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“Uscire dall’euro? Un massacro”. Intervista a Oscar Giannino

Niente da fare. Il 16 febbraio 2015 è fallito il nuovo tentativo di rinegoziazione del debito greco da parte del premier greco Tsipras e del ministro delle Finanze Varoufakis.

I due hanno bollato come “assurde e inaccettabili” le proposte dell’Eurogruppo, che ha reagito con un ultimatum: Atene ha tempo fino a venerdì 20 febbraio 2015 per decidere se chiedere l’estensione del programma di aiuti della Troika. Intanto si fa sempre più strada l’ipotesi un Grexit (l’uscita della Grecia dall’euro). Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha detto in proposito: “È una decisione interamente nelle mani della Grecia” se il Paese resterà nell’euro. Sul governo greco, il giornalista di Radio 24, Leoni Blog e Linkiesta Oscar Giannino ha un’opinione molto netta:

“In soli 10 giorni ha dimostrato una sola cosa: che promettere l’impossibile può far vincere le elezioni, ma poi ottenerlo, impossibile resta”

Oscar Giannino, Leoni blog, 4 febbraio 2015

AdviseOnly l’ha intervistato sulla crisi della Grecia, sulla sua possibile uscita dall’euro e sulla ripresa dell’Italia e dell’eurozona.

Cosa si può fare per risolvere l’impasse greca?

Mi pare che i termini di un compromesso siano stati già gettati prima dall’ex premier Samaras, che poi, giudicandolo insoddisfacente a fine 2014, convocò le elezioni presidenziali anticipate per vedere se riusciva ad aggiungere 20 deputati alla sua maggioranza. Il governo Tsipras ha ripreso la trattativa.

La differenza è che ora non si tratta di abbattere il 60-80% del debito greco detenuto dalla Bce e dai paesi dell’eurozona, né di fare conferenze europee per ridurlo, come promesso in campagna elettorale, ma si tratta di discutere i termini di un eventuale potenziamento dei nuovi sostegni alla Grecia per un abbattimento dell’impegno di un avanzo primario dal 4,5% all’1,5-2% di Pil annuo. Questo libererebbe il 2-3% del Pil, che servirebbe a finanziare, almeno in parte, i costosissimi programmi assistenziali varati dal governo Tsipras, che gli hanno permesso di vincere le elezioni.

Dopo questo, il premier greco potrà mostrare la testa recisa dell’FMI ai suoi elettori e dire di aver ottenuto una vittoria strategica. In realtà, all’epoca del salvataggio greco (luglio 2012, ndr), il Fmi fu inserito nella Troika perché non erano ancora operativi gli strumenti straordinari europei.

Ma come si capisce dal dietro le quinte dell’Eurogruppo e del Consiglio europeo, non c’è nessun problema oggi a levare di mezzo l’FMI, come ha ribadito ufficialmente il presidente della Commissione Ue Juncker. Si tratta per la Grecia di strappare concessioni in più, sapendo che le banche greche possono stare in piedi solo se continuano ad avere l’ossigeno della linea di liquidità straordinaria della Bce (l’Emergency LIquidity Assistance: ELA). Ma ricordo che l’ELA può essere concesso solo a banche dell’Eurosistema con problemi temporanei di liquidità, non di insolvenza.

Se vuole evitare l’insolvenza, la Grecia deve scordarsi di abbattere il debito. Quella della Grecia è un’onorevole marcia indietro, travestita da vittoria strategica.

Per alcuni osservatori, l’unica possibilità per la Grecia è uscire dall’euro. Lei cosa ne pensa?

Premessa: nel 1996-1998, prima dell’avvio dell’euro, insieme alla Fondazione Liberal che animavo, girammo l’Italia portando persone di opinioni e scuole diverse ad ammonire gli italiani. Tra di loro, c’erano: Antonio Martino, Paolo Savona, l’allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio, Cesare Romiti. All’epoca fummo tacciati di euroscetticismo perché dicevamo che bastava aver letto qualche libro sulle Aree Valutarie Ottimali per sapere che per farla funzionare non bastava una politica fiscale comune e neanche l’unione politica.

L’unificazione reale dei mercati dei beni, dei servizi e del lavoro è il presupposto fondamentale per far funzionare un’unione monetaria con tasso interesse comune, ossia evitare che questo abbia effetti asimmetrici. Noi non abbiamo fatto queste unificazioni, ed è il motivo per il quale l’euro non reggerà, se non al prezzo di continui artifici e polemiche.

Fatta questa premessa, sapete come si traduce l’uscita dall’euro senza procedure concordate di un Paese debole come la Grecia? In un suicidio.

Quando si è euro-deboli, senza riserve, con le banche senza liquidità, senza risorse fiscali per andare avanti e pagare stipendi e pensioni, come la Grecia oggi, uscire dall’euro implica mettere: severissimi vincoli alla libertà di capitali e al ritiro dei residui depositi delle banche, corsi forzosi di una moneta che si svaluterebbe e abbatterebbe lo stock di risparmi, patrimoni e degli asset presenti nel Paese. Per effetto di questo, bisognerebbe mettere norme che impediscano di comprare dall’estero questi asset, che diventerebbero molto appetitosi, visto che non varrebbero praticamente nulla rispetto alle altre valute.

Chi dice che basta uscire dall’euro affinché la svalutazione ripristini valori di scambio commerciali molto più favorevoli e i traini la crescita della Grecia, dimentica che il suo export manifatturiero è trascurabile.

Ma anche nel caso in cui uscisse dall’euro l’Italia, il secondo Paese manifatturiero d’Europa, prima che questi effetti positivi si manifestino, ci sarebbe un massacro nel breve periodo. Ma non solo: ci sarebbe anche la necessità di un super-ministro dell’Economia e di un super-presidente del Consiglio con poteri dittatoriali sul mercato e sul risparmio.

Infatti, gli economisti che sostengono questa soluzione, lo fanno perché vorrebbero essere quei super-dittatori di cui parlo. A me i dittatori non piacciono e credo che il mercato sia lo strumento più efficiente per esprimere liberamente gli indici di convenienza individuale, attraverso i prezzi.

Chi dice di uscire da euro è un aspirante dittatore, che se ne frega dei danni che infliggerebbe ai risparmiatori e alle imprese del suo Paese.

Ci tengo però a precisare che con questo non voglio difendere l’euro, a mio avviso viziato da difetti e destinato a non reggere, come il 99,99% delle unioni monetarie della storia.

Quanto durerà, quindi, l’euro?

È difficile dirlo. Gli europeisti sono federalisti: per loro l’euro reggerà quanto più rapidamente faremo un governo unico e un’unica politica fiscale, armonizzata verso un prelievo fiscale più alto.

Io non credo a questa teoria, perché la storia dell’Ue è plurisecolare e diversa da quella recente degli Usa. Lo Stato nazionale romantico, cioè l’innesto dello Stato su potenti religioni nazionali è dannatamente figlio della storia europea e ha prodotto centinaia di migliaia di morti. È un’illusione che si possa mettere tutto questo alle spalle con una politica europea comune, nonostante l’erosione dei confini nazionali da parte della globalizzazione.

Il vero rimedio per promuovere un’Europa unita e non un puro mercato di libero scambio commerciale, è unire i mercati: bisogna accettare l’idea di offrire un servizio alle stesse condizioni legali e regolatorie in tutti i Paesi dell’eurozona. Paradossalmente, di solito i federalisti europei continuano a dire nei parlamenti nazionali che per fare l’avvocato, per i servizi telefonici e per produrre qualsiasi cosa, i mercati devono starne fuori perché serve un regolatore nazionale. Questo rende la moneta unica totalmente asimmetrica.

I Paesi più efficienti in termini di produttività (la Germania), grazie alla moneta unica beneficiano di un tasso interesse più basso di quello che avrebbero se lo stabilissero a livello nazionale. Lo stesso avviene per i Paesi a bassissima produttività: prima dell’euro, l’Italia pagava il 12% di Pil l’anno sotto forma di interessi sul debito pubblico e ora è scesa sotto il 5%. Ma i paesi produttivi incamerano questo beneficio in termini reali, gli altri traducono il loro vantaggio nel bengodi della spesa pubblica, invece di alzare la produttività. Siccome quasi nessuno oggi dice di aumentarla, dubito che l’euro possa farcela. E saranno i Paesi più deboli dell’eurozona a pagare il prezzo più pesante.

Il ministro dell’Economia Padoan vede la ripresa nel 2015. La vede anche lei?

Sembra che abbiamo toccato il fondo, per cui non dovremmo scendere ancora. La nostra ripresa è comunque inferiore a quella di altri paesi dell’euro area. Secondo le previsioni della Commissione europea, l’Italia e Cipro hanno il dato peggiore di crescita per il 2014; nel 2015 con un +0,4-0,5% saremo ancora il paese che cresce di meno e nel 2016, Cipro ci supererà.

Malgrado alcune potenti molle per la crescita che potrebbero scattare, mi aspetto una crescita più asfittica di quella che potremmo avere. Ci sono infatti delle ragioni strutturali, tutte italiane, che pesano su alcuni fattori esterni che potrebbero spingere la crescita. Mi riferisco alla manna del calo del prezzo petrolio, di cui non possiamo godere integralmente i benefici di breve periodo sui consumi e sui risparmi sulle bollette, per colpa di accise che pesano sul 60% del prezzo finale; inoltre gli effetti del QE sono a mio avviso già stati scontati dai mercati e da noi saranno più ridotti che negli altri paesi dell’eurozona a causa dei problemi irrisolti del nostro sistema bancario, che ha 330 miliardi di euro di crediti deteriorati. Finché non affronteremo questo problema, altrimenti il credit crunch continuerà.

A proposito di QE, crede che sarà efficace nel riportare la crescita nell’eurozona?

Premetto che non sono un fan del QE. Credo che la manipolazione sopra e sotto il livello dei tassi zero attraverso politiche non ortodosse, il feticcio su cui convergono molte scuole economiche, abbia effetti deleteri nel lungo periodo.

Infatti i QE ci obbligano a convivere con curve dei tassi a lunga scadenza così depresse da non esprimere realistiche stime né di inflazione, né di crescita reale, per cui le imprese non sanno quanto e come investire. I QE sono attuati per alleviare le tensioni del debito pubblico e temperare l’instabilità bancaria. Nell’eurozona servono soprattutto al secondo scopo, visto che abbiamo un sistema più bancocentrico rispetto agli Usa.

Mi aspetto che il QE avrà effetti abbastanza positivi nell’eurozona, ma non risolverà i problemi di divergenza di produttività, che vanno affrontati nazionalmente, come Draghi si affanna ogni volta a ricordare. Il grande merito di Draghi è di aver finora regalato tempo ai politici dei diversi Paesi membri per adottare un calendario serrato di riforme e cambiamenti. Ma la politica vuole solo tempo e bombole d’ossigeno.

Scritto da

Laureata in Management presso l’Università Bocconi nel 2012, con una tesi sull’inattività giovanile in Italia. Da studentessa, ha collaborato con i media universitari Radio Bocconi e Tra i Leoni e al di fuori delle mura accademiche con Campus (Gruppo Class Editori) e Real World Magazine (Gruppo Potentialpark). In Saipem si è invece occupata di accertamenti giuridici nell’area Risorse Umane. Dopo la laurea, è stata assistente ai programmi di politica, economia e finanza a Radio 24 (Gruppo 24 Ore), nonché redattrice economica di Arcipelago Milano. I suoi principali interessi sono economia e comunicazione online. La distraggono da grafici e dati solo arte, cinema, teatro e buone letture.

Ultimi commenti
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    Giannino, anche se non sei laureato è lo stesso, ma evita di sparere c…..e

    come quella che uscire dall’euro sarebbe un suicidio. Il suicidio, ormai è sotto gli occhi di tutti, è rimanervi. D’altronde, sei costretto ad ammetterlo pure tu che questa unione monetaria così come è stata voluta (voluta Giannino, non per un caso del destino!) non può reggere. Ma questo lo si sapeva fin dall’inizio. Basta ricordare cosa disse all’epoca il Nobel Paul Krugman: “Quello che è successo è che, adottando l’Euro, l’Italia si è ridotta
    allo stato delle nazioni del Terzo Mondo che devono prendere in
    prestito una moneta straniera” Chissà se ti riesce di capire questo piccolo particolare. Dai vatti a studiare un po’ di macroeconomia e di saldi settoriali e domandati quale deve essere il fine ultimo di uno Stato democratico.

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    Purtroppo, la mancanza di studi economici da parte di Giannino si sente: “Il vero rimedio per promuovere un’Europa unita e non un puro mercato di libero scambio commerciale, è unire i mercati: bisogna accettare l’idea di offrire un servizio alle stesse condizioni legali e regolatorie in tutti i Paesi dell’eurozona.” E pensa che basti questo (cioè la cosiddetta globalizzazione profonda) a cancellare gli squilibri delle partite correnti, che, all’origine della crisi, sono dettate dal livello dei prezzi?

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