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Trump, Cina, Europa e trattati commerciali. A che punto siamo?

In un contesto di parziale ripresa del commercio internazionale, con indicatori che mostrano un recupero della fiducia delle imprese e un aumento degli scambi a livello mondiale, appaiono sempre più contrastanti le politiche commerciali portate avanti dai due giganti, Stati Uniti e Cina.


Questo post è tratto dalla newsletter dell’ISPI: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, il punto di riferimento italiano ed internazionale per le ricerche in tema di politica ed economia internazionale.


 

Gli USA

A Washington la presidenza Trump fa uso di una retorica protezionista per nascondere invece un approccio realista. Lo ha dimostrato il recente accordo con la Cina, che prova a riequilibrare i rapporti commerciali senza andare a infastidire il partner asiatico, non chiedendogli di diminuire le sue quote di mercato negli Stati Uniti, ma provando a trovare nuove vie per l’aumento dell’export americano. Lo dimostrano anche le conclusioni del G7 di Taormina nelle quali, seppur con cautela, gli USA si impegnano a combattere il protezionismo.

Per capire come verrà impostata la politica commerciale statunitense dei prossimi anni, sarà in ogni caso necessario vedere come verrà rinegoziato il NAFTA e come Trump sceglierà di regolare le relazioni commerciali con il suo primo partner, ovvero l’UE, che oggi rimane ancora senza un accordo di libero scambio dopo il deragliamento del TTIP.

La Cina

A Pechino viene invece lanciata la “Belt and Road Initiative” (BRI), che sembra aver fatto improvvisamente scoprire al mondo il rinnovato attivismo cinese sul fronte commerciale. Xi Jinping si è impegnato a promuovere una globalizzazione aperta e inclusiva, con l’ambizione di scalzare gli Stati Uniti dal loro tradizionale ruolo di detentori delle chiavi del commercio globale. Nonostante queste aperture, la Cina non sembra tuttavia intenzionata a continuare nelle politiche di vera apertura del proprio mercato interno, soprattutto nei settori strategici, mettendo a nudo ancora una volta una distanza tra parola e azione. È sufficiente infatti osservare le relazioni tra Europa e Cina, per capire quanto sia complesso e ben poco trasparente il ruolo cinese nel commercio, dove la presenza dello stato è ancora troppo forte, la concorrenza molto spesso sleale e la politica mercantilista ancora eccessivamente marcata. La questione sempre aperta del riconoscimento da parte dell’UE dello status di economia di mercato alla Cina, insieme al problema globale della sovrapproduzione cinese di acciaio e alluminio – la Repubblica Popolare è infatti responsabile di circa la metà del surplus mondiale, che è sul mercato a prezzi più bassi di quelli dei competitor – espongono ancora una volta Pechino a severe critiche da parte dei suoi partner commerciali.

Il posizionamento ancora poco chiaro delle due super-potenze non ha fatto che generare un’incertezza che pesa soprattutto su quei paesi che, per lunghi decenni, hanno visto gli USA come un riferimento chiave nell’apertura dei mercati e nella promozione del libero scambio.

E l’Europa?

In questo scenario, l’Unione Europea avanza in laborioso silenzio, intrecciando nuove relazioni commerciali con partner strategici (come dimostrano gli accordi con Canada, Vietnam e Giappone), provando anch’essa a immaginare un nuovo processo di globalizzazione – o quasi di “ri-globalizzazione” – capace di non creare perdenti. Ciò vale ancora di più alla luce delle discussioni del G7, che hanno contribuito a delineare le strategie globali di Trump, ovvero un minore impegno fuori dai confini americani in tutti i campi all’insegna dell’America First. Questo disimpegno globale statunitense porterà l’Europa unita, come ha ribadito recentemente la Germania di Angela Merkel, a doversi impegnare maggiormente su tutti i fronti, soprattutto quello del commercio.

Dal punto di vista economico il treno europeo sembra essersi ripreso anche nella zona euro, che per lungo tempo è stata indebolita da grandi incertezze, ma che dovrebbe chiudere il 2017 con una crescita media del 1,7%. Anche gli scambi commerciali continuano a crescere, registrando a marzo un aumento annuo del 16% e un surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti di 30 miliardi di dollari, in aumento. Sebbene indebolita dalla Brexit, dalle fatiche di una politica commerciale da concertare con tutti gli stati membri e dall’interruzione delle negoziazioni con gli USA, l’UE rimane un partner commerciale stabile e affidabile, con un mercato interno ancora estremamente vivace che, in questa fase d’incertezza, risulta un interlocutore interessante per tutti i paesi spaventati dal ritorno al protezionismo e interessati invece all’apertura di nuove vie commerciali.

CETA in vigore a luglio?

Dopo otto anni di negoziazione, il trattato di libero scambio tra UE e Canada è stato ratificato dal Parlamento europeo lo scorso febbraio. Con oltre 13 mila aziende esportatrici, delle quali l’80% sono PMI, e più di 5 miliardi di export, il Canada è un mercato estremamente rilevante per l’economia italiana. Tra le novità più importanti del CETA, vi è l’abbattimento dei dazi sulle importazioni ed esportazioni proprio con il Canada, sin dal primo giorno dall’applicazione del trattato. Inoltre, vi è il riconoscimento canadese di 143 indicazioni geografiche, di cui 41 italiane. Alcune eccellenze del settore agroalimentare italiano saranno protette anche da regolamenti condivisi, impedendo così l’ulteriore proliferazione dei prodotti Italian sounding. È importante ricordare anche che il CETA apre il mercato degli appalti pubblici canadesi anche alle aziende europee, permette di effettuare investimenti in maniera più rapida e introduce maggiori tutele alla proprietà intellettuale. Il CETA permetterà inoltre un mutuo riconoscimento degli ordini professionali, come avvocati e ingegneri. Sebbene si pensasse a un’entrata in vigore più rapida, ad oggi tuttavia manca ancora il via libera delle camere regionali del Canada. Secondo le stime della Commissione, dovrebbe quindi essere effettivo a partire dal mese di luglio.

I frutti del trattato con la Corea del Sud

A seguito dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Corea del Sud nel 2011, le esportazioni italiane verso il paese nel periodo 2010–2015 sono aumentate del 52% e la bilancia commerciale europea oggi registra un surplus di circa 2,5 miliardi, mentre prima dell’accordo segnava un deficit di 7,6 miliardi. La Corea del Sud rappresenta un mercato importante nella regione asiatica, perché si tratta di un paese tradizionalmente stabile, che presenta una domanda interna in costante crescita e un potere d’acquisto quasi equivalente a quello italiano. Se il valore dell’interscambio tra i due paesi nel 2015 si è attestato attorno agli 9 miliardi di euro, circa 3 miliardi riguardano la Lombardia.

esportazioni italia corea del sud

Come si può anche evincere dal grafico, le esportazioni italiane si concentrano nel settore della moda e in quello della produzione di macchinari industriali. La crescita più rilevante si registra nell’esportazione di prodotti per il settore Oil & Gas e prodotti petroliferi (+320%), di veicoli (+190%). Il comparto più rilevante dell’export italiano in Corea del Sud rimane quello della produzione tessile di alto livello, che costituisce oltre 1,1 miliardi di euro. Sul fronte dell’import invece, aumentano le vendite delle auto coreane nel mercato europeo e in quello italiano, grazie ai benefici del trattato, che eliminano i dazi di importazione e le rendono più competitive nei confronti delle altre case automobilistiche asiatiche. Solo in Italia infatti, le importazioni nel settore automobilistico e dei trasporti è aumentato del 120% superando il miliardo di euro. Il trattato EU–Corea del Sud introduce anche notevoli vantaggi per le imprese agroalimentari europee, eliminando dazi su una grande varietà di prodotti, tra i quali il vino.

Lo stato dell’arte sui prossimi trattati

L’accordo con il Vietnam ormai concluso, è oggi in fase di revisione legale e, auspicabilmente per la fine del 2017 dovrebbe arrivare in Parlamento e al Consiglio europeo per la sua approvazione.
I negoziati con il Giappone sono prossimi alla conclusione, prevista per luglio. Ciò è tanto più significativo perché, dopo il Canada, l’UE si dimostra capace di negoziare con membri del G7 ancora disposti ad investire nel libero scambio, inviando così segnali chiari agli Stati Uniti, unico membro ancora privo di un accordo commerciale con l’UE. Il mercato giapponese è ancora poco accessibile alle imprese europee, soprattutto per quelle del settore agroalimentare, che potrebbero essere le grandi vincitrici di questo trattato.
Anche l’accordo con il Mercosur sembra proseguire speditamente, grazie all’incoraggiamento che viene da molti stati europei, tra cui l’Italia, come ha recentemente dimostrato la visita del Presidente Mattarella in Argentina e Uruguay.

Infine, in seguito alla sentenza della Corte europea di Giustizia che ha stabilito la competenza non esclusiva dell’UE in materia di investimenti, Singapore si è detto disposto a separare l’accordo con l’Europa in due parti, sveltendo così il processo di negoziazione dei capitoli dove la Commissione europea ha una competenza esclusiva e rimandando invece le parti dove sarà necessario passare anche dalla ratifica degli Stati membri.


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L'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) è un think tank indipendente dedicato allo studio delle dinamiche internazionali, con particolare attenzione al ruolo dell'Italia nel contesto globale. La sua attività è caratterizzata da un approccio interdisciplinare che coinvolge specialisti - anche non accademici - in studi economici e politico-strategici.

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