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Il mondo di Obama: com’è cambiato il volto degli USA negli ultimi 8 anni

Come sono cambiati gli USA durante presidenza di Barack Obama? Quale eredità toccherà al prossimo presidente? Le luci e le ombre degli ultimi otto anni di storia degli Stati Uniti in un estratto della prefazione al report ISPI “Il mondo di Obama – L’America nello scenario Globale”.

Inauguriamo oggi un nuovo angolo del nostro blog, dedicato alla geopolitica. Per affrontare questi temi, tanto importanti quanto delicati, ci affidiamo all’autorevolissima voce dell’ISPI: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, il punto di riferimento italiano ed internazionale per le ricerche in tema di politica ed economia internazionale. Una nuova freccia all’arco di AdviseOnly per capire e affrontare l’economia sotto ogni punto di vista. Lasciate un commento e diteci cosa ne pensate!


Nel 2008 Barack Obama prevalse sul “guerriero” John McCain, perché circa i due terzi dell’elettorato americano avevano come prima preoccupazione la crisi economica appena esplosa e relegavano invece ai margini le campagne di «guerra al terrorismo», che importavano solo all’11-15 per cento. Ma a gennaio 2016 il 51 per cento dell’opinione pubblica americana considera invece di nuovo il terrorismo islamico la prima emergenza. Obama invece era un “guerriero riluttante”: come promesso in campagna elettorale, pose subito fine all’impegno militare in Iraq, la war of choice (la guerra condotta per scelta); e poco dopo concluse anche la war of necessity (la guerra fatta per necessità), il conflitto in Afghanistan.

Un’immagine sbiadita

Gli otto anni della sua presidenza hanno rappresentato – per gli Stati Uniti e per il mondo – un periodo di grandi cambiamenti. In questo lasso di tempo, l’immagine del presidente che nel 2009 aveva sollevato tante attese è gradualmente sbiadita. Quella che è stata da più parti vista come l’incertezza della Casa Bianca di fronte alle tante crisi che è stata chiamata a fronteggiare – dalla Libia all’Ucraina, passando per la Siria e l’impegno contro lo Stato Islamico/Da‘ish in Iraq – ha influito in modo negativo sulla percezione degli Stati Uniti nel mondo e ha contribuito a fare apparire la loro azione scoordinata e priva di un’effettiva strategia.

Giustamente Obama è stato definito un “jeffersoniano”, riluttante quindi all’uso della forza e scettico sull’esportazione della democrazia.

Rispetto a Jefferson però, Obama è meno legato alla civiltà occidentale e soprattutto all’eredità che l’Europa ha trasmesso agli Stati Uniti, mentre dal punto di vista geostrategico la sua amministrazione ha prestato maggiore attenzione all’Asia rispetto al Vecchio Continente, soprattutto nei primi cinque anni.

La politica di Obama

Obama ha conseguito alcuni obiettivi, tra cui l’indipendenza energetica – sfidando gli ambientalisti con le ricerche di shale gas e il deepwater drilling (la trivellazione in acque profonde) per il petrolio, e sollevando non poche contraddizioni con altre politiche ambientaliste come il Clean Power Plan –, l’eliminazione di Osama bin Laden e più in generale l’aver scongiurato altri clamorosi attacchi terroristici sul territorio americano.  Aveva promesso un maggiore rispetto del diritto internazionale, ma gli Stati Uniti continuano a non aderire al Tribunale Penale Internazionale, il carcere di Guantánamo è ancora in funzione, senza contare che l’uso dei droni per esecuzioni mirate. Il dialogo con Cuba, ma soprattutto il cambio di presidente in Argentina e il declino di Nicolás Maduro in Venezuela e di altri caudillos antiamericani hanno risollevato le sorti degli Stati Uniti in America Latina.

Uno scenario disordinato e complesso

Naturalmente, a scusante delle speranze deluse, va ricordato che Obama ha dovuto affrontare uno scenario che, sia pur privo del singolo drammatico evento epocale quale è stato l’11 settembre 2001, si presentava complesso e disordinato in misura crescente. Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2014 la situazione internazionale era progressivamente peggiorata lungo i due “archi di crisi” identificati già negli anni Novanta del XX secolo e materializzatisi nel primo decennio del terzo millennio: la regione del Mediterraneo allargato – o Middle East and North Africa (MENA) – e l’Europa centro-orientale. Riguardo alle conseguenze delle primavere arabe e all’ascesa del Califfato, la politica di Washington è parsa esitante, talvolta contraddittoria e parzialmente disimpegnata. Nel settembre 2013 Obama lanciò un ultimatum al governo di Bashar Hafiz al-Assad minacciando entro 48 ore un intervento militare punitivo, ma dovette fare marcia indietro di fronte all’opposizione dell’opinione pubblica e di parte del Congresso, di Russia, Cina, Iran, Italia e Santa Sede.

I rapporti con la Russia e la Cina

Riguardo alle relazioni con la Russia, l’amministrazione Obama aveva presto annunciato una volontà di reset. La crisi ucraina ha però compromesso i rapporti con Mosca. Quanto ai rapporti con la Cina, da un lato Washington “modernizza” le alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine, ossia i patti di contenimento di Pechino, ai quali si aggiunge il rapporto col Vietnam, dall’altro esprime l’auspicio di una “relazione costruttiva” con una Cina “stabile, pacifica e prospera”.

Da superpotenza solitaria a potenza “prima tra pari”

Il punto è che, nel quarto di secolo post-guerra fredda gli Stati Uniti si sono dovuti adattare al passaggio dalla condizione di superpotenza solitaria a quella di potenza “prima tra pari” (first among equals), espressione ormai ricorrente nella pubblicistica internazionalistica. Gestire al meglio il declino è stato il compito di Obama, che lo ha tradotto in azioni su più fronti, alcune più riuscite di altre:

  • Un Pivot to Asia in buona parte rimasto sulla carta;
  • Un disimpegno dall’Europa condotto «a corrente alternata»;
  • La scelta in Medio Oriente di rilanciare i rapporti con l’Iran, rimettendo in discussione assetti e alleanze ritenuti consolidati;
  • Un miglioramento dei rapporti con l’America Latina (primo fra tutti la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba),
  • Una tentata apertura seguita da una crisi dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin

Il giudizio

Quella di Barack Obama è, quindi, un’eredità sostanzialmente negativa? Certo, l’amministrazione uscente lascia in dote al nuovo presidente una lunga lista di questioni aperte, in primo luogo proprio quella dell’implementazione dell’accordo nucleare con l’Iran. Oltre a rappresentare uno dei “punti alti” che l’amministrazione ha toccato in tema di politica estera, esso si configura come un potenziale cambio di paradigma per l’azione statunitense nel Golfo: dopo oltre trentacinque anni di ostilità, Washington sembra, infatti, intenzionata a richiamare sulla scena l’Iran degli ayatollah come soggetto stabilizzante anziché come nemico comune contro il quale coalizzare un “blocco sunnita” oggi assai meno compatto che nel passato. Questo cambio di prospettiva tocca da vicino anche l’Europa, dove la delusione per il mancato concretizzarsi delle “promesse” di Obama è stata forte. La litigiosità dei paesi europei e la rinazionalizzazione delle loro politiche estere e di sicurezza hanno intaccato la capacità dell’Alleanza Atlantica di svolgere la sua tradizionale funzione di “camera di compensazione” fra esigenze e priorità diverse. Proprio nella tensione che esiste fra l’aumento (relativo) dei mezzi di potenza e l’indebolimento del ruolo-guida che gli Stati Uniti hanno da sempre esercitato sulla scena internazionale si trova una delle chiavi di lettura delle critiche che, in questi anni, hanno colpito l’amministrazione Obama.

Le sfide per il futuro

La NATO appare focalizzata sul fronte orientale; da un lato ciò non dispiace certo a Washington, che vede l’opportunità di rinsaldare a poco prezzo la sua egemonia militare sull’Europa, dall’altro Mosca è una pedina indispensabile nella lotta al terrorismo islamico. Toccherà al futuro presidente sciogliere la contraddizione.

A questo proposito, l’approccio “post-ideologico” di Obama ai problemi internazionali sembra avere riportato a galla – negli Stati Uniti e fuori da essi – il tradizionale dibattito sulla natura più o meno “benigna” dell’”egemonia americana”.

Quelli di oggi sono Stati Uniti diversi: forse più deboli ma anche meno minacciosi, almeno agli occhi di una parte dei loro interlocutori. Se e quanto questi cambiamenti si dimostreranno duraturi è tema di speculazione. Rimane il fatto che chiunque sia il nuovo presidente degli Stati Uniti, difficilmente potrà prescindere, nella sua azione futura, dai cambiamenti che sono intervenuti negli otto anni della presidenza Obama. Quella in atto appare, infatti, una tendenza difficilmente reversibile. Difficilmente il nuovo presidente riuscirà a rivitalizzare relazioni che, per Washington, hanno da tempo perso la loro centralità. Il “disagio” che aveva caratterizzato i rapporti fra Europa Stati Uniti negli anni di George W. Bush e le critiche all’”unilateralismo” dell’azione dell’amministrazione repubblicana erano già espressione di questo fenomeno. Un fenomeno che – forse paradossalmente – avvicina gli Stati Uniti alla Russia “neoimperiale” più di quanto li avvicini ai paesi europei.

È certamente vero che l’America ha una capacità maggiore di qualunque altro paese di adattarsi e riprendersi dalle crisi, come si legge nella National Security Strategy del 2015. Il senso dell’adattamento nel quarto di secolo post – guerra fredda sta nel passaggio degli Stati Uniti dalla condizione di superpotenza solitaria a quella di potenza “prima tra pari” (first among equals), espressione ormai ricorrente nella pubblicistica internazionalistica. Gestire al meglio il declino è stato il compito di Obama.


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L'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) è un think tank indipendente dedicato allo studio delle dinamiche internazionali, con particolare attenzione al ruolo dell'Italia nel contesto globale. La sua attività è caratterizzata da un approccio interdisciplinare che coinvolge specialisti - anche non accademici - in studi economici e politico-strategici.

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