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“La Buona Scuola? Non servirà a nulla”. Intervista a Roger Abravanel

Il 12 marzo 2015 il Consiglio dei ministri ha approvato la Buona Scuola, “la riforma principale per l’Italia” a parere del premier Matteo Renzi (e anche dell’economista Giovanni Vecchi). Questi i suoi punti-chiave:

  • scatti di anzianità, con i presidi che potranno scegliere i docenti sulla base di un albo;
  • bonus di 200 milioni di euro per i professori più meritevoli;
  • 100mila precari assunti dal 1° settembre 2015;
  • bonus annuale di 500 euro annui a docente per le spese culturali, chiamato “Carta del prof”;
  • potenziamento degli insegnamenti di arte, musica, diritto, economia ed educazione fisica;
  • stanziamento di 940 milioni di euro per l’edilizia scolastica.

Si tratta di una “Buona Scuola”, come dice Renzi, o di una “buona sola”, come hanno urlato gli studenti in piazza in tutta Italia nel giorno dell’approvazione del disegno di legge?

AdviseOnly l’ha chiesto a Roger Abravanel, già intervistato su questo blog su meritocrazia e articolo 18. Abravanel è direttore emerito di McKinsey & Co, consigliere di amministrazione di Luxottica, editorialista del “Corriere della Sera”, autore dei saggi “Meritocrazia”, “Regole”, “Italia, cresci o esci” e “La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare il lavoro” (in uscita per Rizzoli il 16 aprile 2015).

Cosa ne pensa della riforma della scuola di Renzi?

Penso che l’obiettivo della Buona Scuola di stabilizzare 100mila precari sia un obiettivo di giustizia sociale. Ma non affronta i veri problemi della scuola. L’unico accenno a essi è la valutazione di presidi e scuole, ma sarà un’autovalutazione, che va bene in Finlandia e in qualche scuola del Nord Italia, non nelle scuole disastrose. Non credo che la discussione parlamentare della buona scuola possa migliorarla. Avete mai visto una riforma resa migliore dal dibattito in aula? Del resto, chi è in Parlamento è il prodotto di una pessima scuola: quella italiana.

Di quali problemi soffre?

I suoi problemi sono la valutazione degli insegnanti, la scelta di presidi capaci, le modalità d’insegnamento. In Italia c’è l’enfasi su cosa si insegna e non come lo si insegna: abbiamo una didattica del secolo scorso, con il maestro che spiega dalla cattedra, lo studente che prende appunti ed è interrogato il giorno dopo.

Ancora: l’apprendistato all’italiana è come una visita allo zoo, mentre in Germania i giovani passano il 50% del tempo a studiare e il restante 50% a lavorare dall’età di 15 anni.

Le scuole non hanno la possibilità di certificare la qualità dei giovani, per cui i voti della maturità non vogliono dire più niente: pensate che tra i diplomati, al Sud ci sono il doppio dei 100 e lode che al Nord.

Infine, i giovani entrano troppo tardi sul mercato del lavoro sia per l’eccessiva lunghezza del ciclo di studi, sia per la “malattia dei fuori corso”: da noi l’età media alla laurea è di 27 anni, contro una media Ue di 22.

Come mai la scuola italiana, nonostante varie riforme, non ha mai risolto i suoi problemi?

Faccio un passo indietro e vi spiego perché ho scritto il mio ultimo libro “La ricreazione è finita. Scegliere la scuola, trovare il lavoro”. C’è un dato importante che gli italiani non conoscono. La disoccupazione ha poco a che vedere con crisi economica: da noi il rapporto tra disoccupazione giovanile e totale è da sempre più alto che nel resto del mondo occidentale.

Con la crisi, però, i giovani hanno pagato di più in termini di lavoro. Coloro che stanno traendo vantaggio dalla lieve ripresa attuale non sono i lavoratori più giovani, ma i più vecchi. Il problema è che la formazione ricevuta dai giovani non è adeguata al lavoro del XXI secolo. Da uomo che è stato a lungo in azienda, so che i datori di lavoro pensano che i giovani italiani non sono preparati. Anche giovani dicono di essere poco preparati. Il 70% dei docenti è invece convinto che i giovani siano preparati per il lavoro.

La scuola non capisce il problema perché è rimasta con una visione del lavoro del secolo scorso, legata alla riforma Gentile, che aveva l’obiettivo di preparare dirigenti (che studiavano al liceo) e operai (che studiavano all’istituto professionale). Ma il lavoro di una volta prevedeva dei dirigenti che progettavano e definivano procedure, eseguite dagli operai. Oggi il lavoro è completamente diverso. Pensiamo a un aeroporto: l’addetta al check-in lavora in base a procedure, ma improvvisa per gestire gli imprevisti, non può mica chiedere sempre al capo cosa fare, deve risolvere lei i problemi.

Nei dibattiti spesso si dice che i giovani devono essere più specializzati e si invocano più periti industriali e ingegneri. Ma, al contrario, ai datori di lavoro non interessa la specializzazione professionale, perché insegnano loro il mestiere. Le imprese chiedono l’etica del lavoro nel XXI secolo: capacità di lavorare in autonomia, di comunicare con persone, lavorare in squadra e intraprendenza. Tutti devono avere la mentalità del dirigente del secolo scorso e pensare di essere dei capi. La scuola non fornisce queste competenze, le competenze della vita, non insegna a ragionare e lavorare con la testa, ma è orientata a insegnare mestieri.

Nel suo ultimo libro lei mette sotto accusa anche le famiglie italiane, definendole delle fabbriche di disoccupati. Perché?

Perché le famiglie italiane hanno tre pregiudizi che condizionano enormemente la capacità dei figli di formarsi in modo giusto per il lavoro. Il primo: le scelte della scuola da frequentare sono dettate dalle aspirazioni e aspettative dei genitori, invece che dalle capacità dei figli: chi ha frequentato il liceo vuole che i suoi figli facciano lo stesso, mentre i figli di operai che potrebbero fare il liceo, non lo fanno.

Un altro pregiudizio dei genitori consiste nel pensare che scuole e università siano tutte uguali, quando i dati Invalsi dimostrano chiaramente che ci sono delle differenze di performance. Questo pregiudizio sulle università porta i genitori a spingere i figli a scegliere le università sotto casa.

Da ultimo, la famiglia spinge i giovani a ritardare la laurea per prendere il massimo dei voti, quando per un’impresa è migliore un giovane laureato nei tempi giusti con 98 che un laureato in 7 anni con 110 e lode.

Che consigli dà ai giovani italiani che stanno per entrare nel mercato del lavoro?

Ho scritto il mio ultimo saggio pensando proprio a loro. Ma distinguerei i consigli per categorie di giovani.

A chi deve scegliere la scuola superiore da frequentare, dico che non ci sono dogmi: bisogna scegliere un indirizzo a cui si è appassionati e la scuola migliore, non quella sotto casa. Oggi è più facile sapere come scegliere: non solo sulla base del passaparola, ma anche dei risultati Invalsi e del comparatore di scuole superiori Eduscopio della Fondazione Agnelli.

Ai giovani che devono scegliere l’università, consiglio di non farla a tutti i costi e se decidono di farla, di cercare sempre la migliore, anche se è lontana da casa. In Italia il mondo delle aziende è spesso snobbato a favore di lavoro autonomo e libere professioni, ma bisogna ricordarsi che il 70% dei posti di lavoro è generato dalle imprese. Suggerisco anche di pensare a lauree adatte al mondo aziendale, come Agraria, Economia e Ingegneria. Poi dico anche di scegliere un corso che appassiona, e se si vede che non si trova lavoro perché è una laurea meno apprezzata dalle aziende, bisogna riconvertirsi a materie più aziendali in fretta, ad esempio facendo dei Master post-laurea. Raccomando anche di lavorare in modo serio durante gli studi, non di andare a Londra a far gli sguatteri. In questo senso, il volontariato e internet offrono grandi opportunità. Entrare a 24 anni nel mondo lavoro senza esperienza è un gravissimo handicap.

Infine, ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro dico che che prima di tutto devono costruirsi un personal brand. Non basta più avere il titolo di studio. Internet è un’arma a doppio taglio: se da un lato permette di mandare i CV ad aziende di tutto il mondo, dall’altro alle imprese arrivano migliaia di curricola. Le migliori, soprattutto multinazionali, fanno il loro screening in soli 8,5 secondi. Per loro, non contano quello che una persona ha fatto, ma le soft skills: che tipo di persona si è. In Luxottica, ad esempio, i selezionatori escludono i giovani ancora a casa coi genitori a 20 anni, perché denotano mancanza di indipendenza e intraprendenza. Bisogna anche prepararsi bene ai colloqui, per raccontare come si è e perché si è pronti per un certo lavoro. Oggi il mondo lavoro è tale che si può perdere il proprio impiego in batter d’occhio. Per questo, suggerisco di costruirsi un network al di fuori dall’azienda, così da ricollocarsi in caso di licenziamento. Insomma, cercare lavoro è un duro lavoro.

Scritto da

Laureata in Management presso l’Università Bocconi nel 2012, con una tesi sull’inattività giovanile in Italia. Da studentessa, ha collaborato con i media universitari Radio Bocconi e Tra i Leoni e al di fuori delle mura accademiche con Campus (Gruppo Class Editori) e Real World Magazine (Gruppo Potentialpark). In Saipem si è invece occupata di accertamenti giuridici nell’area Risorse Umane. Dopo la laurea, è stata assistente ai programmi di politica, economia e finanza a Radio 24 (Gruppo 24 Ore), nonché redattrice economica di Arcipelago Milano. I suoi principali interessi sono economia e comunicazione online. La distraggono da grafici e dati solo arte, cinema, teatro e buone letture.

Ultimi commenti
  • Vedo troppi laureati in biologia spostare casse all’IperCoop. Ho una compagna di liceo, laureata in Conservazione dei beni naturali, che fa la cassiera al Conad. Per carità nulla di male, ma…

    E poi, la schiera di laureati in giurisprudenza, a spasso? Vedo una scuola lenta, lenta come la morte di un malato in agonia, e una realtà veloce, veloce, col “pepe a culo”.

    Qualcuno storcerà il naso e potrà dirmi? Ma come? Lettere? Filosofia? E la cultura? Le bollette vanno pagate e la Kirghisia è ancora un miraggio, per chi non lo sapesse.

    Quante lauree alimentano false speranze? Cosa fa uno che ha studiato al D.A.M.S oggi? E i laureati in lingue? Perché una laurea in lingue, quando le lingue dovrebbero essere un mero strumento e non un oggetto di studio.

    La scuola, intesa come Università, dovrebbe (DEVE) procedere allo stesso ritmo delle aziende. E invece c’è uno scollamento pericoloso tra Scuola e tessuto socio-culturale.

    Vedo troppe persone allo sbaraglio.

    Ecco, quindi come vorrei che fosse l’Università, oggi.

    Corsi universitari
    1) Medicina (5+3) – Farmacia, Psicologia, Odontoiatria, Biotecnologie e Veterinaria incluse
    2) Ingegneria (4) – Architettura inclusa
    3) Economia (4) – Marketing, Management, Web Marketing
    4) Fisica, Chimica e Matematica (4)
    5) Scienze storiche (4) – Archeologia, Antropologia
    6) Giurisprudenza (5) – percorso a scelta tra Common Law e Civil Law
    Tutti gli esami in lingua inglese (non è un’opzione)
    Esami sbarramento all’ingresso (candidati in proporzione all’effettiva domanda)
    3 mesi all’estero obbligatori
    40% Teoria + 60% Pratica
    Tirocini retribuiti (almeno 800 euro/mese)
    No tesi teoriche, ma solo sperimentali
    Scuole professionalizzanti
    1) Scuola di formazione per Insegnanti (4) – incluse Lettere e Lingue
    2) Conservatorio (5)
    3) Accademia militare (4)
    4) Scuola di Cucina (3)
    5) Scienze infermieristiche
    Età massima insegnamento: 50 anni

    No a: DAMS, Lingue, Scienze della comunicazione, Biologia, Psicologia, Scienze gastronomiche e altre facoltà che alimentano la disoccupazione.

    Agricoltura e artigianato? Come si faceva una volta: LAVORANDO. Mio padre è un agricoltore in pensione. E ha tanto più da insegnare ad un laureato di agraria.

  • Serena Torielli

    Emanuela, innanzitutto complimenti per l’attenzione e il tempo che ci hai dedicato, la questione scuola ti deve essere cara perchè hai le idee davvero molto chiare. Se tutti avessero questo tipo di interesse per l’istruzione, a mio avviso il fondamento su cui un paese costruisce il suo futuro, questo sarebbe un paese migliore.

    Noi qui in AO stiamo assumendo e per un lavoro “difficile” (in termini di competenze richieste) e mi ha sorpreso il numero di giovani bravi davvero che intervistiamo, mi piacerebbe poterli assumere quasi tutti. La triste verità è che i “figli della crisi” hanno colmato a loro spese le carenze e le false promesse del sistema e sono flessibili, dinamici e tutt’altro che “choosy” e qui nessuno da’ loro una chance.

    Purtroppo hai ragione nel dire che il mondo della scuola dovrebbe essere più “connesso” al mondo del lavoro, ma soprattutto sarebbe corretto illustrare ai ragazzi, in accordo con una politica industriale decente, quali sono e saranno le prospettive occupazionali nei prossimi anni (esistono studi molto accurati in questo senso http://www.cedefop.europa.eu/, cui l’Italia non partecipa attivamente).

    Poi ognuno può studiare quello che vuole, con la consapevolezza che se vuol fare l’esperto in pubbliche relazioni o il giornalista avrà difficoltà a realizzare i suoi sogni.

    Io sono una grande fans delle “scuole professionali” ma ben fatte e moderne, stile “vocational school” tedesche, si può separare il percorso professionale da quello “culturale”.

    L’educazione e la cultura sono valori in sè, che non necessariamente garantiscono uno stipendio. E poi chi l’ha detto che un bravo tecnico elettricista che guadagna 3500 euro al mese non possa avere una profonda cultura?

    Quello che va svecchiato qui è il modo di pensare e anche molti dei posti nelle “stanze dei bottoni”

  • Ma la cultura deve servire solo per trovare un lavoro? E la qualità della vita dove la mettiamo. Una laureata che fa la cassiera o una cassiera che non ha studiato per me cliente forse non cambia nulla, ma per la cassiera penso di si. Quando esce da lì e va a teatro o si legge un libro mentre l’altra fa la calza non è la stessa cosa.

    • Ma veramente che io sappia è il contrario, come si dice: “beata ignoranza, che si sta bene de core e de panza”.

      • Beh, messa così, era meglio non scendere dagli alberi e perlustrare la savana. Saremmo stati ancora meglio. Ma non è questo che intendevo.

  • Condivido in parte il pensiero di Abravanel ma non del tutto… soprattutto questo punto:

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    Almeno nel mio settore ICT ai datori di lavoro interessano quasi solo le skills tecniche e professionali. Sono d’accordo che le cosiddette soft-skills sono importantissime e sicuramente avranno un peso sempre maggiore nel determinare il successo e la carriera di ogni lavoratore ma con tutto il massimo del rispetto per Abravanel non penso che il problema dei giovani sia solo questo deficit di life-skills… Come non mi sembra che le scuole e università formino ai mestieri … questo accadeva in passato ma oggi la velocità del cambiamento rende difficile prevedere i nuovi skills e le istituzioni formative faticano molto a stare dietro al mercato… il tutto è aggravato dal fatto che in italia la formazione terziaria tecnico professionale è ancora tutta da sviluppare….

    giuseppe

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