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La Brexit vista da Londra: se ne parla poco, ma gli inglesi non si sentono parte dell’UE

Abbiamo chiesto a sei ‘expat’ che vivono a Londra cosa pensano della Brexit e quanto se ne parla tra la gente. Ecco che cosa ci hanno raccontato…

Mancano ormai pochi giorni al referendum sulla Brexit: il 23 giugno gli inglesi dovranno decidere se vogliono rimanere o meno all’interno dell’UE. Mentre i sondaggi tuttora non restituiscono una preferenza chiara, con un’elevata percentuale di indecisi in grado di spostare l’ago della bilancia, la sensazione di diversi analisti è che alla fine gli inglesi voteranno “di pancia” più che di testa – e del resto tutta la campagna elettorale sulla Brexit è stata giocata proprio sull’onda dell’emotività.

In attesa di osservare l’esito del referendum (e le sue conseguenze), abbiamo sondato il terreno parlando con alcuni expat che vivono a Londra. Ovviamente non abbiamo alcuna pretesa di spacciare queste interviste per un sondaggio rappresentativo della popolazione londinese. Il nostro intento è semplicemente di sentire quale aria si respira nella capitale britannica in un momento storicamente importante per il Paese e per l’Unione Europea.

La sensazione è che gli inglesi, in realtà, parlino poco di Brexit.

Quanto si parla di Brexit?

“Io non ne sento parlare così tanto! Cioè, non tra la gente… “, dice Francesca, che sta terminando un dottorato di ricerca in Psicologia dello Sport a Londra e sta iniziando la sua carriera di docente e ricercatrice. “Magari non ne parlano con me proprio perché sono coinvolta, non lo so. Sta di fatto che se leggo un giornale trovo articoli, ma non trovo l’argomento così pervasivo come mi sarei immaginata. Tra noi italiani expat invece sì ne parliamo, e parecchio”.

Anche Andrea, che lavora nel settore edile, nota uno strano silenzio sul tema, che interpreta come una sorta di reticenza a parlare di questioni troppo delicate: “nonostante l’importanza di questo argomento non se ne parla molto tra la gente. Così come si era parlato poco dell’elezione del sindaco londinese. La classe sociale che frequento io non parla quasi mai di politica, anche perché vige molto la regola del ‘politically correct’: essendoci decine e decine di culture diverse in una città come Londra, la gente ha quasi timore di esprimere una propria opinione su temi delicati come l’immigrazione”. “Se ne parla, ma soprattutto tra gli expat europei”, dice invece Giovanni. Solo Claudio, che lavora nell’industria finanziaria, inizia a notare un risveglio degli inglesi su questa tematica: “fino a qualche mese fa se ne parlava poco, ma ora che si avvicina il momento la gente inizia a domandarsi e a interessarsi”.

E voi cosa ne pensate?

I media comunque parlano diffusamente del referendum, e ognuno in cuor suo sembra essersi fatto un’opinione a riguardo: più di uno tra i nostri intervistati pensa che la Brexit sia una cattiva idea, e che sia usata dagli inglesi come una specie di arma: “un’arma elettorale usata da Cameron nel 2015 per farsi rieleggere”, dice Andrea. “Un’arma per fare pressione sull’Unione europea e ottenere accordi economici più vantaggiosi”, sostiene Athanasio, ingegnere greco che vive e lavora a Londra. In ogni caso “una immensa sciocchezza”, taglia corto Francesca. “Mi domando come siano arrivati davvero a questo punto, e sono preoccupata. Però ora a Londra ha vinto un sindaco musulmano, che sarà sicuramente contrario a tutto ciò che dice Boris Johnson sulla Brexit: questo può essere un segnale forte e positivo”.

Ma c’è anche chi vede dei vantaggi in una potenziale Brexit: “A mio avviso, la Brexit non deve solo essere vista come una minaccia, ma anche e soprattutto come un’opportunità”, dice Claudio. “Innanzitutto i primi effetti inizierebbero a vedersi non prima di 3-5 anni, perché il tutto dipenderebbe dall’esito dei negoziati tra UK ed UE. La Brexit poi, molto proabibilmente porterebbe a un deprezzamento della sterlina, il che favorirebbe le esportazioni, e a un aggiustamento verso il basso dei prezzi del real estate, il che non sarebbe poi così negativo dato che al momento i prezzi al metro quadro nel centro/semicentro di Londra s’aggirano intorno ai 17-18mila sterline al metro quadro”.

Cosa dicono i vostri amici?

Quanto alle persone nella cerchia dei nostri intervistati, Athanasio spiega che gli expat, gli scozzesi e gli irlandesi sono tendenzialmente favorevoli a rimanere nell’Ue, mentre tra gli inglesi prevale la voglia di uscire. Anche Marco si trova sulla stessa linea: “Alzi la mano chi ha mai visto o conosciuto un cittadino inglese che si sente parte dell’UE? Gli inglesi per cultura non si sentono parte dell’UE, Londra ha una dimensione internazionale, ma non Europea”, dice. “Trovo sorprendente che moltissimi britannici del ceto sociale medio/alti e con lavori nel settore dei servizi a Londra siano pro-Brexit”, si stupisce Claudio.

Gli amici di Andrea invece sono più che altro confusi e delusi dal fatto che non ci siano vere risposte sull’eventuale uscita dall’Europa: quanti soldi si risparmierebbero con la Brexit? Come verrebbero investiti? Infine le persone con cui Francesca ha parlato di Brexit sembrano favorevoli a rimanere in Europa. “Ma si tratta soprattutto di accademici”, avverte lei: “tutti sanno che l’Europa fornisce fondi per la ricerca, quindi dubito di trovare ricercatori e professori che vogliano uscire”.

Cosa succederà al vostro lavoro in caso di Brexit?

Ma se davvero alla fine vincesse la Brexit, come cambierebbe in concreto la vita di tutti i giorni di chi lavora a Londra? “Io lavoro per un’azienda italiana, e immagino che ci sarebbe il rischio di una tassazione più elevata sul materiale importato in Gran Bretagna, il che peserebbe sulla competitività del prodotto”, riflette Andrea. “Inoltre la manodopera nei cantieri è di provenienza estera per circa l’80% – molti arrivano dall’Europa dell’Est. Nonostante non ci siano chiare risposte sulla possibilità di ottenere un visto, molte di queste persone rischierebbero di non poter più lavorare, lasciando scoperte mansioni che l’inglese medio non ha più capacità né voglia di svolgere”.

Per Claudio si prospetta la possibilità di pesanti tagli, sia in termini di posti di lavoro, sia di compenso: “temo soprattutto che impatti sul valore relativo del mio salario. Ma allo stesso tempo credo che la maggioranza delle società finanziarie non rimarrebbe basata in UK, quindi prevedo molti tagli al personale”.

Anche in ambito universitario le conseguenze d’una Brexit si farebbero sentire pesantemente sulla vita di un expat: “per quanto mi riguarda, io sono preoccupata perché se usciamo dall’Ue non ho idea di come possa continuare per me il discorso lavoro con l’università. Idealmente mi dico che, per il tipo di lavoro che voglio io, con le qualifiche e competenze che ho, potrebbero non esserci troppi problemi, ma in pratica sarà vero?”, si chiede Francesca. “Tutte le application che sto compilando mi chiedono se ho il diritto di lavorare nel Regno Unito e io mi ritrovo sempre a rispondere che sì, ne ho diritto essendo cittadina UE. E ogni volta mi chiedo: sarà ancora così dopo il 23 giugno?


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La scrittura è sempre stata la sua passione. Laureata in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione all’Università Bocconi di Milano, è entrata nel mondo del giornalismo nel 2008 con uno stage in Reuters Italia e successivamente ha lavorato per l’agenzia di stampa Adnkronos e per il sito di Milano Finanza, dove ha iniziato a conoscere i meccanismi del web. All’inizio del 2011 è entrata in Blue Financial Communication, dove si è occupata dei contenuti del sito web Bluerating.com e ha scritto per il mensile Bluerating.

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