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Mini-guida di difesa personale: cosa chiedere prima di investire? Seconda parte

Rieccoci qua con il nostro corso di difesa personale per investitori. Dopo la prima puntata, in cui ci siamo soffermati sull’approfondimento delle caratteristiche dei fondi, continuiamo ora spostando la nostra attenzione su performance e costi degli strumenti per evitare investimenti totalmente inadeguati o troppo costosi. Allora pronti a ripartire? Iniziamo con il Ter.

 

Quanto è il TER?

Niente paura: TER non significa niente di complicato. L’acronimo sta per “Total Expense Ratio”, ossia il costo totale del fondo, il costo che quindi include tutte le commissioni e spese varie. Insomma, è il principale indicatore di costo. È una percentuale, che andrà a diminuire di anno in anno il rendimento del vostro capitale. Se per esempio in un dato anno avete avuto un rendimento (al lordo delle commissioni) del 5% e il TER è 1%, il vostro rendimento vero (rendimento netto) sarà 4%. Che altro dire? Funziona come per tutti i costi: leggete sui documenti informativi quanto è il TER e capite se per voi è tanto o poco.

 

Esistono commissioni di sottoscrizione (o d’ingresso)?

Sono soldi che scucite solo per iniziare ad investire e che ovviamente non vengono investiti, ma finiscono nelle tasche di qualcun altro, cioè la società di gestione o quella che vi vende il prodotto. Ormai questo tipo di commissioni (beninteso incluse nel TER) è sempre meno utilizzato… ma voi controllate. Questo è il tipo di commissioni che io trovo davvero irritanti e, nel 99% dei casi, ingiustificabili. Infatti servono prevalentemente a spillare subdolamente quattrini per pagare reti di distribuzioni troppo costose. Quindi, se vi dicono che dovete pagare commissioni di questo tipo, irritatevi!

 

Esistono commissioni d’uscita o altre penalizzazioni al disinvestimento?

Idem con patate. Solo in pochi casi, per ragioni tecniche (ad esempio strategie finanziarie che vengono danneggiate dall’uscita degli investitori), sono accettabili. Per la maggior parte dei fondi o ETF, l’uscita di un investitore di piccole dimensioni (come generalmente è un risparmiatore privato) è un evento trascurabile, che non comporta particolari danni o costi. Quindi, se esistono queste commissioni d’uscita, o altri costi del genere, ad esempio penali, chiedete perché. E se la risposta non suona più che convincente, irritatevi parecchio.

 

 

Che performance ha avuto il fondo a 6 mesi, 1 anno, 3 anni, 5 anni, da avvio?

Si investe per far crescere i risparmi, quindi poche storie: la performance è importante. Ma la domanda da porre dipende dal tipo di strumento finanziario prescelto. Quindi:

  • Nel caso degli ETF che seguono un indice finanziario e basta, la storia è poco rilevante perché un ETF sostanzialmente ricalca la performance dei mercati. Serve giusto per farsi un’idea di che cosa potrebbe capitare ai vostri investimenti con un certo ETF, ma non serve a valutare la società di gestione, che si limita a seguire il mercato.
  • Per i fondi comuni e le Sicav che fanno gestione attiva è diverso: guardare alla performance del gestore rispetto al suo benchmark (riportato fino alla noia in tutto il materiale informativo sul prodotto) serve per capire se il gestore ci sa fare. È semplice: il gestore dovrebbe battere il benchmark con una certa regolarità. Lo potete vedere nelle tabelline con le performance annue che vi mostreranno. Se non ve le mostrano, chiedete! Non fate le cozze, non fatevi intimidire, è un vostro diritto. Comunque occorrono molti anni per capire se un gestore è bravo davvero. Quindi innanzitutto verificate se il fondo esiste da almeno 3-5 anni (meglio 5 o più), oppure se il gestore ha già gestito un altro prodotto simile.
  • Fondi comuni lanciati di recente: a meno che non siano realmente convincenti da altri punti di vista, lasciate perdere: il rischio è che ve lo vogliano vendere solo perché lo stanno spingendo commercialmente, a prescindere dalla bontà del prodotto.

Ma torniamo alle performance…

Tornando alla performance, come dicevo, è difficile capire dalla storia se un gestore è veramente bravo. Tuttavia, quello che è certo è che se vi mostrano una fila di performance, su vari archi temporali, tutte pessime, beh, allora verosimilmente non è tanto bravo. Peraltro, qualche brutto periodo è fisiologico, dato che i mercati sono in buona misura dominati dal caso. Anzi, qualche risultato negativo è persino un buon segno: per dire, Madoff presentava una lunghissima sfilza di performance positive (tutte false) – e si è visto com’è andata a finire, con la gente truffata e sul lastrico.

 

Non guardate solo la performance recente, nel bene e nel male.

Valutate le performance su un arco di tempo corrispondente alla durata dell’investimento che state per fare. Quindi, se volete investire per 2-3 anni circa, chiedete com’è andato il prodotto su quell’arco temporale. Possibilmente in periodi storici diversi. E usate il buon senso. Non vi fate incantare solo da eccellenti performance degli ultimi tempi: è una tecnica di vendita vecchia come il mondo presentare al cliente il prodotto che è andato meglio di recente.

 

Qual è stata la peggior performance settimanale, mensile, trimestrale, annua?

Da questi numeri, ammesso che il fondo o ETF abbia una storia sufficientemente lunga (almeno 3-5 anni), potete farvi un’idea di quale sia il rischio reale e tangibile del prodotto che state considerando. E capire se può andarvi bene oppure no.

Ora, questo decalogo è lontano dall’essere completo e perfetto. Tuttavia, se lo seguirete (insisto, senza mai sentirvi in soggezione di fronte all’operatore di sportello, o promotore, o private banker) ridurrete di molto il rischio che vi rifilino un prodotto poco adeguato alle vostre esigenze o, nei casi peggiori, un bel bidone.

 


1 – Mini-guida di difesa personale: cosa chiedere prima di investire? Prima parte
2 – #ABCFinanza: cosa sono i fondi d’investimento a distribuzione e ad accumulazione?
3 – Financial Brief | Come si sceglie un fondo d’investimento?

Scritto da

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Ultimi commenti
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    L’articolo mi è piaciuto, molto chiaro anche nella necessaria sintesi. Meno il titolo, primo perchè non ci sono più i promotori ma i CF. Mi sembra importante. Secondo, chi fa il CF ha tutto l’interesse a dare servizio e prodotti validi al cliente, perchè è il “suo datore di lavoro” vero e duraturo nel tempo. Le commissioni di ingresso è vero che non sono più usate e io stesso non li ho più usati negli ultimi 15 anni della mia attività professionale. Comunque leggo con piacere i vostri articoli, che critico con spirito positivo. Trovando spunto per qualche necessità di training.
    Cordiali saluti.
    Pellegrino Crescitelli, consulente finanziario, iscritto all’albo ma in pensione, formatore Anasf Economicamente (attività total free).

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