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HomeECONOMIA E MERCATIECONOMIA, POLITICA E SOCIETA'In modo molto semplice: conseguenze dell’immissione di liquidità da parte degli Stati Uniti

In modo molto semplice: conseguenze dell’immissione di liquidità da parte degli Stati Uniti

Il 13 settembre scorso ­­ la ­­Federal Reserve (la Banca centrale USA) ha annunciato un nuovo intervento di politica monetaria non convenzionale, il QE3 (quantitative easing), giustificato dalle condizioni non rosee in cui versa l’economia statunitense e soprattutto il mercato del lavoro (ecco il comunicato ufficiale).

Riassumendo brevemente, la Fed ha avviato un piano di acquisto di titoli legati al settore immobiliare (Mortgage-Backed Security) per $ 40 miliardi al mese fino a quando la ripresa economica non si porterà su un terreno stabile. Accanto a ciò la Fed continuerà nel suo programma di allungamento delle scadenze di titoli governativi americani con il cosiddetto Twist o MEP (Maturity Extension Program, avviato nel settembre del 2011 ed esteso sino a fine 2012, che prevede interventi sui Treasury per $ 45 miliardi al mese, trovate un riassunto in questo nostro post sull’economia USA).

Siccome il malato “Economia americana” con “l’aspirina Twist” proprio non migliorava allora il governatore della Fed, Bernanke, ha deciso di passare agli “antibiotici”. Ad ogni modo, l’opinione degli economisti circa l’impatto di queste misure non è univoca: molti le ritengono troppo rischiose oltre che inefficaci.

Bernanke, in un intervento a Jackson Hole, ha descritto il corso della politica monetaria americana dal 2007 ad oggi ed ha  elencato i rischi legati alle politiche monetarie non convenzionali. Nelle parole dello stesso Governatore queste azioni hanno solidi fondamenti generali e precise basi nella ricerca accademica ma limitata evidenza empirica. Per la Fed, come per le altre Banche centrali, si tratta di un “learning by doing” e quindi i rischi di “effetti collaterali” sono molteplici.

Sta di fatto, comunque, che la Banca Centrale americana ha come obiettivo riaccendere l’economia mantenendo bassi i tassi a lungo termine e migliorando le condizioni finanziarie e del credito.

L’idea è che bassi tassi a lungo termine dovrebbero tradursi in migliori condizioni per i prestiti alle aziende ed ai privati e, nel medio periodo, far aumentare consumi ed investimenti, quindi la crescita. L’effetto immediato dovrebbe essere un ritorno dell’appetito per il rischio che induce un meccanismo di “sostituzione” nei portafogli (portfolio balance channel) e sui mercati .

Proviamo a semplificare:

Se i rendimenti sui titoli governativi si abbassano, se i titoli legati ai mutui ipotecari scarseggiano, gli investitori vanno alla ricerca di investimenti più redditizi, e si spostano sui cosiddetti “Risky Asset”, ciò produce il cosiddetto effetto ricchezza (migliorano i redditi e si stimolano gli investimenti) e dovrebbe condurre ad una maggiore crescita. Attenzione questo meccanismo che ho banalizzato è supportato dalla ricerca economica di illustri monetaristi (Tobin, Friedman, Modigliani, …).

Nel grafico che vi proponiamo abbiamo raccolto alcuni risky asset: Azionario USA, Azionario Europa, Materie Prime. A questi abbiamo sovrapposto le date degli interventi della Fed (i principali).

Clicca per ingrandire il grafico

Bernanke, governatore FED, lancia l'azione di politica economica non convenzionale

Quello che si nota è che i flussi si sono reindirizzati verso quelle classi di attività finanziarie che in periodi di crisi non godono dei favori dei mercati finanziari. Come potete vedere dal marzo 2009 le azioni, soprattutto americane, hanno cominciato a risalire. Accanto a ciò si è osservata una riduzione della volatilità e, più in generale un miglioramento di quelle che sui mercati finanziari vengono chiamate “financial conditions”. Insomma l’appetito per il rischio è aumentato e l’effetto immediato è stato di risalita dei mercati azionari, di flussi verso titoli societari ed ad alto rendimento, di ripresa delle materie prime e dei mercati emergenti e di indebolimento del cambio del dollaro.

Ma qual è l’effetto macroeconomico? Non è dato quantificare l’impatto che le politiche intraprese hanno sulla crescita (soprattutto perché non è noto cosa sarebbe successo qualora tali decisioni non ci fossero state), anche se la Fed ha modelli econometrici che stimano l’effetto del miglioramento delle condizioni finanziarie su variabili come crescita del PIL e incremento dei posti di lavoro. Ciò che è certo è che la Fed è stata ferma nella sua dichiarazione: continuerà a stampare moneta fino a quando i segnali di ripresa del mercato del lavoro non saranno robusti e stabili. Ora non ci resta che sperare che questa moneta entri in circolo e che l’economia americana ricominci a correre.


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Buona navigazione!

Scritto da

Esperta di obbligazioni e di gestione di portafoglio, è laureata in Economia Politica Internazionale all'Università di Torino. Vanta una lunga esperienza sui mercati finanziari, acquisita in primarie realtà nel mondo del risparmio gestito, come DWS Investments e Anima Sgr. È stata ricercatrice presso l’International Center for Economic Research.

Ultimi commenti
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    Dal grafico mi pare di vedere che
    1) dal marzo 2009 tutti i corsi mondiali aumentano (certuni sono poi ricaduti)
    2) durante la QE 2 il mercato era in rialzo
    3) la twist 2 ha sortito gli effetti qualche mese dopo il suo inizio
    Credo che per quanto riguarda gli effetti sui mercati finanziari ci voglia qualcosa di un pò più robusto.
    Comunque, ottimo articolo!

    • Elisabetta Villa

      Grazie Mauro! e grazie anche per le considerazioni!
      Mah qualche effetto le politiche della Fed l’hanno ottenuto. Come dici tu però devono riprendersi i fondamentali e credo che nei prossimi mesi (crisi Euro permettendo) l’attenzione dei mercati sarà rivolta soprattutto ai dati macro.

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    Aggiungerei che c’è da aspettartsi anche una svalutazione del dollaro entro i prossimi mesi a meno di scossoni forti dall’Europa (vedi Grecia, Spagna etc etc) corretto?

    • Elisabetta Villa

      per poi

    • Elisabetta Villa

      Ciao Fabrizio

      Possibile. Anche se la “gara” tra euro e dollaro, con questi
      fondamentali macroeconomici, è un po’ come un concorso di bellezza dove però si
      deve selezionare la più bella tra le brutte. Il cambio euro/dollaro è stato
      guidato soprattutto dalle notizie circa la crisi dell’Eurozona: nei periodi di
      allargamento dello spread e di timori di disfacimento dell’eurozona l’euro tende
      ad indebolirsi; quando si è vicini ad una svolta e sembra che il progetto
      europeo si salvi, è il dollaro che tende a deprezzarsi. Se l’attenzione
      si sposterà un po’ più sui fondamentali la volatilità indotta dal pendolo della
      crisi si smorzerà. Tieni presente che bisogna vedere se e in quanto tempo
      faranno effetto gli stimoli della Fed. Come hai visto la prima reazione al QE3
      è stata di un euro oltre 1.30. Ma sono veramente tanti i fattori alla base
      della dinamica dei cambi (non sottovalutiamo le tensioni con il medio oriente e
      le elezioni USA).

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    Il meccanismo che descrivi, che la FED utilizza, è complesso: su che basi secondo voi prendono queste decisioni? quanta scienza c’è?

    • Elisabetta Villa

      Ciao Alice, come ha ammesso lo stesso Bernanke gli effetti precisi che
      le politiche monetarie non convenzionali
      hanno sui sistemi economici non hanno evidenza empirica. La condotta della
      politica monetaria però trova il suo fondamento in autorevoli studi accademici,
      ti ho citato nomi di alcuni economisti (premi Nobel), discorso alla Jackson
      Hole sono citati diversi articoli.

      Una cosa la devo sottolineare: la scienza economica è definita
      nel mondo anglosassone come “dismal science”, scienza triste. Tale termine nacque per le
      previsioni disastrose di Malthus e viene usato in un significato allargato per denotare
      che i risultati teorici di molti modelli economici non si traducono in scenari
      reali, cosi come succede invece per le altre scienze dove, quasi sempre, ad azione
      corrisponde una reazione precisa e prevedibile. Per cui il mestiere dell’economista
      è in taluni casi frustrante perché le previsioni economiche sono spesso errate.

      L’economia è una scienza sociale, che tenta di modellizzare un
      modo dove agiamo noi, esseri umani, che di prevedibile abbiamo ben poco.

      I modelli economici, così come i modelli finanziari, a mio
      personale parere, non sono da utilizzare per avere previsioni puntuali su variabili
      osservabili (livelli di tasso, prezzi di azioni, crescita del Pil) ma per
      razionalizzare le informazioni che abbiamo a disposizione, altrimenti troppo
      confuse e difficilmente elaborabili dalla mente umana, per indicarci una
      strada. Se ti dico che un portafoglio ha un Var 1% del 3%, ti indico uno
      scenario probabile, non certo. Questo deve essere di aiuto nelle scelte ma la
      cieca fede nei modelli è un grave errore.

      Se guardo il meteo e scopro che per domani è previsto un
      acquazzone, metterò le scarpe chiuse e infilerò un ombrello in borsa. Ma se,
      contrariamente al meteo, ci sarà un bel sole non aprirò l’ombrello.

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        Cara Elisabetta, ritengo che l’economia diventa triste se utilizzata per profetizzare… Una nota frase di Federico Caffè, recita: “Paradigma dell’economista è non spacciarsi da profeta”. Dal nostro scambio di idee ritengo che concordi nel non definirla triste se considerata secondo le parole di Draghi che riportando il messaggio di Caffè (nella giornata della sua commemorazione) ha detto: l’economia «non è una scienza triste», ma una scienza «che vuole coniugare benessere ed equità» e che, «nonostante i suoi errori, crede nel rigore del ragionamento, nell’ osservazione spassionata della realtà accompagnata dalla comprensione dei fenomeni sociali». Una cosa che spesso richiede «un impegno diretto» che va dato «con coraggio, entusiasmo e partecipazione».

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    Buonasera a tutti, per come la vedo io la Fed, con le sue periodiche iniezioni di liquidità,
    sta facendo l’unica cosa possibile per non fare deragliare il sistema:
    concedere tempo al governo americano per affrontare la questione fiscale
    in un contesto di crescita economica. Ora deve essere la classe
    politica che si deve impegnare a studiare un piano di medio-lungo
    periodo per riportare il bilancio americano su un sentiero di
    sostenibilità, iniziando lentamente (molto lentamente) a rimuovere le agevolazioni fiscali. Quindi la
    Fed non ha che un’unica alternativa con questi QE: spianare il terreno
    per cercare di impedire che i tagli fiscali creino effetti devastanti
    sulla crescita. Praticamente si vuole evitare di entrare nel circolo
    vizioso dell’Europa. Il dollaro debole (o comunque non troppo forte) è
    un corollario di questo sistema ed è indispensabile per permettere questo risanamento degli USA. L’inflazione creata artificialmente è il secondo corollario per frenare il peso del debito.

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    Abbiamo un quadro dell’evoluzione dell’inflazione in usa e eu per vedere gli effetti reali sulla dinamica dei prezzi dopo le manovre del QE? altrimenti ogni previsione del cambio €/$ rimane zoppa.

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