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Avversione alle perdite? È tutta colpa dell’amigdala

Quando investiamo, una possibile perdita di denaro pesa nella nostra mente molto più di un possibile guadagno della stessa entità: in altre parole, perdere 100 euro fa più “male” rispetto alla gioia di vincere la stessa somma. È un comportamento insito nella natura umana, dimostrato dagli studi del Premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman. Insomma, la nostra mente ci gioca dei brutti scherzi. E la colpa è tutta dell’amigdala.

 

Amigdala, non ti temo: cos’è e a cosa serve?

L’amigdala è un raggruppamento di sostanza grigia di forma ovoidale, che si trova nella profondità di ciascuno dei due emisferi cerebrali. Questa piccola struttura del nostro cervello ha un ruolo importantissimo: è la centralina delle emozioni e gestisce in particolare la paura.

“L’evidenza sperimentale mostra che quando trattiamo con guadagni e perdite sono le emozioni ad anticipare le nostre decisioni. In particolare, un ruolo determinante è giocato dalla paura di perdere che è intercettata dall’amigdala”, ci spiegava qualche anno fa il professor Matteo Motterlini, specializzato in filosofia della scienza, economia comportamentale e neuroeconomia.

Proprio Motterlini fa parte di un gruppo di ricercatori che, tempo fa, ha condotto un interessante esperimento sul tema, pubblicandone poi i risultati sulla rivista The Journal of Neuroscience.
 

 

Hai il 50% di probabilità di vincere 100 euro e il 50% di perderli: accetti?

In quell’occasione, gli scienziati si sono concentrati in particolare sull’origine delle differenze individuali nell’avversione alle perdite. Per farlo, hanno realizzato dei test in cui si chiedeva ai partecipanti di accettare o rifiutare una scommessa che dava loro la possibilità di vincere o perdere 100 euro con una probabilità pari al 50% – l’esperimento è stato ripetuto anche con somme diverse, ma mantenendo la probabilità del 50% – mentre venivano sottoposti a una risonanza magnetica funzionale.

Ebbene, la maggior parte dei partecipanti ha preferito rifiutare la scommessa: è successo perché l’amigdala si è attivata per segnalare un pericolo. “Perdere infatti genera un vero e proprio dolore emotivo, tanto che, paradossalmente, il pensiero di perdere porta talvolta a rinunciare a vincere”, commentò a suo tempo Motterlini. Di più. È stato dimostrato che, per sentirci “ripagati” di una perdita di 100 euro, dobbiamo vincerne almeno 225.

Certo, non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte a una perdita di denaro. E infatti, anche come investitori, non tutti hanno lo stesso livello di avversione al rischio. Eppure, assicurava Motterlini, anche gli individui più razionali hanno una risposta immediata dell’amigdala quando si trovano di fronte al rischio e all’incertezza. “Solo che poi riescono a sovrascrivere il messaggio emotivo con aree deputate al ragionamento consapevole e deliberato”.

Insomma, sembrano più consapevoli dei propri condizionamenti emotivi e, di conseguenza, riescono in un certo senso ad arginarli. Ed è proprio nella consapevolezza che risiede la chiave di volta.

 

Come si riflette tutto questo sugli investitori?

“La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento”, diceva lo psicologo Nathaniel Branden. Tradotto: per evitare di gettare al vento i propri risparmi, un buon punto di partenza è conoscere le trappole mentali a cui siamo esposti e imparare a gestire le nostre emozioni.

Oggi, concludeva Motterlini, “sappiamo sempre meglio quali sono le trappole e conosciamo i meccanismi cognitivi, se non addirittura neurobiologici, per cui ci finiamo dentro”. Tuttavia, “molto resta da fare per progettare ambienti di scelta idonei ai nostri limiti di razionalità.

Riuscire a farlo (e farlo bene, cioè raccogliendo dati e controllando l’efficacia dei diversi interventi possibili) nell’ambito delle scelte finanziarie sarebbe davvero rivoluzionario e socialmente responsabile”.
 
 
Di seguito, le risposte che il professor Motterlini diede alle nostre domande, nell’intervista rilasciata nel 2013.

AO. Qual è l’essenza delle scoperte del vostro team?
MM. “L’evidenza sperimentale mostra che quando trattiamo con guadagni e perdite sono le emozioni ad anticipare le nostre decisioni. In particolare, un ruolo determinante è giocato dalla paura di perdere che è intercettata dall’amigdala [ndr: l’amigdala è una struttura cerebrale posta nella profondità di ciascuno dei due emisferi cerebrali].
Anche gli individui più razionali hanno una risposta immediata dell’amigdala quando devono trafficare con il rischio e l’incertezza, solo che poi riescono a “sovrascrivere” il messaggio emotivo con aree deputate al ragionamento consapevole e deliberato.
La mia congettura è che gli individui razionali hanno una (meta)rappresentazione mentale più precisa e più raffinata dei propri condizionamenti emotivi e dei propri processi cognitivi. La loro corteccia prefrontale è in grado di integrare e modulare tali informazioni adattandole a seconda delle circostanze. Lo studio delle basi neurali della decisione sembrerebbe confermare proprio questo; e i nostri risultati sono particolarmente eleganti, perché per primi abbiamo trovato le basi neurobiologiche delle differenze individuali dell’avversione alle perdite.”
AO. Che differenza fanno questi risultati per i risparmiatori?
MM. “Per i risparmiatori che vogliono nutrire speranze di non buttare al vento i loro investimenti, imparare a gestire le proprie emozioni – cioè a conoscere se stessi – è un monito. Se conosci le trappole le eviti. Un buon consulente finanziario dovrebbe prima di tutto disinnescare trappole, soprattutto emotive. Per questo sarebbe bello progettare e controllare sperimentalmente i mezzi più efficaci allo scopo. Il web si presta bene a questo esercizio. Elementi che potrebbero aiutarci a sbagliare di meno sono: tenere un “track record” delle proprie decisioni mediante grafici, realizzando dei portafogli virtuali, confrontandosi con gli altri (ossia avere una dimensione “social”, se preferite, ma fate attenzione al “confirmation bias” e all’effetto gregge), scrivere i pro e i contro di ogni decisione.

Oggi sappiamo sempre meglio quali sono le trappole e conosciamo i meccanismi cognitivi, se non addirittura neurobiologici, per cui ci finiamo dentro. Tuttavia, molto resta da fare per progettare “ambienti di scelta idonei” ai nostri limiti di razionalità. Riuscire a farlo (e farlo bene, cioè raccogliendo dati e controllando l’efficacia dei diversi interventi possibili) nell’ambito delle scelte finanziarie sarebbe davvero rivoluzionario e socialmente responsabile. Il web e piattaforme come AdviseOnly si prestano bene allo scopo.”

 


 

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