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#ABCFinanza: Tutto ciò che devi sapere per investire in fondi comuni

Oggi vogliamo riproporvi un nostro post dedicato ai fondi comuni d’investimento, strumenti che appartengono alla grande famiglia degli Oicr, gli Organismi di investimento collettivo del risparmio. Per fare meglio il punto su cosa sono e su cosa è utile sapere.

 

Cosa sono i fondi comuni d’investimento?

Sono dei “contenitori” (veicoli d’investimento) in cui i risparmiatori fanno confluire i propri risparmi. Per svolgere la propria funzione di veicolo del risparmio, hanno bisogno dell’apporto di tre soggetti. Quali?

  • I sottoscrittori. Siete voi risparmiatori, ossia l’insieme degli investitori che decidono di partecipare al fondo. Ogni risparmiatore diventa titolare di una quota del fondo in base alla quota di capitale versato. Per esempio, se verso 10mila euro in un fondo che ha raccolto 1 milione di euro, sarò titolare dell’1% delle quote del fondo.
  • La Società di gestione del risparmio (Sgr). È il braccio operativo dei fondi comuni, la società a cui i sottoscrittori fanno affidamento per la gestione dei propri risparmi (formalmente, ha la “delega di gestione”). La Sgr decide in quali strumenti finanziari investire il denaro raccolto nei fondi, stabilisce il regolamento, come va gestito il fondo e quanto costa in termini di costi di gestione pagati dai sottoscrittori.
  • La banca depositaria. Il suo ruolo è quello di custodire (letteralmente) i titoli del fondo e detenere le disponibilità liquide. In pratica, le società di gestione operano attraverso un meccanismo di delega, ma non hanno mai la proprietà del capitale raccolto o dei titoli acquistati. Per questa ragione i fondi comuni sono privi di rischio di credito: gli investimenti sono sempre di proprietà dei sottoscrittori. La banca depositaria ha inoltre il compito importantissimo di controllare che la valorizzazione del fondo sia corretta: infatti, ogni giorno il patrimonio del fondo viene valorizzato in base ai prezzi di mercato e poi pubblicato (è la famosa “quota”) così, in modo molto trasparente, si sa quanto vale il proprio denaro investito.

 

Che tipo di fondi si possono comperare?

Tralasciando i vari aspetti giuridici e semplificando un po’, possiamo dire che i fondi comuni d’investimento si dividono in due grandi famiglie:

Ed ecco, qui di seguito, una breve rassegna delle principali differenze.

Distribuzione
I fondi tradizionali sono distribuiti attraverso un processo di “collocamento”. In sostanza, se voglio comprare un fondo tradizionale devo rivolgermi a un intermediario autorizzato al collocamento (la propria banca, per esempio), ovvero legittimato a vendere tale fondo (ammesso che esista un accordo commerciale tra chi vende e chi gestisce il fondo). Da qui, l’attuale importanza della rete di distribuzione, cioè sportelli bancari, consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede o private banker. Gli Etf, invece, sono venduti in Borsa, come un’azione. Tuttavia, negli ultimi anni la regolamentazione è cambiata e anche in Italia i fondi comuni tradizionali si possono quotare in Borsa.

Gestione dell’attività
Nella maggior parte dei casi, in Italia almeno, i fondi tradizionali sono a gestione “attiva”: questo vuol dire che le società di gestione prendono una molteplicità di decisioni che dovrebbero permettere al Fondo di battere un determinato indice “benchmark”, oppure conseguire un “total return”, cioè un ritorno assoluto, attraverso una strategia gestionale. Di norma, il fondo ricerca l’Alfa (di cui abbiamo parlato qui). Al contrario, un Etf ha di norma una gestione “passiva”, cioè il gestore del fondo si limita a replicare la performance di un determinato indice o mercato (per esempio, un Etf sulla Borsa di Milano replicherà, pari pari, l’andamento di Piazza Affari).

Struttura di costi
La gestione “attiva” presuppone un maggiore dispendio di risorse in analisi e rotazione dell’attività. Per questa ragione, di solito la gestione attiva ha una struttura di costi più onerosa rispetto a una gestione passiva.
 

 

Due parole al volo sui costi

La gestione attiva prevede infatti:

  • commissione d’ingresso, che si paga al momento della sottoscrizione delle quote del fondo;
  • commissione di gestione, il costo associato all’attività di gestione vera e propria;
  • commissione di performance, trattenuta se il fondo raggiunge determinati obiettivi (per esempio, ottiene una performance migliore del benchmark), stabiliti nel regolamento;
  • commissione d’uscita, una sorta di penale per l’uscita dal fondo.

Le commissioni di ingresso, di uscita e di performance non sempre sono applicate: dipende dalla politica commerciale della società di gestione e, soprattutto, di quella della società che si occupa della vendita.

La gestione passiva, dal canto suo, prevede:

  • commissione di gestione;
  • costi di negoziazione, che il risparmiatore sostiene per operare in Borsa.

Spesso la voce “costi” dei fondi comuni e degli Etf viene sintetizzata nel Ter (Total expense ratio), che comprende l’insieme delle commissioni. Sottolineiamo ancora che un investitore in Etf (o in fondi quotati in Borsa) oltre alle commissioni deve anche considerare i costi di negoziazione. La varie tasse che gravano sugli strumenti finanziari sono un’ulteriore onere sia per i fondi tradizionali sia per gli Etf.

 

È meglio investire in un fondo tradizionale oppure in un Etf?

A priori, è impossibile dirlo. Possono essere entrambi ottimi strumenti, così come pessime soluzioni d’investimento: non dipende dal veicolo ma su cosa si investe, dal fatto che lo strumento sia adatto o meno ai propri fini e dal costo.

La performance di un fondo è infatti frutto di un mix di fattori che dipendono dal profilo di rischio del fondo, dalle scelte d’investimento della società di gestione e ovviamente dalla struttura dei costi.

Prima di gettarsi nell’investimento in un dato fondo, occorre verificare la politica d’investimento, il livello di rischio, l’entità e la struttura dei costi e, infine, com’è andato storicamente in termini di performance. Quest’ultima è un’informazione di limitata validità, a meno di non avere anni di storia: non prevedendo il futuro, non c’è fondo (tradizionale o Etf) che possa garantire un rendimento certo per il futuro.

 


 

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Ultimi commenti
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    I Fondi comuni, dopo l’introduzione degli ETF, non hanno veramente più senso di esistere ad eccezione forse dei bilanciati e dei flessibili.

    I fondi bilanciati sono facilmente riproducibili con due ETF (obbligazionario+azionario) ma posso capire l’investitore ultra pigro che vuole un fondo solo e quindi opta per un bilanciato.

    I fondi flessibili anch’essi riproducibili operativamente con degli ETF, ma se riprodotti richiederebbero però continuamente scelte strategiche (quanto e quando passare dalle azioni ai bond e vice versa) che un investitore medio non ha il tempo nè la capacità di seguire.

    Gli altri tipi di fondi, (esempio un fondo 100% azionario globale messo a confronto con un ETF MSCI World) mi dispiace per i promotori finanziari che ci campano, ma sono strumenti che hanno senso proprio solo per fare campare la rete di promotori.

    Quando anche il popolo bue se ne accorgerà saranno dolori per le reti dei promotori, a quel punto dovrebbe cambiare il modello e cioè far capire al cliente che il promotore/consulente è un servizio che va remunerato con una parcella perché non più incluso nelle commisioni del prodotto finanziario.

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      La quotazione di un fondo “open” è contro natura, va a falsare il principio della diversificazione dell’investimento in tanti titoli quotati. Il risultato ottenuto dal totale valore giornaliero dei titoli in portafoglio del fondo, più la cassa, diviso per il numero delle quote-parti emesse, stabilisce il valore d’inventario, cioè il valore giornaliero della quota. Viceversa, nel fondo “closed”, entrano in ballo anche altri fattori ed è quindi preferibile la quotazione di quello che è un vero titolo, differente dalla quota-parte del fondo “open”.

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        ???

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    E’ importante chiarire
    il ruolo della distribuzione. Non tutti sanno che per sottoscrivere un fondo comune non bisogna necessariamente passare per la catena distributiva, ma ci si può rivolgere direttamente alla stessa SGR. Tuttavia, a differenza di altri settori, andare alla fonte non significa risparmiare, ad eccezione di AcomeA. E’ inoltre possibile acquistare on-line, bypassando l’intermediazione. Esiste quindi una scelta che molti non sanno di avere.
    AcomeA ha lanciato dallo scorso maggio una piattaforma digitale del processo di sottoscrizione di fondi comuni che offre ai risparmiatori totale libertà di azione. Da una parte, acquistando i fondi AcomeA on line, si ha la possibilità
    di scegliere un prodotto anche se questo non è disponibile allo sportello bancario, rendendo così più accessibile la sottoscrizione ‘’tradizionale’’ dei fondi. Inoltre, si può scegliere la modalità di servizio associata ai fondi. I risparmiatori possono optare per una classe di prodotti che prevede un servizio di supporto e consulenza nella gestione dei propri investimenti, e una classe ‘’Self Service’’, che lascia completa autonomia al risparmiatore indipendente nella gestione dei propri investimenti permettendogli di evitare i costi legati alla distribuzione ed alla consulenza. Il settore del risparmio gestito sta
    cambiando, esempio è la proposta della creazione di un mercato quotato dei fondi comuni. AcomeA ha cercato di anticipare i tempi, offrendo quella scelta che non tutti sanno di avere.

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      È sicuramente interessante, non lo sapevo perché operando solo con banche online non ci sono i vostri fondi nella loro rete e non li conoscevo.

      Il punto comunque che volevo sollevare è: prendiamo ad esempio “AcomeA Globale A1” ha reso il 11,65% da 10 anni, MSCI World Value NR € ha reso il 67% nello stesso periodo (fonte Morningstar.it e msci.com)

      Ora che senso ha acquistare un fondo, quando un ETF che replica l’indice di cui sopra ottiene risultati migliori?

      Sia ben chiaro non ce l’ho con il vostro fondo in particolare, se si prende la categoria eccetto il migliore (uno solo su ben 17) tutti gli altri hanno SOTTO performato l’indice di riferimento (quindi hanno sottoperformato un ETF su quell’indice).

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        Grazie Gianni. Non possiamo che darti ragione per l’esempio
        che hai portato. Cogliamo l’occasione per dire che AcomeA è sul mercato dall’estate
        del 2010 e che anche se preso su questo orizzonte temporale AcomeA Globale, così
        come il resto dei fondi di categoria, ha sottoperformato rispetto al benchmark.
        Ciò non toglie però che la nostra è una gestione attiva che ha portato a importanti riconoscimenti.

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    Il nostro blog nasce proprio con questo intento e non ci stancheremo mai di ripeterlo: un risparmiatore informato è un risparmiatore migliore. Detto questo la tecnologia può abbattere quelle barriere fisiche (e ideologiche) che da sempre “spaventano” i piccoli investitori.

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