a
a
HomeCAPIRE LA FINANZAFINANZA PERSONALEConti, depositi e BOT: la tua guida agli strumenti di liquidità

Conti, depositi e BOT: la tua guida agli strumenti di liquidità

Amiche e amici, in più di un’occasione vi abbiamo detto che troppa liquidità in portafoglio fa male1. Ma cosa si intende per “liquidità”? E, soprattutto, quali sono i prodotti che la incarnano? Il rientro di molti dalle ferie d’agosto è propizio per un bel ripasso.

 

Cosa sono i prodotti di liquidità?

Mettiamo che negli ultimi cinque anni abbiate accantonato risparmi per 10.000 euro. È legittimo che vogliate farli fruttare. Come? Il modo migliore è smistarli fra una serie di attività finanziarie. Le principali sono le azioni, le obbligazioni e, appunto, i prodotti di liquidità.

La loro caratteristica fondamentale consiste nel basso profilo rischio/rendimento: ovvero, il rischio di perdita di valore è molto contenuto e principalmente si associa all’inflazione2, che può nel tempo ridurre (e anche sensibilmente) il potere d’acquisto dello strumento.

Parallelamente, il rendimento potenziale è modesto (e in certe fasi perfino nullo) rispetto a quello di altre attività finanziarie come, per esempio, le azioni.

Ma volendo sintetizzare quanto detto in una definizione, potremmo dire – citando Assogestioni3– che sono prodotti di liquidità quelli “convertibili in moneta in breve tempo, con un rischio minimo di perdita di valore”.

In tal senso, è liquidità quella porzione di risparmio detenuta in contanti o in strumenti monetari.

 

Insomma, quali sono questi prodotti?

Secondo l’ultima edizione dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane pubblicata dalla Banca d’Italia4 così erano ripartite le attività finanziarie detenute nei nostri portafogli.

 

liquidità | amCharts

 

La liquidità supera il 50% (come conferma anche CONSOB5, ma schizza a livelli plebiscitari tra le famiglie con la ricchezza netta più bassa. Ovvero, fra noi comuni mortali. Ha quindi molto senso, per tanti di noi, capire quali sono questi benedetti prodotti di liquidità.

Iniziamo da ciò che tutti (o quasi) hanno.

 

Il conto corrente

È il più diffuso, ma generalmente offre zero interessi (cioè non rende), a fronte dei costi per l’apertura e la tenuta e di una tassazione che è fissa: gli intestatari, se sono persone fisiche (come me e voi), sono tenuti a versare ogni anno un’imposta di bollo di 34,20 euro, se la giacenza media supera i 5.000 euro. Se invece non la supera – o se si chiede un conto corrente di base agevolato collegato all’ISEE – allora c’è l’esenzione.

In questi tempi di bilanci statali duri da far quadrare – la tendenza generale è più che mai quella di avere ambiziosi obiettivi di spesa, ma la leva fiscale è limitata e in alcuni Paesi, tipo il nostro, la crescita langue da tempo – alcuni sottolineano il rischio di prelievi forzosi.

Non saremo certo noi a dire che questo è impossibile. Ma con l’occasione ricordiamo che, in caso di insolvenza della banca, può intervenire il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), con un limite di copertura di 100.000 euro per depositante e per singola banca6.

 

Il conto deposito

La tutela del FITD si applica anche ai conti deposito: questi offrono un rendimento che – specialmente di questi tempi – può agevolmente competere con quello dei titoli di Stato a breve scadenza (li vedremo tra poco).

I conti deposito possono essere liberi o vincolati: questi ultimi hanno una data di scadenza prestabilita (comunque breve) e un tasso d’interesse fisso, che la banca versa al titolare. Alla scadenza scatta il rimborso automatico. Se si chiude prima il conto, è generalmente prevista una penale.

C’è anche qui da pagare l’imposta di bollo, che equivale allo 0,20% dell’importo giacente sul conto (attenzione: alcune banche se ne fanno carico, il che ovviamente per l’intestatario è un vantaggio). E poi c’è la ritenuta fiscale del 26% sugli interessi, sicuramente più sfavorevole del 12,50% applicato ai rendimenti dei titoli di Stato a breve termine.

 

 

I titoli di Stato a breve termine

In Italia ci sono i BOT, i Buoni Ordinari del Tesoro, che possono avere una durata di 3, 6 o 12 mesi. Non prevedono cedola e vengono emessi – come si dice in gergo – “sotto la pari”, ovvero a un valore più basso rispetto a quello nominale, venendo poi rimborsati “alla pari”, vale a dire al valore di rimborso.

La remunerazione è legata alla differenza fra valore nominale del titolo e prezzo pagato, al netto della ritenuta fiscale (che appunto è del 12,50%), e in linea di massima è abbastanza bassa.

E c’è comunque da tenere conto di un seppur minimo rischio di insolvenza dell’emittente, mai del tutto eliminabile quando parliamo di credito e obbligazioni.

 

I Pronti Contro Termine

Il nome stesso ci fa intuire che siamo di fronte a uno scambio: un venditore, che in genere è una banca, cede un determinato ammontare di titoli a un compratore consegnandoglieli subito (“a pronti”), impegnandosi a riprenderseli, a un prezzo generalmente superiore, a una certa data (“a termine”).

Detto diversamente, si tratta di un “doppio prestito”: la banca “presta” titoli all’acquirente, il quale per contro le “presta” soldi. Per la prima è quindi una raccolta di finanziamenti, per il secondo un investimento. La durata è solitamente di pochi mesi, durante i quali l’acquirente percepisce gli interessi dei titoli sottostanti.

Tipicamente, questi sottostanti sono bond governativi. Ma attenzione: qualcuno in passato ha segnalato episodi di Pronti Contro Termine aventi come sottostante le obbligazioni emesse dalla stessa banca che ha offerto i PCT, il che può aumentare anche sensibilmente i rischi associati al prodotto.

E la tassazione? La differenza tra prezzo “a pronti” e prezzo “a termine” è tassata del 26%. Stesso balzello è previsto per i sottostanti diversi dai titoli di Stato. Al contrario, se il titolo sottostante è un bond governativo, allora l’aliquota è del 12,5%.

 

Certificati, fondi ed ETF

Prodotti di liquidità sono considerati anche i certificati di deposito, i fondi comuni d’investimento monetari e gli Exchange Traded Fund monetari, su cui torneremo in un prossimo post.

Siate fiduciosi!

 



1 – 5 motivi per cui troppa liquidità fa male ai tuoi investimenti
2 – Cos’è l’inflazione?
3 – Assogestioni
4 – Risale al marzo 2018 e riporta tutti i dati inseriti al 2016
5 – Come investono le famiglie italiane
6 – Scopri quanto conta la tua banca e quanto sei tutelato

Scritto da

Nata a Rieti, gli studi universitari a Roma, lavora a Milano dal 2007. Dopo un'esperienza di quattro anni in Class CNBC, canale televisivo di economia e finanza del gruppo Class Editori, si è spostata in Blue Financial Communication, casa editrice specializzata nei temi dell'asset management e della consulenza finanziaria. A dicembre 2017 si è unita al team di AdviseOnly.

Nessun commento

lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.