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#ABCFinanza: salvagente fantastici e dove trovarli. Cosa sono i coronabond?

Cosa sono i coronabond e perché stanno dividendo l'Unione Europea?

La parola coronabond “è uno slogan”, ha detto di recente la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen, cui il Consiglio Europeo – in allarmante stallo sulle possibili soluzioni di contrasto alle pesanti conseguenze economiche della pandemia di coronavirus in corso – ha affidato il compito di trovare una via d’uscita entro un paio di settimane.

“L’UE sia adeguata all’appuntamento con la Storia”, ha ribattuto il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, tra i principali promotori del progetto coronabond. “Le parole della presidente UE sono sbagliate, sia all’altezza della sfida”, ha rincarato Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia.

Lo screzio, mentre scriviamo, sembra rientrato. Ma la situazione appare comunque abbastanza chiara: siamo alla riedizione degli eventi del 2011/2012, con l’Italia e le “cicale” del Sud Europa da una parte e la Germania e le “formiche” del Nord dall’altra, le prime favorevoli al tutto per tutto, le seconde assai più caute e diffidenti.

 

Quali Paesi dell'Unione Europea sono a favore o contro l'emissione dei coronabond?
 

Ma cosa sono i coronabond?

Diciamo che sono, appunto, una riedizione degli eurobond di cui molto si parlò durante la crisi dell’area euro, nel biennio 2011/2012, e che non videro mai la luce per la ferma opposizione della Germania e del blocco dei Paesi del Nord, contrapposti in quell’occasione per la prima volta ai Paesi del Sud Europa (tra cui la nostra Italia).

Come suggerisce il nome, si tratterebbe di obbligazioni emesse non da uno Stato sovrano ma dall’insieme dei Paesi dell’Unione Europea.

Come si sa, l’obbligazione è quello strumento finanziario che consente all’emittente di finanziarsi sui mercati e all’investitore di incassare un interesse a fronte del denaro prestato all’emittente. L’ammontare dell’interesse dipende dalla solidità e dall’affidabilità dell’emittente: meno è percepito come solido e affidabile, maggiore sarà la remunerazione che dovrà offrire agli investitori che accettano di finanziarlo.

Nei coronabond – così come negli eurobond – non farebbe fede il pedigree di ciascun Paese ma quello dei 27 Paesi UE tutti insieme. Alcuni dei quali, come detto, sono nettamente più virtuosi dell’Italia. Ed è proprio questo a frenarli, insieme a un’opinione pubblica interna che più o meno esplicitamente sostiene la linea del “prima i tedeschi” (o olandesi, o altro).

Mettere a fattor comune il debito, poi, implicherebbe fare la stessa cosa con la politica fiscale, ma questo è un altro progetto che finora è rimasto sulla carta.

 

Chi potrebbe emettere i coronabond?

Un’istituzione europea o i singoli Stati in base alle loro necessità, ma con alle spalle una garanzia comune. Nel primo caso, scordiamoci che possa essere la Banca Centrale Europea, la quale per statuto non può emettere obbligazioni né acquistare titoli di Stato all’emissione (può comprarli solo sul mercato secondario).

Da alcune parti si ipotizza un ruolo per la Banca Europea per gli Investimenti (la BEI), ma al momento non esiste una proposta concreta in tal senso. Ad oggi sarebbe solo il MES, istituito come ultima risorsa per i Paesi che stanno affrontando (o sono a rischio di) problemi di finanziamento, ad avere gli strumenti idonei a farlo (a tassi rivisti e molto più contenuti).

 

 

A cosa servirebbero i coronabond?

A fronteggiare le non trascurabili spese dovute alla pandemia, ossia quelle:

  • sanitarie: strutture ospedaliere, personale medico, infermieristico, tecnico e di supporto a vari livelli, ricerca, acquisto di macchinari e di strumenti di protezione;
  • di rilancio dell’economia, con il dovuto sostegno a famiglie e imprese.

Le conseguenze economiche del blocco delle attività saranno pesanti, ma non tutti dispongono ad oggi della stessa capacità di spesa, e i coronabond avrebbero appunto lo scopo di colmare il gap.

 

Ci sono alternative ai coronabond?

Ci sarebbe il MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, anche noto come European Stability Mechanism (ESM) o come Fondo salva-Stati: la sua missione è fornire assistenza ai Paesi dell’area euro che sperimentano – o che sono minacciati da – gravi problemi di finanziamento sui mercati, sempre che ciò risulti indispensabile per “salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme”. E comunque a fronte del rispetto di precise condizioni, come la riduzione del disavanzo e del debito pubblico e la messa all’opera di riforme strutturali.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità sarebbe già pronto a intervenire, con un arsenale da 410 miliardi di euro. E la linea di credito del MES consentirebbe alla BCE di attivare le Outright Monetary Transactions (OMT), operazioni di acquisto diretto di titoli di Stato a breve termine di Paesi in difficoltà.

In alternativa ci sarebbe l’istituzione di un nuovo Special Purpose Vehicle, una società nella quale i Paesi ripongono capitale e garanzie e che emette titoli sui mercati. Il precedente c’è ed è l’EFSF, ovvero lo European Financial Stability Facility fondato nel giugno 2010 dai Paesi membri dell’eurozona: fu il predecessore del MES che, come detto, esiste e sarebbe già pronto all’uso.

Allo stato attuale, l’unica certezza è il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) lanciato dalla BCE per evitare ulteriori pressioni sui Paesi dell’area euro altamente indebitati (tra cui l’Italia, seconda in questo solo alla Grecia). Ma il PEPP della BCE serve a guadagnare tempo e non è la soluzione finale. Quindi, di nuovo: quali alternative?

 

C’è chi parla di perpetual bonds

Francesco Giavazzi e Guido Tabellini, professori di economia all’Università Bocconi di Milano e ricercatori del Centre for Economic Policy Research (CEPR), in un recente articolo apparto su VoxEU1, propongono “che i Paesi emettano obbligazioni a 50 o 100 anni, o anche perpetue (note pure come perpetual bond o “consols”, cioè titoli a reddito fisso senza scadenza)”, con la BCE pronta ad acquistarle per mantenere l’onere degli interessi basso abbastanza “da evitare di aggravare i problemi di sostenibilità del debito”.

La scadenza molto lunga eviterebbe ai Paesi fortemente indebitati di andare incontro a serie difficoltà di finanziamento sui mercati, cosa che non si potrebbe dire di una linea di credito a breve del MES. Tutto questo lasciando libere le mani della BCE, che potrebbe intervenire se in futuro emergessero rischi d’inflazione, ed eventualmente ridurre le dimensioni del suo bilancio qualora necessario.

Questi titoli perpetui sarebbero complementari ad altre proposte recentemente avanzate. Sarà interessante – e decisivo – scoprire quale strada deciderà di intraprendere Bruxelles.

 



1 – Covid Perpetual Eurobonds: Jointly guaranteed and supported by the ECB, fonte: VOX

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