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Emergenti, quando l’Investment Grade incontra il filtro ESG

Investire nei Mercati Emergenti sfruttando i criteri ESG e l'Investment Grade

Tutto parte – di nuovo – dalle banche centrali. Le attese di politiche monetarie accomodanti per opera della Banca Centrale Europea, della Bank of England e della Federal Reserve hanno portato i rendimenti dei titoli di Stato delle economie sviluppate vicino ai minimi storici.

D’altra parte, nelle economie avanzate i PMI – ovvero i Purchasing Managers’ Index, che sintetizzano le percezioni dei direttori agli acquisti sulle future condizioni del mercato e del business – risultano in calo. Specialmente in Europa e negli Stati Uniti.

Ora, il PMI è uno degli indicatori più attentamente monitorati, giacché finora ha sempre dato un’indicazione valida sull’andamento dell’economia nei mesi successivi.

PMI più debole preannuncia quindi una più debole fase economica. La quale a sua volta generalmente sollecita (più o meno direttamente) le banche centrali a seguire una linea più espansiva. Il che significa rendimenti obbligazionari scarsi, nulli, quando non addirittura negativi.

Non stupisce, quindi, che – stanti tali prospettive – si sia aperta la ricerca, da parte degli investitori, di strumenti e prodotti con rendimenti potenziali più attraenti. Ma cosa c’è al di là dei Paesi sviluppati? Facile: gli Emergenti.

 

Una panoramica dei Paesi emergenti

Cominciamo col dire che i mercati emergenti trarranno vantaggio dai costi di indebitamento più bassi negli Stati Uniti, i quali amplieranno il loro spazio di manovra per una riduzione dei tassi, con possibilità di tornare così a ritmi di crescita più consistenti.

Ma cosa s’intende per “mercati emergenti”? Oggi alla categoria vengono ricondotte nazioni che in linea di massima (escludendo casi delicati come quello dell’Argentina, della Turchia e del Venezuela) mostrano un certo miglioramento della stabilità politica, un innalzamento degli standard sociali e, generalmente, anche una sostanziale crescita economica.

Queste economie appaiono oggi nella fase di transizione verso lo status di Paesi sviluppati e proprio in questo frangente sperimentano non solo la loro crescita più rapida, ma anche la loro maggiore volatilità. Dunque, i rischi non mancano.

Tali aree si trovano peraltro a doversi confrontare con eventi, geopolitici o d’altro tipo, tali da incidere sulle loro economie, sui bilanci statali e sui mercati del debito. Senza dimenticare i movimenti – pure questi di grande impatto economico – dei prezzi delle materie prime.

Ma i motivi di interesse indubbiamente esistono.

 

Ci sono due punti da tenere a mente

In generale, quando si parla di economie emergenti ci sono due punti fermi da menzionare. Il primo di natura macroeconomica, il secondo di taglio più finanziario.

  • Le economie emergenti mostrano un’importanza crescente in termini di contributo alla crescita del PIL globale e di catena del valore e del commercio, ovviamente ognuna in proporzione alla linea accomodante della sua banca centrale e al quadro politico interno. Tuttavia, gli investitori sono ancora poco investiti negli asset dei mercati emergenti, in particolare nel debito di queste aree.
  • Nel confronto con i mercati sviluppati, l’universo obbligazionario Investment Grade dei mercati emergenti presenta punti a suo favore dal lato della valutazione e dei fondamentali. In un tale quadro, gli investimenti nel debito emergente denominato in dollari USA possono migliorare il profilo di rischio/rendimento di un portafoglio, rispetto a un’esposizione limitata al mercato sviluppato.

 

Debito sì, ma di livello Investment Grade

Il debito dei mercati emergenti di livello Investment Grade può distinguersi quindi come fonte di rendimento di alta qualità per quegli investitori che fossero disposti a guardare oltre le esposizioni sovrane e societarie Investment Grade dei mercati sviluppati, puntando gli occhi verso una fonte di reddito alternativa e potenzialmente interessante.

Alla luce di ciò, dalla collaborazione con JP Morgan recentemente è nato l’UBS ETF (LU) J.P. Morgan USD EM IG ESG Diversified Bond UCITS (ISIN LU1974695790). Il fondo, che non prevede la distribuzione dei dividendi, replica un indice di mercato delle obbligazioni emergenti di categoria Investment Grade denominate in valuta forte.

Come gli altri ETF sui bond emergenti in hard currency, applica un tetto a ciascun Paese, in questo caso del 5% (le quote maggiori sono quelle di Messico, Cina, Indonesia, Russia, Arabia Saudita, Colombia, Hong Kong, Qatar ed Emirati Arabi). Il TER è pari allo 0,45%.

Le obbligazioni ad alto rendimento sono invece escluse dal portafoglio di questo ETF (così come dal paniere dell’indice sottostante), il quale è disponibile anche nella versione con copertura valutaria in euro: abbiamo quindi anche l’UBS ETF (LU) J.P. Morgan USD EM IG ESG Diversified Bond h. EUR UCITS (ISIN LU1974696418). Qui il TER è dello 0,50%.

Concentrandosi sui titoli Investment Grade, l’ETF esclude automaticamente la presenza di tre “big” alle prese con criticità importanti. Qui di seguito, un veloce excursus.

 

I’m crying for you, Argentina
  • Il presidente Macrì ha perso con un discreto margine le primarie dell’11 agosto, mettendo estremamente in forse le sue possibilità di essere rieletto in ottobre.
  • Il risultato delle primarie ha fatto sì che il peso perdesse più del 25% rispetto al dollaro USA nel corso della giornata e che il mercato azionario argentino crollasse di oltre il 30% nello stesso giorno (secondo crollo giornaliero più significativo dal 1950).
  • Il Paese è alle prese con una forte recessione e un’inflazione monstre al 55%.

 

Turchia, dalla crisi valutaria alla recessione
  • A giugno Moody’s ha ridotto il rating (mantenuto l’outlook negativo).
  • Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 14%, riflettendo l’ingresso in recessione dopo la crisi valutaria del 2018.
  • A una situazione già piuttosto precaria si aggiunge il rischio di tensioni con gli Stati Uniti: il presidente Donald Trump ha spesso minacciato di sanzioni Ankara.

 

Venezuela, profonda crisi e inflazione stellare
  • Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, dal 2018 a oggi il tasso di inflazione è aumentato dal 9,02% a – no, non è un errore – 10 milioni percento.
  • Il 6 agosto Trump ha annunciato un embargo economico quasi totale, nel tentativo di costringere il suo presidente Nicolas Maduro a lasciare l’incarico. Autorizzate anche sanzioni contro chiunque fornisca supporto, beni o servizi al governo venezuelano.
  • Dopo il blocco USA alle negoziazioni dei titoli venezuelani, JP Morgan ha deciso che nei prossimi mesi azzererà le obbligazioni sovrane e statali petrolifere del Venezuela nei suoi indici del debito. La decisione ha scatenato un’ulteriore vendita forzata delle obbligazioni, in quello che è già un mercato ampiamente illiquido.

 

Una novità che coniuga Emergenti e ESG

Quindi, ricapitolando: l’aggiunta di bond emergenti di alta qualità al portafoglio del reddito fisso può migliorarne la diversificazione e ampliarne notevolmente il rendimento, a fronte di un sovrappiù di rischio sensato e ragionevole. Questo anche alla luce delle correlazioni fra il debito dei mercati emergenti e il reddito fisso dei mercati sviluppati.

Correlazioni che, se variano su archi di tempo più brevi, nel lungo termine appaiono relativamente basse: in 15 anni, circa -0,12 se si prendono in considerazione quelle con le obbligazioni societarie statunitensi, 0,42 nel confronto con il reddito fisso globale.

C’è poi da considerare il filtro ESG aggiunto all’ETF. Di cosa stiamo parlando? Il concetto di investimento sostenibile ha acquisito un notevole Momentum, una spinta del tutto favorevole, negli ultimi anni: gli investitori sono sempre di più alla ricerca di fondi in linea con i loro valori e in grado di consentire loro di usare i propri risparmi non solo per generare un rendimento ma anche per influenzare positivamente il cambiamento globale.

L’approccio ESG – sigla che sta per ambientale (Environment), sociale (Social) e gestionale (Governance) – selezionato in questo caso si basa sulla metodologia JESG standard di JP Morgan e mira a fornire un profilo di rischio/rendimento simile a quello dell’indice JPG Emerging Markets Investment Grade ESG Diversified Bond standard, che è l’indice senza screening ESG.

 


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UBS ETF ha un lungo track record nella gestione di soluzioni indicizzate per i propri clienti. Nel 2001 UBS ha lanciato il primo ETF. Oggi UBS ETF propone un’ampia gamma di ETF su indici azionari, obbligazionari e alternativi quotati sulle principali Borse europee. Presente dal 2013 in Italia con un team dedicato di 3 persone, in Europa UBS ETF gestisce patrimoni per circa 38 miliardi di Euro e rappresenta il quinto operatore nel mercato degli ETF (Fonte: ETFGI al 31 dicembre 2018) con 92 prodotti quotati presso Borsa Italiana. UBS ETF fa parte di UBS Asset Management che è una delle principali società di gestione a livello mondiale, con un patrimonio in gestione di 682 miliardi di euro (al 31 dicembre 2018), di cui oltre 260 miliardi di euro in gestioni passive. Per maggiori informazioni www.ubs.com/etf.

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