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Opec Plus: nuovo fragile accordo, cosa accadrà al prezzo del petrolio?

Questi mesi “surreali” non hanno risparmiato niente e nessuno, neppure una materia prima relativamente solida – se così si può definire – come il petrolio, i cui futures ad aprile ci hanno alquanto scioccato: nella giornata di lunedì 20, i prezzi del WTI texano sono infatti scesi sotto lo zero a causa della domanda pressoché nulla di oro nero durante la pandemia. Una situazione che ha di conseguenza decretato la saturazione della maggioranza degli impianti di stoccaggio e il relativo crollo delle quotazioni sui mercati finanziari.

L’Opec, “guidato” dall’Arabia Saudita e il Principe bin Salman, da tempo chiedeva un taglio dell’offerta di greggio, una proposta finora osteggiata da Paesi “disobbedienti” come Iraq, Nigeria e Kazakistan, che fino a una settimana fa non ci pensavano nemmeno a diminuire l’estrazione.

Ma la pandemia ha cambiato, anche se poco, tutto e tutti, plasmando oltretutto le decisioni prese in seno all’Opec Plus, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio che nel “Plus” include anche la Russia e quasi tutti gli attori petroliferi. La novità? Iraq, Nigeria, e tutti gli altri Stati che finora hanno violato le quote di estrazione decise dal vertice dei produttori di petrolio, si sono impegnati non solo ad allinearsi al più presto, ma a recuperare entro settembre gli arretrati. Almeno sulla carta.

Così in occasione dell’ultima riunione dei Paesi produttori, tenutasi venerdì 5 giugno, si è deciso di estendere fino alla fine di luglio il taglio alla produzione di 9,7 milioni di barili al giorno.

Ma vediamo nel dettaglio cosa è successo nella riunione di venerdì e come se la passa il petrolio sui mercati.

 

OPEC PLUS: tutto cominciò nel 2017

La nascita stessa dell’Opec Plus è legata ai tagli di produzione del greggio. Questo perché da una decina di anni a questa parte la produzione di oro nero è fortemente aumentata, complice il boom dello shale oil nordamericano. Ma come sappiamo bene, se l’offerta di un bene aumenta il prezzo scende ed è esattamente ciò che accadde nel 2014: ci fu un tracollo maestoso dei prezzi innescato dal vertice Opec del 27 novembre 2014, quando l’Arabia Saudita riuscì a far prevalere la decisione di mantenere l’output invariato nonostante il forte aumento dell’offerta globale, in modo da non perdere quote di mercato a favore dei produttori di idrocarburi non convenzionali (Usa e Canada) che, sulla carta, avrebbero dovuto finire per cedere alla luce dei prezzi troppo bassi e dei costi di produzione molto più elevati rispetto ai Paesi del Golfo.

Tutto questo però avveniva nel cartello viennese senza includere Stati molto importanti, ma non Opec, come la Russia, che decise però ad un certo punto di far parte del “gioco di potere” dei tagli aderendo all’Organizzazione nel gennaio 2017, anche in quel caso per risollevare le quotazioni in sofferenza per via dell’eccesso di offerta, sancendo di fatto la nascita di OPEC+.

E fu così che ai 14 Paesi Opec – Algeria, Angola, Ecuador, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Venezuela – si aggiunsero altri 10 Paesi non Opec – Azerbaigian, Bahrain, Brunei, Kazakistan, Malesia, Messico, Oman, Russia, Sudan, Sud Sudan – Stati che insieme ora rappresentano la metà della produzione globale. Fermo restando che la top ten dei produttori vede ormai gli USA -autosufficienti- al primo posto.

 

 

Cosa si è deciso nell’ultima riunione?

Il pomo della discordia erano naturalmente i tagli alla produzione. Il presidente Trump -in accordo con l’Arabia Saudita- da tempo premeva per una riduzione decisiva dell’offerta “nera” in modo da evitare un crollo dei prezzi del WTI, una proposta quasi “ovviamente” osteggiata dagli altri Paesi, Russia in primis, il cui obiettivo sembrava proprio essere quello di far fuori il petrolio statunitense e i produttori di shale oil e rendere il Medio Oriente unica grande terra del petrolio internazionale.

Ma sorpresa delle sorprese, durante il vertice della settimana scorsa si è vista la luce in fondo al tunnel: il cartello viennese si è mostrato compatto, decidendo all’unanimità per un’estensione fino a luglio dei tagli alla produzione varati ad aprile. La suddetta riduzione sarebbe pari a un taglio dell’offerta da 9,7 milioni di barili al giorno esteso e rafforzato a luglio, quando ammonterà a 11 milioni di barili al giorno. Tutto questo per provocare un deficit e far fronte al calo dei pezzi al barile, il che a sua volta ridurrà le ampie scorte accumulate negli ultimi mesi, che sul piano globale hanno superato il miliardo di barili.

 

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I Paesi che solitamente violano qualsiasi taglio imposto dall’Opec Plus, Iraq e Nigeria in primis, sembrano voler obbedire questa volta. Sarà così?

 

Un fragile accordo: durerà?

L’accordo raggiunto dall’Opec Plus pur rappresentando un passo in avanti nella storia rimane comunque appeso a un filo molto sottile: un filo fatto di giochi geopolitici e interessi multinazionali. Il che non è mai sinonimo di stabilità. Il fatto è che mai nella storia dell’Opec è avvenuta un’ottemperanza integrale agli impegni assunti da parte di tutti: e se qualcuno sgarra, salta tutto.

Ed è proprio questo l’aspetto che rende l’intesa vulnerabile. Negli oltre tre anni di esistenza dell’Opec Plus (e nei sessant’anni dell’Opec) non si è mai verificato, nemmeno per brevi periodi, che tutti i membri rispettassero al 100% gli impegni. Questo perché i pozzi di molti degli Stati Opec sono in mano a compagnie straniere solitamente poco inclini a rispettare le decisioni prese dal cartello. Inoltre, non bisogna dimenticare che molte quote della produzione risultano impegnate per consegne legate a contratti precedentemente stipulati, per non parlare delle difficoltà delle economie emergenti di privarsi dell’afflusso di dollari nell’attesa che l’aumento delle quotazioni compensi le perdite.

Bisogna quindi prepararsi in ogni caso alla volatilità dei prezzi dell’oro nero che ne deriverà sui mercati e a qualche colpo di coda che, considerando gli attori coinvolti, quasi sicuramente avverrà.

 



1 – Asset Allocation di marzo: sarà pandemia anche sui mercati?
2 – WTI sotto zero: cos’è successo al prezzo del petrolio texano?

Scritto da

Jessica, nata e cresciuta a Trento, ha conseguito la laurea triennale in commercio internazionale presso l'Università di Milano per poi trasferirsi in Olanda dove ha ottenuto la laurea specialistica in economia politica internazionale. La sua passione per i viaggi l'ha portata a vivere e lavorare per diverse start-up in giro per il mondo, sempre in ambienti internazionali e multiculturali. Ama scrivere e trascorrere i fine settimana sulle sue amate Dolomiti trentine.

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