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Oro nero & Co: investire in commodity con gli ETF

Sono passati solo due mesi da quando, a fine settembre, i futures sul petrolio hanno raggiunto i massimi da quasi quattro anni. Un lasso di tempo relativamente breve che però è bastato perché si verificasse un radicale cambio di prospettiva. All’epoca, gli investitori ritenevano che le sanzioni USA a carico dell’Iran avrebbero penalizzato pesantemente l’offerta e spinto i prezzi al rialzo.

Oggi sappiamo che alcuni grandi importatori, tra cui l’Italia, sono stati esentati dagli effetti indiretti delle sanzioni (e quindi, in sostanza, dal divieto di comprare petrolio iraniano), attenuando così le ansie sull’offerta. In aggiunta a ciò, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ci ha detto che l’offerta di Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti ha più che compensato il deficit di forniture dall’Iran e dal Venezuela, quest’ultimo colpito da una drammatica crisi economica e finanziaria.

 

Troppa offerta, OPEC verso un nuovo taglio

Un’analisi, quella dell’AIE, che trova sostanziale riscontro nell’ultimo bollettino mensile dell’OPEC. L’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio di Africa, Medio Oriente e Sud America ha tagliato le stime per il 2019 della domanda di greggio fornito dai suoi membri, prevedendo che sarà di circa 31,5 milioni di barili al giorno, ovvero 500 mila in meno rispetto alla previsione di due mesi prima e circa 1,4 milioni sotto l’attuale. Per contro, secondo il bollettino, le forniture dei Paesi non OPEC sono previste in crescita di 120mila barili al giorno, con gli Stati Uniti a fare da traino.

Ecco allora che l’OPEC, temendo un ampliamento dell’eccesso di offerta sul mercato, nel summit del 6 dicembre a Vienna potrebbe varare un nuovo taglio delle quote di produzione dopo quello deciso, per la prima volta in otto anni, nel dicembre del 2016. E Paesi precedentemente esentati come Libia e Nigeria probabilmente stavolta saranno invitati ad aderire a questa linea.

Non solo: come la scorsa volta, potrebbero associarsi Paesi non OPEC come la Russia, che si confrontano e dialogano con i Paesi OPEC nel tavolo allargato noto come OPEC+.

 

 

E dall’altra parte dell’Atlantico?

“Auspicabilmente, l’Arabia Saudita e l’OPEC non taglieranno la produzione petrolifera. I prezzi del greggio dovrebbero essere molto più bassi sulla base delle forniture!”: così ha twittato il presidente USA Donald Trump di fronte alla prospettiva di un nuovo taglio da parte dell’OPEC e dei suoi alleati.

E intanto un taglio alla produzione potrebbe arrivare anche dal vicino di casa, il Canada, quarto fornitore di greggio al mondo dopo Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita. A spingere il Paese guidato da Justin Trudeau in questa direzione sarebbe la preoccupazione per il calo del valore – già non altissimo – di alcune qualità locali di greggio.

Nonostante la materia prima di cui dispone, infatti, il Canada è appesantito da un sostanziale svantaggio: buona parte della produzione arriva dalle sabbie bituminose, che implicano una minore qualità del materiale, tant’è che il Western Canada Select quota molto meno del WTI statunitense pur comportando costi e problemi non indifferenti in termini di estrazione, lavorazione e trasporto.

 

I futures e il problema della sostituzione

Con la produzione avviata verso un nuovo taglio e la domanda che, seppure prevista in calo, rimane solida, è plausibile aspettarsi un recupero dei prezzi già entro la fine dell’anno. L’oro nero può quindi rappresentare un’opportunità interessante per diversificare il proprio portafoglio proteggendolo contro l’inflazione. Sì, ma in che modo? Per esempio, tramite prodotti che replicano un indice sulle materie prime. Come gli ETF. Non tutti gli ETF sulle materie prime, però, sono uguali. Vediamo perché.

Per evitare il problema dello stoccaggio, l’acquisto e la vendita di materie prime avvengono tramite i contratti futures cui abbiamo fatto cenno all’inizio, attraverso i quali ci si impegna ad acquistare o a vendere un determinato bene in una certa data nel futuro. Questo tipo di contratto ha però una scadenza e va rinnovato periodicamente: lo si rinnova attraverso il cosiddetto rollover, il cui costo si chiama roll cost.

Al prezzo per l’acquisto del bene va quindi sommato il costo di sostituzione del contratto che consente di restare esposti alla materia prima. Il rendimento generato da questo iter può essere, a seconda dei casi, negativo o positivo. Di norma è negativo, perché il valore del contratto in scadenza è inferiore a quello successivo: questa situazione si chiama contango. Se invece è positivo – cosa che non capita spesso – si parla invece di backwardation.

 

Il metodo “a maturità costante” di UBS

La performance di un ETF sulle commodities dipende in grossa parte dall’evoluzione del sottostante, ma a volte il roll return può fare la differenza. Ecco perché UBS ha messo a punto un metodo innovativo, detto “a maturità costante”, per ovviare al problema.

Ogni volta che un futures scade, lo si sostituisce con un nuovo contratto con uguale maturity ma scadenza più avanti nel tempo. Può capitare che l’investitore si trovi a effettuare l’acquisto quando molti altri devono fare la stessa cosa: in questi casi, la domanda è alta e i prezzi tendono a salire.

Ebbene, il metodo a maturità costante diversifica l’esposizione ai contratti futures su più scadenze, per ridurre le probabilità di dover rinnovare un contratto in un momento di domanda elevata. Questa strategia funziona sia in contango che in backwardation. Il rolling dei contratti avviene poi su base giornaliera, riducendo ulteriormente l’incidenza dei costi.

 

La gamma di UBS ETF

Ma veniamo all’offerta di UBS sulle materie prime, che contempla un’ampia gamma di Exchange Traded Fund. Tra questi c’è lo UBS ETF (IE) Bloomberg Commodity CMCI SF UCITS ETF (USD) A-acc (ISIN IE00BYYLVH00), il cui obiettivo di investimento è replicare la performance dello UBS Bloomberg BCOM Constant Maturity Commodity Index (Total Return). Accanto a questo c’è la versione che offre copertura valutaria in euro (ISIN IE00BYYLVJ24).

Lo UBS ETF (IE) CMCI ex-Agriculture SF UCITS ETF (USD) A-acc (ISIN IE00BZ2GV965) replica la performance dello UBS Bloomberg CMCI Ex-Agriculture Ex-Livestock Capped Index Total Return, mentre la sua versione con copertura valutaria, lo UBS ETF (IE) CMCI ex-Agriculture SF UCITS ETF (hedged to EUR) A-acc (IE00BYT5CV85), mira a replicare la performance dello UBS Bloomberg CMCI Ex-Agriculture Ex-Livestock Capped Index EUR Hedged Total Return.

Da segnalare, infine, lo UBS ETF (IE) CMCI Composite SF UCITS ETF (USD) A-acc (ISIN IE00B53H0131), il cui obiettivo di investimento è fornire la stessa performance dello UBS Bloomberg CMCI Composite Total Return, e lo UBS ETF (IE) CMCI Composite SF UCITS ETF (hedged to EUR) A-acc (ISIN IE00B58HMN42). Il Total Expense Ratio, in tutti i casi, è pari allo 0,36%.

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UBS ETF ha un lungo track record nella gestione di soluzioni indicizzate per i propri clienti. Nel 2001 UBS ha lanciato il primo ETF. Oggi UBS ETF propone un’ampia gamma di ETF su indici azionari, obbligazionari e alternativi quotati sulle principali Borse europee. Presente dal 2013 in Italia con un team dedicato di 3 persone, in Europa UBS ETF gestisce patrimoni per circa 48 miliardi di Euro e rappresenta il quarto operatore nel mercato degli ETF (Fonte: ETFGI, 28 Settembre 2018) con 85 prodotti quotati presso Borsa Italiana. UBS ETF fa parte di UBS Asset Management che è una delle principali società di gestione a livello mondiale, con un patrimonio in gestione di 700 miliardi di euro (al 30.06.2018), di cui oltre 280 miliardi di euro in gestioni passive. Per maggiori informazioni www.ubs.com/etf.

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