investitori ricorrono a modelli “misti”, inserendo in una cornice top-down valutazioni e tecniche bottom-up, per avere una visione d’insieme senza trascurare le dinamiche del singolo titolo o mercato.


“Un risparmiatore informato è un risparmiatore migliore”

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Scritto da

Nata a Rieti, gli studi universitari a Roma, lavora a Milano dal 2007. Dopo un'esperienza di quattro anni in Class CNBC, canale televisivo di economia e finanza del gruppo Class Editori, si è spostata in Blue Financial Communication, casa editrice specializzata nei temi dell'asset management e della consulenza finanziaria. A dicembre 2017 si è unita al team di AdviseOnly.

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