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Sembra green ma non è: senza regolamentazione le aziende fanno le gnorri?

Cosa sia l’ESG lo sappiamo, perché ne abbiamo parlato molte volte in questi anni, in lungo e in largo. Al tema è dedicata una recente newsletter di Quartz, che fa riflettere innanzitutto per una considerazione che riportiamo qui di seguito.

 

Il capitale è il principale responsabile del cambiamento climatico causato dall’uomo e la speranza degli investimenti ESG, noti anche come investimenti sostenibili, è che il capitale possa essere in grado di riparare ciò che ha rotto e continua a rompere.

 

Ma l’ESG contribuisce effettivamente a salvare il pianeta? Quartz pone dei dubbi a riguardo e cita Luigi Zingales, finance professor presso la University of Chicago Booth School of Business.

 

I risultati mettono in dubbio la speranza che l’autoregolamentazione sia sufficiente per intraprendere una transizione verde. Le aziende sembrano molto sensibili all’umore dell’opinione pubblica con parole e programmi. Risultati migliori? Non ancora!

 

Lettere delle big al setaccio: cosa è emerso?

I ricercatori dell’Università di Chicago hanno studiato le lettere annuali agli azionisti delle più grandi aziende americane nell’arco di 65 anni e hanno scoperto che le menzioni del “valore per gli azionisti” hanno avuto una tendenza al ribasso, dopo il picco raggiunto nel 2010.

 

 

Ciò è dovuto in gran parte al fatto che le aziende che hanno posto un forte accento sul valore per gli azionisti nelle lettere annuali non hanno performato meglio di quelle che non l’hanno fatto, osservano i ricercatori. Ma c’entra anche il fatto che molte aziende riconoscono che la ricerca infinita del profitto ha esacerbato alcuni dei problemi più critici a livello mondiale, come il cambiamento climatico e la disuguaglianza sociale.

Secondo i ricercatori, il numero di menzioni ESG nelle lettere annuali agli azionisti non è correlato a un minor numero di multe per mancata conformità ESG. Anche se le aziende stanno cercando di fare meglio, è emerso che non sono molto brave nell’autoregolamentazione e che solo una minima parte della retribuzione dei dirigenti è legata alla performance degli obiettivi ESG. Come ha detto il professor Zingales.

 

 

Che noia questa ennesima risoluzione ESG

Stando poi a un’analisi di ShareAction, un gruppo di attivisti del Regno Unito, il sostegno all’ESG nella comunità dei grandi investitori sta diminuendo. Alcuni dei maggiori asset manager al mondo hanno votato contro le risoluzioni degli azionisti in materia di ESG più spesso nel 2022 rispetto all’anno precedente.

Non tutti hanno fatto peggio, secondo la metodologia di ShareAction: alcuni, come la francese BNP Paribas Asset Management, hanno votato a favore del 99% delle risoluzioni azionarie ESG proposte. Per inciso: i gestori di veicoli di investimento, come i fondi comuni e i fondi pensione, spesso votano nelle assemblee degli azionisti per conto dei titoli che detengono.

Inoltre, a causa della differenza di vedute tra gli asset manager su ciò che rientra nella categoria ESG e ciò che non vi rientra, gli ETF ESG hanno a malapena una produzione di carbonio inferiore a quella dell’S&P 500, secondo un’analisi del 2021 di Jordan Waldrep, chief investment officer di TrueMark Investments, con sede in Illinois. Molti di questi fondi includono ancora grandi emittenti come ExxonMobil.

 

Il ruolo delle aziende che forniscono punteggi ESG

Ciò è dovuto in parte al fatto che gli asset manager non prestano molta attenzione alla produzione di carbonio di ogni azienda e le agenzie che forniscono i punteggi ESG, utilizzati per formare questi portafogli, stando a un rapporto di Bloomberg del 2021, tendono a dare priorità all’eventuale impatto del cambiamento climatico su un’azienda rispetto all’eventuale contributo delle azioni dell’azienda al cambiamento climatico.

Insomma, sembra di capire che bisogna che il regolatore batta un colpo.

 


 

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