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Mes sì o Mes no: ecco cos’è il Meccanismo della discordia

Mes sì o Mes no? Torniamo a parlare del Meccanismo Europeo di Stabilità anche noto come “Fondo salva – Stati. Uno dei temi più trattati negli ultimi giorni, un tema che secondo le parole di molti dividerebbe gli italiani in patrioti e traditori. Ma è veramente questo quello che rappresenta? Perché è così difficile da capire? Chi lo appoggia è un traditore della patria e chi si oppone è un ignorante? Proviamo a fare chiarezza. Partiamo dalle basi, cos’è il Mes, cos’era ai tempi della Grecia e cosa si appresta a diventare con la prossima riforma dell’Eurogruppo in agenda questo mese.

 

La nascita turbolenta dopo la crisi del 2008

Tutto nacque dopo il 2008, a seguito della crisi finanziaria che portò molti Paesi Ue sull’orlo del tracollo economico. I tempi erano eccezionali e la crisi metteva a dura prova l’economia globale, falciando posti di lavoro. Ma il tempo era anche quello dei cosiddetti “diktat” e delle grandi diffidenze – che come abbiamo visto persistono tutt’ora- verso i Paesi mediterranei considerati degli spendaccioni senza controllo e rigore, i quali dovevano “pagare” per i propri errori e non trascinare nel baratro i cosiddetti virtuosi. Niente da dire, se si sbaglia bisogna rendersene conto. Certo è che imporre le misure che si sono viste in Grecia non è stata una grande soluzione. Il Paese si è ripreso, ma i cittadini hanno dovuto rinunciare a troppo. Ed ecco l’inizio della diffidenza da parte di Stati, come l’Italia, che sicuramente si sentono oramai isolati nel contesto europeo e preda così di decisioni “dall’alto”.

 

Il “primo” Mes e il Memorandum d’Intesa

“I mercati iniziarono a dubitare di alcuni Paesi, chiedendo loro tassi di interesse più alti”, si legge sul sito dell’ESM (Mes). “Alla fine, l’impensabile iniziò ad accadere nel 2010. Alcuni Paesi iniziarono a perdere l’accesso ai mercati. Avevano bisogno di un aiuto; la Grecia fu la prima a chiederlo”. Nel 2012 nasce il Mes: una organizzazione internazionale costituita con un Trattato affiancato – ma non incluso – a quelli UE. Conta su un capitale di 700 miliardi di euro di cui gli Stati membri versano pro quota 80 miliardi di euro (27% del capitale dalla Germania primo contributore, l’Italia partecipa con il 18%). L’obiettivo è concedere ai membri in difficoltà prestiti all’interno dell’area comunitaria. Fin qui tutto bello. Il problema è stato che, come abbiamo visto durante la pandemia, alcuni Paesi del nord non si fidano o comunque non vogliono mettere soldi per aiutare gli altri e ,se lo fanno, vogliono essere sicuri di averli indietro. Ed ecco che fece capolinea il cosiddetto “Memorandum d’Intesa”, ossia chi riceve i prestiti si obbliga a seguire con precisione e rigore le misure previste per la ristrutturazione del debito, con tagli al deficit/debito e riforme strutturali annesse, le quali però molte volte appaiono non propriamente “sostenibili”.

 

Un nuovo Mes: ma quanto nuovo?

Arriviamo quindi ai – turbolenti- giorni nostri. Il Consiglio europeo è alle porte e il parlamento -italiano- ha approvato la riforma proposta in Europa sul Mes. Una riforma che sostanzialmente nasce dall’esigenza di fornire al fondo un architettura istituzionale e non più intergovernativa. In pratica si teme che il Mes, così come è stato creato, non risulterebbe adeguato nel caso si ripresentassero condizioni che mettano a rischio la stabilità dell’Eurozona. Dal punto di vista della riforma cambiano 4 articoli su 48. E cambia poco anche nella sostanza. La riforma, ricordiamo, non prevede né annuncia una ristrutturazione dei debiti sovrani.
 


 
L’intesa ribadisce la responsabilità esclusiva della Commissione nella valutazione complessiva della situazione economica dei Paesi e della loro posizione rispetto alle regole del Patto di stabilità e della Procedura per gli squilibri macroeconomici. In parole povere: la responsabilità resta in capo alla Commissione, ed il MES resta organo di consultazione tecnica, senza automatismi di alcun genere.

 

Le due linee di credito del Mes

Rimangono quasi invariate le due linee di credito attivabili presso il MES: le Precautionary Conditioned Credit Lines (Pccl) e le Enhanced Conditions Credit Line (Eccl); la riforma punta in ogni caso a rendere le prime più “efficaci”.
 

 
Le Pccl funzionano come una sorta di assicurazione: in pratica, il fatto stesso che esistano dovrebbe essere sufficiente a placare i mercati senza bisogno di utilizzarle. Linee di credito simili alle Pccl sono fornite oggi anche dall’Fmi e sono state utilmente usate da diversi Paesi. Con la riforma, l’accesso alle Pccl sarà più stringente e subordinato a una situazione finanziaria ed economica “robusta“. I criteri non includerebbero l’Italia.
 

 
I membri dell’Esm che non rispettano i criteri per la Pccl possono chiedere la Eccl, Enhanced Condition Credit Line impegnandosi a introdurre misure correttive sul debito. Invariata la sorveglianza da parte della Commissione Europea sulle condizioni finanziarie del Paese e il suo sistema finanziario. Introdotta inoltre anche la possibilità da parte del Mes di agire come garanzia di ultima istanza in caso di sofferenza delle banche europee, il cosiddetto Backstop, per il Single Resolution Fund (Srf), o Fondo Unico di Risoluzione.
 

 

Il debito italiano non è sostenibile?

Che l’alto debito pubblico sia un problema del nostro Paese è innegabile, ma altrettanto innegabile è la sua sostenibilità. Questo perché la domanda degli investitori rimane elevata grazie alla ricerca di rendimenti, all’orientamento interno degli investitori nazionali e all’azione delle banche centrali. L’emissione di nuovi Titoli sovrani ha avuto un’ottima risposta dagli investitori negli ultimi mesi, indicando che la domanda supera di gran lunga l’offerta, nonostante il considerevole e frequente rifinanziamento da parte del governo italiano. In secondo luogo, la maggior parte delle spese aggiuntive sul debito attualmente sostenute viene acquisita indirettamente dalla BCE, pertanto, a differenza delle passate impennate del debito pubblico, quella attuale non aumenta l’esposizione dell’Italia ai movimenti del mercato, tenendo a bada gli investitori che speculano sul default del Paese. Infine, gli interessi pagati sul debito in percentuale delle entrate statali rimangono relativamente bassi: l’onere degli interessi in Italia è in forte diminuzione da oltre 20 anni ed è ora al di sotto del livello degli Stati Uniti.

 

 

La domanda allora è: cosa succederà?

La nuova spinta comunitaria improntata dalla Commissione europea, la recente condivisione del debito, e la sospensione dei vincoli del patto di stabilità e delle norme contro gli aiuti di Stato, creano il presupposto affinché le valutazioni comunitarie – Mes incluso- si basino sempre di più su dati qualitativi – e inclusivi– piuttosto che su meri parametri quantitativi. La riforma, come abbiamo visto, non cambia poi tanto quello che già c’era: se ne avremo bisogno, il Meccanismo ci sarà e non verrà imposto da nessuno; questo anche perché una probabile “Italexit” indebolirebbe tutti così come un’opinione pubblica italiana contraria all’Unione. L’idea di “uscire dall’euro” paventata da una parte di governo avrà comunque l’effetto di limitare le imposizioni “dall’alto” sulle finanze italiane. La triste verità è però che l’Italia ha bisogno esattamente di ciò di cui aveva bisogno prima: riforme vere e profondamente strutturali.
 

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