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Con i rendimenti governativi a zero gli investitori puntano sui mercati emergenti

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Viaggiare, spostarsi, cambiare Paese non è mai stato così semplice e lo stesso vale per gli investimenti. La globalizzazione, oltre ad aver ridotto le distanze, ha contribuito ad estendere le opportunità d’investimento al di fuori dei mercati nazionali

Se fino a qualche anno fa, investire al di fuori dei propri confini era poco conveniente e in alcuni casi inaccessibile, oggi non è più così: con gli ETF tutti i risparmiatori hanno accesso ai mercati internazionali. In qualsiasi momento.

Le obbligazioni governative dei Paesi Emergenti

La flessione dei rendimenti dei titoli di Stato non sembra avere fine, tant’è che a fine a giugno 2016 circa il 10% del mercato obbligazionario mondiale offriva rendimenti negativi. Il perdurare di questa situazione, che noi abbiamo ribattezzato con il nome di “Lower for Longer”, rappresenta un notevole ostacolo per gli investitori desiderosi di raggiungere i propri obiettivi di rischio/rendimento.

Proprio per questo motivo, molti investitori hanno incominciato a guardare ben oltre i confini nazionali, ricercando nuove opportunità in asset class meno tradizionali come, per esempio, le obbligazioni governative dei Paesi Emergenti.

Superata la fase di turbolenza dei primi mesi dell’anno, gli investitori hanno iniziato a dirigere gli investimenti verso il debito dei Paesi Emergenti, con una predilezione per i titoli di Stato in valuta forte (o “hard currency”, ad esempio il dollaro USA). Questa mossa sembra essere stata vincente, dal momento che, analizzando l’indice Bloomberg – Barclays EM Aggregate, l’asset class in questione ha guadagnato più del 12,25% da inizio 2016.

Flussi finanziari verso il debito dei Paesi Emergenti (Miliardi di dollari)

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Fonte: JP Morgan

Perché questa asset class?

Rispetto agli ultimi due anni, quando sui mercati emergenti “pesava” il rischio recessione della Cina e il calo delle materie prime, il vento sembra essere cambiato: le valute dei Paesi Emergenti hanno lentamente guadagnato terreno e la qualità del debito sembra migliore di quello che ci aspettava.

Dal punto di vista macroeconomico sono almeno tre i fattori che hanno rassicurato gli investitori rispetto a questa asset class.

  1. Il ciclo “restrittivo” della FED fa meno paura. Quando per la prima volta Ben Bernanke ipotizzò di ridurre il QE, per il mercato fu uno shock: si avviò una fase di avversione al rischio che penalizzò in modo particolare i Paesi Emergenti. Da allora, la FED ha terminato con il QE e incrementato i tassi di d’interesse di 25 punti base, ma ha ammorbidito il linguaggio. Così, adesso, i mercati e gli investitori sembrano accettare in modo più composto un ulteriore aumento dei tassi.
  2. Le materie prime hanno smesso di scendere ed il dollaro USA di apprezzarsi. Nel 2014, la combinazione tra il crollo del petrolio e l’apprezzamento del dollaro mise a dura prova la stabilità economico-finanziaria dei Paesi Emergenti. Nel 2016, invece, i prezzi delle materie prime hanno smesso di scendere ed il dollaro di apprezzarsi, aiutando le economie emergenti ad aggiustarsi.
  3. Le recessioni sono finite (per il momento) e le istituzioni godono di maggiori margini per stimolare l’economia. Nel 2016, sia la Russia che il Brasile dovrebbero tornare a crescere, e l’economia della Cina dovrebbe raggiungere il target di riferimento governativo pari al 6,0%. Allo stesso tempo, grazie ad un minore rapporto debito pubblico/PIL e ad una politica monetaria meno accomodante, nel complesso i Paesi Emergenti godono di maggiori margini di manovra, sia sul piano fiscale che monetario.

Inoltre, nell’attuale congiuntura, il profilo rischio/rendimento di questa asset class sembra piuttosto interessante: il rischio duration (cioè il rischio legato a movimenti dei tassi d’interesse) delle obbligazioni governative dei Paesi Emergenti è simile a quello di un paniere di titoli di Stato globali, ma con un rendimenti a scadenza decisamente più redditizi.

Qual è il rapporto tra rischio e rendimento tra le principali asset class?

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Fonte: presentazione UBS, agosto 2016

Dunque investire al di fuori dei confini nazionali, come  ad esempio nei Paesi Emergenti,  può comportare numerosi vantaggi, specialmente in termini di diversificazione dei rischi. Del resto, come tutti gli investimenti, comporta l’assunzione di rischio: bisogna perciò ponderare con cura la scelta dello strumento d’investimento e tenere sotto controllo il rischio valutario.

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UBS ETF ha un lungo track record nella gestione di soluzioni indicizzate per i propri clienti. Nel 2001 UBS ha lanciato il primo ETF. Oggi UBS ETF propone un’ampia gamma di ETF su indici azionari, obbligazionari e alternativi quotati sulle principali Borse europee. Presente dal 2013 in Italia con un team dedicato di 3 persone, in Europa UBS ETF gestisce patrimoni per circa 38 miliardi di Euro e rappresenta il quinto operatore nel mercato degli ETF (Fonte: ETFGI al 31 dicembre 2018) con 92 prodotti quotati presso Borsa Italiana. UBS ETF fa parte di UBS Asset Management che è una delle principali società di gestione a livello mondiale, con un patrimonio in gestione di 682 miliardi di euro (al 31 dicembre 2018), di cui oltre 260 miliardi di euro in gestioni passive. Per maggiori informazioni www.ubs.com/etf.

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